Loving Vincent, la recensione del film di Dorota Kobiela e Hugh Welchman

Il rotoscope, o rotoscopio o rotoscoping, è una tecnica cinematografica, invero piuttosto antica, che permette di realizzare film d’animazione in live action. Le scene vengono effettivamente girate con attori in carne e ossa, poi la pellicola viene disegnata, riproducendo le immagini sottostanti. In origine si disegnava direttamente sopra la pellicola, mentre oggi questo processo è realizzato tramite il computer.

Il rotoscopio venne ideato nel 1918 dal pioniere dell’animazione polacco Max Fleischer per una serie di cortometraggi intitolati Out of the Inkwell, e, sebbene non abbia mai davvero rivaleggiato con l’animazione tradizionale (richiede più tempo e più spese), ha avuto numerose applicazioni degne di nota, a partire da diversi classici della Disney, che ricorreva al rotoscopio per aiutare i propri animatori nelle scene più complesse di film come Biancaneve, Alice nel paese della meraviglie, Peter Pan e diversi altri. Tra gli anni ’40 e gli anni ’50 ebbe grande rilievo nell’URSS, dove era considerato uno strumento utile alla causa del realismo sovietico. È stato poi utilizzato dai Beatles per alcune sequenze di Yellow Submarine (1968) e da Ralph Bakshi in numerosi lungometraggi, come nella sua incompleta ma particolarissima versione de Il signore degli anelli (1978). Esempi più recenti possono essere Waking Life (2001) e A Scanner Darkly – Un oscuro scrutare (2006), entrambi di Richard Linklater.

Loving Vincent di Dorota Kobiela e Hugh Welchman, coproduzione britannico-polacca tra i più forti candidati per il prossimo premio Oscar al Miglior film d’animazione, è quindi solo l’ultimo di una lunga lista di pellicole realizzare tramite rotoscopio. Con una particolarità, però. Essendo incentrata sulla figura di van Gogh, infatti, le scene normalmente girate in pellicola non sono state ridisegnate, bensì ridipinte, ovviamente nello stile del grande pittore olandese.

Comparazione

La trama, che inizia un anno dopo il suicidio di van Gogh, ruota attorno a una lettera da lui scritta poco prima della morte, restituita al mittente perché il destinatario, suo fratello Theo, non si trova. Un grande amico del pittore, il postino Joseph Roulin reso celebre da un dipinto di van Gogh, decide di inviare il figlio Armand, soggetto di un altro quadro, a cercare Theo, in un viaggio che si trasformerà in una vera e propria indagine sulla morte di Vincent a Auvers-sur-Oise.

Loving Vincent dunque a conti fatti è un giallo, dove i due registi ricostruiscono gli ultimi giorni di vita di van Gogh, nel tentativo di restituirne al pubblico la psiche e la complessa, sofferente, personalità. Superficialmente il film di Kobiela e Welchamn potrebbe sembrare vivere solo del suo straordinario impianto visivo: vedere gli uomini e le donne resi immortali dal pennello di uno dei più grandi pittori di ogni tempo, e vederli muoversi e vivere all’interno di quei mondi traboccanti di colore è un’emozione di cui fino all’ultima scena non ci si stanca, e ciò permette di godersi anche una storia narrativamente fin troppo semplice e didascalica.

Certo, anche solo così ci si dovrebbe congratulare con il team di oltre 100 artisti che ha manualmente dipinto i 65.000 fotogrammi che compongono il film. Dopotutto questo è il suo fulcro, no? Vuole essere bello da vedere e basta. Invece non è proprio così, perché Loving Vincent riesce a essere qualcosa di più, non solo una bella rappresentazione visiva di un giallo poco brillante. La trama mistery è infatti nient’altro che un espediente, e nemmeno la ricostruzione dei dipinti di van Gogh è il fine di Loving Vincent, di cui essa è un mezzo.

Painting

Concretizzare il mondo vissuto da Vincent van Gogh così come lui lo vedeva significa donare a ogni spettatore i suoi occhi di artista. Questo porta il pubblico a un’immedesimazione totalizzante, che gli fa vivere in prima persona non solo la sua realtà quotidiana, ma anche e soprattutto le sue vicende interiori, rendendolo partecipe dei tormenti del suo animo, di cui la pittura era espressione. Ciò garantisce un grande coinvolgimento nella sua esperienza di vita, nonché comprensione di essa: man mano che Armand ricostruisce gli ultimi giorni del pittore a Auvers, sempre più Vincent emerge, e non solo il Vincent pittore, ma principalmente il Vincent uomo.

Qui dunque risiede il valore di Loving Vincent, un film che senza essere un vero biopic riesce a raccontare nel profondo il suo personaggio, ricorrendo con genio alla bellezza della sua opera. Una bellezza capace di dare al film la potenza che lo contraddistingue, perché regala a chi lo ammira «eyes that know the darkness in my soul», come cantava Don McLean in Vincent, la sua canzone dedicata a van Gogh che in una bella versione di Lianne La Havas chiude il film.

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