The Eyes of Tammy Faye: un biopic inaspettato, cristianissimo e cotonato

RECENSIONE NO SPOILER

Oggi si è aperta la sedicesima edizione della Festa del Cinema di Roma e lo ha fatto con uno dei film (in concorso) più hollywoodiani e spendibili al grande pubblico di tutta la rassegna: The Eyes of Tammy Faye, biopic del commediante Michael Showalter che segue all’omonimo documentario del 2000, incentrato sull’apogeo dell’impero mediatico della PTL (Praise the Lord), network televisivo a carattere evangelico fondato da Jim Bakker e dalla moglie Tammy Faye a metà Anni ’70. Ma dietro la copertina (patinata) del biopic, con il suo arco di eventi molto classico, si nasconde un film sinceramente capace di trasmettere l’orrido e le contraddizioni di una versione (inedita) del Sogno Americano e dei suoi (anti)eroi, i predicatori televisivi, responsabili di aver sdoganato la mercificazione della religione e delle proprie vite personali, messe in pubblica piazza in nome dei soldi. Una pellicola però, con l’ulteriore obiettivo di riabilitare il nome di chi – suo malgrado – si è trovata coinvolta nel prevedibile contrappasso, finalmente raccontato attraverso i suoi occhi.

Scientology on the road

Jessica Chastain e Andrew Garfield
Jessica Chastain e Andrew Garfield

A interpretare la coppia di predicatori troviamo i notevoli Andrew Garfield e soprattutto Jessica Chastain. Il primo è Jim Bakker, (ex) aspirante radiofonista con la passione per il Rock ‘n’ Roll – racconta lui stesso per sua bocca, mentre l’altra canticchia Blueberry Hill di Fats Domino (scena emblematica) – ora in missione per conto di Dio dopo che questi esaudì le sue preghiere. Di salvare cioè un bambino con un “polmone spappolato”, investito dallo stesso Jim non già per incuria alla guida ma perché il diavolo lo distrasse con pulsioni impure e riprovevoli. La seconda è Tammy Faye, cresciuta in una famiglia particolarmente timorata di Dio e da questa tenuta a lungo a distanza, perché figlia impresentabile di un precedente matrimonio, testimonianza vivente e mai redenta di un avvenuto divorzio.

Jim vedrà in Tammy, abile canterina e ventriloqua, una seconda occasione per diventare qualcuno, costruendo una fortuna non molto distante da quella dei produttori discografici. I due, travestiti da predicatori itineranti, si aggirano lungo lo stradario del Midwest, di fatto, come concertisti e cabarettisti, cantando gospel ed esibendo locandine proprio sullo stile di Fats Domino. Fin qui, The Eyes of Tammy Faye si mantiene un biopic con arco narrativo molto classico: la creazione di un’impero a suon di contachilometri, on the road, come vuole la narrazione del Sogno Americano. Un Paese dove, però, “amici amici e poi ti rubano la bici” – o la macchina – costringendoti ad abbandonare l’asfalto e mettere radici.

E’ a questo punto che i due sposi, in lacrime e in ginocchio davanti al tipico motel della provincia americana, intenti a pregare Iddio per non aver pagato le cambiali, fanno effettivamente la conoscenza dell’Altissimo, incarnato. Si presenta così, irradiato di luce e con un sorriso smagliante, l’ospite della porta accanto: un impiegato d’emittente locale, di quelle che vendono indulgenze per via satellitare, promettendo la salvezza ai loro telespettatori. E dire che, tolte le somiglianze con Scientology, la maggior parte delle Fedi americane condividono una stessa matrice protestante.

Non c’è due senza tre, non c’è Dio senza il Diavolo

Vincent D'Onofrio
Vincent D’Onofrio

Intento a trasformare la fede collettiva – o piuttosto superstizione – in denaro liquido, il personaggio di Garfield somiglia, citando Shakespeare, a quel Riccardo III che aveva detto: “E così ricopro la mia nuda perfidia con antiche espressioni a me estranee rubate ai sacri testi e sembro un santo quando faccio la parte del Diavolo“. E con quelle guance da chipmunk – come sua moglie, lei anche nella voce e nella risata oltre agli zigomi – potrebbe somigliare al Marlon Brando de Il Padrino con la bocca riempita di cotone. Ma ricorda piuttosto l’altro Corleone (Michael) nella famosa scena del battesimo: “Rinunci a Satana? Rinuncio!”. Ma non sta rinunciando affatto, l’esatto contrario.

Il grande Diavolo del film è sicuramente Vincent D’Onofrio nei panni del reverendo Jerry Falwell, che fa pochissime apparizioni in una pellicola quasi interamente a due. Ma, proprio come il Demonio, viene in aiuto solo nei momenti di maggior bisogno e carestia, con fare cupo in mezzo al deserto e col solo intento di comprarsi la anime altrui grazie a un sotterfugio.

Bravo Garfield e giusto D’Onofrio insomma, ma a rubare la scena, assicurandosi la corsa all’Oscar e forse addirittura la statuetta, è senza dubbio Jessica Chastain. Grazie al suo trasformismo attoriale e vocale, convince più nella parte di eterna bambina con la risata alla Betty Boop di quanto il trucco e parrucco – pure notevoli e anch’essi papabili Academy – non la rendano convincente, invece, all’avanzare dell’età e dei lifting. E’ lei, nelle vesti clownesche di Tammy Faye, lei l’unica a crederci veramente – “in Dio“, come sottolinea Jessica Chastain in conferenza stampa – in un panorama restante in cui contano solo gli ascolti, i soldi e la rielezione dell’ennesimo Presidente repubblicano che odii i gay e mantenga le esenzioni per le congregazioni. Dio, in tutto questo, c’entra davvero molto poco.

Dietro i candelabri, quelli cattolici

Letteralmente, The Eyes of Tammy Faye
Letteralmente, The Eyes of Tammy Faye

Dio non c’è e tuttavia l’intero copione di The Eyes of Tammy Faye è costruito affinché si pronunci il suo nome invano, in continuazione, in nome del Dio denaro. Ogni Amen suona falso e ipocrita eppure esattamente lì dove deve essere, ridicolizzando l’intero apparato del cristianesimo per come viene professato e spettacolarizzato negli USA. Alcune scene risultano a dir poco inquietanti, come quando Tammy chiama i suoi genitori in diretta TV con un esemplare di gonfia-pene inquadrato al suo fianco: l’ha appena pubblicizzato per combattere, con cristiana reverenza, la principale causa di divorzio, l’andropausa.

A tratti potrebbe ricordare Dietro i candelabri, film del 2013 su Liberace diretto da Steven Soderbergh, con attori Michael Douglas e Matt Damon. Anche solo per l’estetica pacchiana, per i brillocchi dorati, per la scabrosità di alcune tematiche e soprattutto per le storia (affine) dell’ascesa e successiva decadenza di un’icona stravagante del suo tempo: i vari Elvis e Priscilla Presley sbocciati in Anni ’50 e destinati a schiantarsi malamente contro i fatiscenti ’80.

Il risultato è un film che fa risalire brividi d’orrore lungo la schiena e conati di vomito su per l’esofago. Ma non in senso negativo, anzi. E’ proprio il caso di dirlo: Halleluja, è stato fatto il volere del Signore. E pur tuttavia anche in grado, con un paio di battute ben piazzate, di strappare una risata unanime e all’unisono al primo pubblico in sala. Il finale poi, senza spoiler, è la perfetta conclusione. Fin dai primi versi di Battle Hymn of the Republic lo si intuisce: sarà fieramente americano, cioè spettacolare, pomposo e catastroficamente finto.

Questa e molte altre recensioni su tutti i prossimi film della Festa del Cinema di Roma sempre su CiakClub.it

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