La grande arte al cinema: il cinema, l’arte e le biografie d’artista

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La grande arte al cinema

L’introduzione della tecnologia Nexo Digital  ha rivoluzionato il racconto dell’arte al cinema.  Poiché, avvalendosi di una digitalizzazione in 2k ( 2 milioni di pixel per fotogramma ) consente una resa dell’immagine di nitidezza e luminosità inedite e impareggiabili. Ma il rapporto tra Arte e Cinema non nasce con “La grande arte al cinema”.

Con Il ciclo de “La grande arte al cinema”  il rapporto finora instauratosi tra la settima arte e le arti tradizionali è stato invertito. il cinema non è più considerato mero linguaggio espressivo al servizio dell’artista, nè mezzo di rappresentazione della vita e della poetica di un artista. Pur non cessando di essere creazione in sé, arte in sé,  al cinema è concessa ora la possibilità di porsi come una finestra aperta sul mondo, materialmente inteso, delle arti figurative: non deve farsi più interprete della vita e del pensiero di un artista; non gli è più richiesto di raccontare una storia dell’arte, ma attraverso la tecnologia Nexo Digital ha la possibilità di esplorare l’arte stessa: l’arte, in quanto concrezione tangibile di colore, luce, grana della tela, porosità del legno, rilucenza del marmo, ampiezza della pennellata piuttosto che profondità dell’intaglio…. la macchina da presa può oggi spingersi oltre: laddove solo l’occhio, e in particolare, l’occhio esperto finora si è spinto e, guidarci addentro l’opera d’arte, fino a scandagliarne gli abissi dei suoi più profondi segreti.

Esempio mirabile delle potenzialità delle nuove tecnologie è il recente Loving Vincent di Dorota Kaniela, nel quale,  la vetusta arte della pittura su fotogramma, viene grandiosamente rievocata dalla realizzazione di vere e proprie tele che, attingono a piene mani dall’universo pittorico di Vincent Van Gogh. Intento del film e, degli artisti che hanno collaborato al progetto, è quello di immergere totalmente lo spettatore nella visione vangoghiana: non soltanto attraverso il racconto di un brandello della sua storia, ma accompagnandoci per mano al centro del suo magmatico e vorticoso, mondo immaginario. Con Loving Vincent abbiamo la possibilità di vivere dentro l’opera dell’artista olandese, di sentire la sua pennellata ruvida e piena sulla nostra stessa pelle; in modo tale da non conquistare soltanto la cognizione dell’esistenza di Vincent Van Gogh, ma acquisire nuovi occhi con cui guardarla.

 

Loving Vincent arriva al termine di un lungo percorso in cui, come già accennato, il cinema e l’arte si sono rapportati in modi differenti.

Se la prima vocazione del cinema è stata quella di catturare il vero, la discussione sulle sue potenzialità artistiche è presto sorta, tuonando, ad esempio, tra le vigorose e sfolgoranti parole di Gabriele d’annunzio, a coronamento delle immagini del primo colossal del cinema italiano: Cabiria (Giovanni Pastrone, 1914). Il vate,  non solo vedeva nel cinema un irrinunciabile canale verso la modernità, ma soprattutto un efficacissimo strumento di elevazione del gusto e del pensiero,  di rafforzamento estetico e di istruzione delle masse. 

Il Futurismo, dalla sua, si dibatte tra il possibilismo di Balla e l’avversione di Boccioni. Ma ci sono alcuni tentativi degni di nota di cinema futurista: come Vita futurista (Ginna, 1916) e Thais (Bragaglia, 1917). Nel primo troviamo un uso quasi propagandistico di uno stile di vita futuristico – ad esempio ci viene mostrato come si siede un futurista -; mentre nel secondo viene riversato l’occultismo di Bragaglia e il gusto Liberty delle scenografie di Prampolini

Il vero primo legame fra il cinema e l’arte nasce con il Surrealismo di Dalì e Bunuel: Un Chien Andalou è opera esemplificativa dell’utilizzo che i surrealisti intendevano fare del cinema, in quanto mezzo rivoluzionario. La scena di apertura, una delle più crude che la storia del cinema ricordi, vede l’occhio di una donna venir tagliato con un rasoio: esso è un chiaro invito dei suoi autori a guardare oltre, verso ciò che non siamo abituati a vedere.

Per quanto riguarda il cinema storico e biografico –  ovvero il cinema che celebra l’arte attraverso il racconto filologico o romanzato della vita di un artista – moltissimi sono i film appartenenti a questo filone: Brama di Vivere (Minelli, 1956), Klimt (Ruiz, 2006), L’ultimo inquisitore (Forman, 2006), Turner (Leigh, 2014), Artemisia, passione estrema (Merlet, 1997), Surviving Picasso (Ivory, 1996); Pollock (Harris, 2000); Love is the Devil  (Maybury, 1998), Basquiat (Schnabel, 1996), Frida (Taymor, 2002)…

In questo contesto, andremo ad analizzarne due in particolare: I colori dell’anima, scritto e diretto da Mike Davis, è un film del 2005 in cui si offre una prospettiva sull’artista Amedeo Modigliani quasi integralmente romanzata, la quale attinge ben pochi elementi dalle notizie storiche di cui disponiamo. Il personaggio di Modigliani è impegnato sostanzialmente su tre fronti: una lotta impari contro una insana dipendenza dall’alcol; l’amore contrastato con Jeanne, la donna che rinuncia a tutto per inseguire il suo sogno d’amore e, la sua carriera, la quale si sostanzia in una dubbia rivalità con Picasso e nella frustrazione dell’artista incompreso. Intento di Davis, era probabilmente quello di creare la più struggente tragedia amorosa della storia dell’arte, riducendo l’arte di Modigliani a mero pretesto narrativo. Nulla si evince da questo film dell’artista livornese, se non della sua anima tormentata e di quegli occhi che nascono dalle setole del pennello a condizione che il dipintore sia stato in grado di carpire l’anima del soggetto.

 

Il secondo film di cui intendo parlare è Caravaggio del 1986, in cui il regista David Jarman utilizza magistralmente la fotografia e la luce per riprodurre l’opera caravaggesca. Ogni scena, anticipa e traspone l’arte di Michelangelo Merisi, intrappolando lo spettatore all’interno di quegli ambienti spogli, sporchi, asfittici. Suggerendo gli stessi angosciosi sentimenti, attraverso l’uso drammatico della luce che delinea le cupe espressioni dei volti e avvolge in un’ombra inquietante tutto ciò che è contesto. Le parole ridondanti della narrazione, pronunciate con tono sommesso e solenne, collocano senza dubbio, questo film negli anni della sua realizzazione eppure, a mio parere, Caravaggio di Jarman può essere considerato il più diretto precedente di Loving Vincent, riuscendo con mezzi squisitamente filmici a realizzare ciò che oggi è consentito dalla tecnologia digitale.

La Grande arte al cinema

Leggi la nostra recensione di Loving Vincent!

Critico d’arte contemporanea, esperto di body-art, arti performative e costume-play; appassionato di letteratura e cinema.

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