Suzume, recensione: il nuovo terremoto di Makoto Shinkai

Suzume riporta su schermo le meraviglie registiche di uno dei maestri dell’anime giapponese, Makoto Shinkai, che già con il suo Your Name era salito sul podio dei film più visti al mondo nel panorama dell’animazione giapponese. Qui si riprendono i temi cari a Shinkai e al Giappone, non ultimo il terremoto del 2011.
Suzume, recensione il film più maturo di Makoto Shinkai

Che il ritorno su schermo di Makoto Shinkai dovesse essere anticipato da grandi onori, lo dimostravano anche solo quelli ottenuti, proprio di recente, in termini di grandi vetrine internazionali. Suzume, così s’intitola l’ultimo film della sua trilogia ideale dei cataclismi, viene infatti candidato alla 73esima edizione del Festival del Cinema di Berlino. Primo anime in concorso negli ultimi vent’anni (l’ultimo era stato, nel 2002, l’altro grande, Hayao Miyazaki con La Città Incantata.

Shinkai e Miyazaki – questo secondo, rievocato neanche così implicitamente in molti aspetti di Suzume – costituiscono ormai le punte di diamante con cui l’anime si è fatto strada nel troppo spesso, non abbastanza consapevole pubblico occidentale. Non è un caso che, proprio di Your Name, si vociferasse anni fa di un remake hollywoodiano in live-action.

Pubblico occidentale insomma, che di questo film non potrà che apprezzare le immediate qualità visive, narrative e registiche. Ma potrebbe perdersi, d’altro canto, tutto ciò che di Giappone – e di tragico, del Giappone – c’è in questo film e c’è stato nell’ultimo decennio di storia del Sol Levante.

La trama di Suzume

Fin dalla trama, Suzume vuole lanciare un chiaro filo conduttore che si arpioni alla memoria di chi non c’è più: nel film, la madre della protagonista; nella realtà, troppe madri (e padri, zii, amici e conoscenti) strappati ai propri cari nel lontano 2011, dalle scosse di terremoto o dallo tsunami che seguì. Qui siamo nella regione di Kyūshū e protagonista, come da titolo, è Suzume. Lei ha 17 anni, orfana di madre da quando, appunto, un terremoto la strappò anzitempo alla vita quando la figlioletta aveva ancora solo quattro anni.

Suzume è forte, anche se cerca di nascondere sotto il tappeto traumi non del tutto curati. Ma per quanto forte, qualcuno su cui si può fare affidamento insomma, sembra farsi trascinare da una forza quasi soprannaturale, magnetica, quando incontra Sōta. Il misterioso ragazzo va in cerca di rovine e chiede a Suzume indicazioni. E lei lo segue. E si ritrova in un villaggio termale abbandonato: fin da questo momento, i richiami a Miyazaki sono evidenti passando per La città incantata. E non si interrompono qui.

Raggiunto Sōta, la ragazza lo aiuta a rinchiudere una inquietante creatura di fumo rosso dietro una porta. La porta verso l’Altrove. Di porte ce ne sono tante altre. Missione di Sōta è chiudere tutte le porte. Se non dovesse riuscirci, la creatura (denominata “Verme”) scatenerebbe un cataclisma sismico che investirebbe (e distruggerebbe) l’intero Giappone

Terremoti, bombe e altre calamità cinematografiche

Il cielo violetto ricoperto di stelle in Suzume

A ciascuno il suo. In Miyazaki, quel detto e ridetto fil rouge – non sempre presente, in realtà, in tutti i suoi film – in cui si ritrova l’attenzione all’anti-bellicismo tanto caro al Giappone, dal Secondo Dopoguerra in poi. La minaccia nucleare in Nausicaa, i cieli fascisti di Porco Rosso, le navi da guerra del Castello Errante. Molto, non tutto, racconta di una delle due anime del Giappone: la paura della guerra, il ripudio della guerra, la paura di ciò che può cadere dal cielo.

Shinkao invece, con la sua già citata trilogia dei cataclismi, ha sempre voluto prestare attenzione, indirizzare lo sguardo, dall’alto verso il basso. All’altra anima del Giappone, quella rimasta battagliera nel dover combattere ogni giorno le forze – ben più distruttive e incontrollabili – che vengono dai meandri della terra. Il Giappone, un paradosso della geosfera, pronto in ogni momento all’evenienza di terremoti. O peggio ancora, di quello che li equivalga tutti.

È ancora viva la ferita del 2011 e questo in Suzume si avverte. E si apprezza che Shinkao voglia tornare a ricordarla al mondo. E intuendone l’importanza in questo momento storico, ricordandoci del rapporto inscindibile fra uomo e natura. Quello, alle volte, a differenza del mondo immaginifico di Suzume, è incontrollabile (alle volte, non leggano male i negazionisti della crisi climatica). E in quelle volte, tanto meglio ricordarsi dei rapporti su cui abbiamo potere. Quelli in superficie, fra di noi, con gli altri. Con chi non c’è più, accettandoci che non si sia più, e con chi c’è ancora, ricordandoci che è lì per noi.

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