Prey: Comanche vs Predator, la recensione dell’ottimo prequel

Prey, ultimo capitolo del franchise di Predator, è finalmente disponibile su Prime Video. Si tratta di un'origin story ambientata nel XVIII secolo, in cui una tribù di Comanche è costretta ad affrontare uno Yautja in una lotta che si trasforma in una battuta di caccia. Di seguito trovate la nostra recensione completa del film.
Il poster del film Prey

Nel 1987, Predator, diretto da John McTiernan, rappresentò un’intelligente messa in discussione del modello proposto dal cinema muscolare dei primi anni Ottanta. In un contesto saturo di testosterone e cromosomi XY, il film metteva in scena la dissoluzione del mito dell’uomo invincibile, trasformando la forza bruta in una condanna piuttosto che in un vantaggio. Prey, diretto da Dan Trachtenberg, raccoglie l’eredità del primo capitolo del franchise sugli Yautja, ridefinendone non solo il design e l’estetica, ma anche il linguaggio visivo. Senza farsi schiacciare dalle sensibilità contemporanee, riesce a reinterpretare la saga con freschezza e autenticità.

Il franchise di Predator conta attualmente sette film, tra capitoli principali e crossover, consolidando il suo posto nella storia del cinema di fantascienza. Il design del Predator, secondo solo a quello dello Xenomorfo in termini di iconicità, ha lasciato un segno indelebile nell’immaginario collettivo, tanto che nel 2012 la comunità scientifica ha battezzato una nuova specie di ragno onopoide con il nome di Predatoroonops yautja in omaggio alla saga. Prey, l’ultimo capitolo della saga, segna un ritorno alle origini del cacciatore alieno con una prospettiva nuova e una sensibilità moderna. Il film è finalmente disponibile su Prime Video, tra le novità del mese di febbraio. Ecco la nostra recensione!

Di cosa parla Prey

Naru (Amber Midthunder) è una giovane Comanche determinata a dimostrare il proprio valore prendendo parte alla Kühtaamia, la “Grande Caccia”, il rito che segna il passaggio da apprendista a cacciatrice. Ma il suo cammino è irto di ostacoli: non solo deve affrontare i pregiudizi della sua tribù e la minaccia dei voyageurs, ma anche un avversario che nessun guerriero ha mai incontrato prima. Un Predator è giunto sulla Terra. Letale, invisibile e inarrestabile, questa creatura aliena stermina le sue prede con una brutalità inumana. Naru, armata solo della sua astuzia e della conoscenza della natura, dovrà affrontare il più grande pericolo della sua vita. Riuscirà a guadagnarsi il rispetto della sua tribù come suo fratello Taabe?

Cambiare nome, cambiare punto di vista

I Comanche in una scena del film Prey

La prima grande anomalia di Prey risiede nel suo paratesto, nella scelta audace di rompere con la tradizione del franchise, che ha sempre identificato il titolo del film con la creatura aliena. Questa volta non abbiamo più il predatore (Predator), ma la preda (Prey). Sebbene questa decisione possa ridurre l’appeal commerciale, rappresenta un’operazione consapevole da parte del regista: cambiare prospettiva. Chi sia davvero il predatore e chi la preda è una domanda che solo il finale del film potrà chiarire.

Il cambiamento proposto da Prey si sviluppa su più livelli, intrecciando innovazione e tradizione. Sul piano più evidente, il film si distingue per la sua ambientazione inedita: ci troviamo nel 1718, molto prima degli eventi narrati nei capitoli precedenti. Ma la vera svolta risiede nei livelli più profondi, con l’adozione di un punto di vista femminile e l’esplorazione di una minoranza etnica, elementi che ridefiniscono le dinamiche del racconto senza snaturarne l’essenza. Anche lo Yautja subisce un’evoluzione coerente con l’epoca storica. Il suo design combina elementi “proto-futuristici”, come la maschera in esoscheletro, con tecnologie balistiche più rudimentali, segnando un punto di contatto tra il passato e l’avanzata letalità della sua specie.

La scelta di un’ambientazione storica non è casuale, ma trova riscontro anche nei capitoli precedenti del franchise. Predator 2, ad esempio, ci offriva uno sguardo all’interno della nave aliena, dove cimeli di diverse epoche erano esposti come trofei di caccia, suggerendo così la lunga tradizione venatoria degli Yautja. Del resto, è proprio questa la loro essenza: cacciatori interstellari in perenne ricerca di nuove sfide.

Un film essenziale e diretto

Lo Yautja in una scena del film Prey

Prey è un film essenziale, privo di arzigogoli ma ricco di sangue e budella. Se fosse un teorema, potremmo dire che il quadrato della regia è uguale alla somma dei quadrati delle scene d’azione e della tensione narrativa. Prey mantiene un equilibrio perfetto tra estetica e brutalità, tra ritmo e impatto visivo, trasformandosi in un’esperienza tanto cruda quanto coinvolgente. Dan Trachtenberg esporta la claustrofobia di 10 Cloverfield Lane in un contesto più ampio e primordiale: la foresta, territorio in cui la caccia è il principio cardine delle catene alimentari.

Il Predator rappresenta un’anomalia all’interno di questo equilibrio naturale, un’entità che non uccide per necessità, ma per dimostrare la propria supremazia, scegliendo come prede solo gli avversari che considera degni di combattere. La caccia diventa così la metafora centrale del franchise, un tema che in Prey viene ricondotto alla sua essenza più ancestrale e viscerale. In tutto questo c’è spazio anche per una componente di formazione tipica del genere coming of age.

Al netto di qualche imperfezione sul fronte degli effetti visivi e di alcune forzature narrative, Prey è esattamente ciò che ci si aspettava. Riemergono i leitmotiv visivi che hanno reso iconica la saga, come la soggettiva della telecamera termica, il minaccioso puntatore laser a triangolo, il sangue bioluminescente e l’estetica grandguignolesca. Insomma, pur cambiando il titolo, Prey resta un film di Predator in tutto e per tutto.

Invasione al quadrato

L'iconico raggio laser a triangolo tipico del Predator in una scena del film Prey

Naru e la sua tribù non devono affrontare solo lo Yautja, ma anche un gruppo di sudici bracconieri, la cui brutalità non è poi così diversa da quella della creatura. Anche loro, infatti, scuoiano le proprie vittime, rendendo il parallelismo tra i due predatori ancora più evidente. Questa seconda minaccia, seppur marginale rispetto alla caccia principale, non aggiunge particolari sviluppi narrativi, ma fornisce un prezioso rifornimento di body count, amplificando il ritmo e il divertimento delle sequenze più sanguinose. Dopotutto, la saga di Predator conserva una forte impronta slasher, e come tale non può rinunciare ai suoi archetipi più essenziali.

Il film si distingue per l’attenzione dedicata all’accuratezza storica e culturale, sia nel casting che nella ricostruzione della vita dei Comanche. Per offrire una rappresentazione autentica, la produzione ha collaborato con esperti della cultura Comanche, garantendo una narrazione il più possibile fedele alle tradizioni della tribù. Gran parte del cast è composto da attori nativi americani, tra cui Amber Midthunder, protagonista carismatica di origini Sioux, che non solo incarna perfettamente l’eroina del film, ma si conferma anche come una promettente stella del cinema.

Insomma, Prey è un film che non dà più di quello che promette e non pretende di essere altro da sé. Diretto, crudo e frenetico come una battuta di caccia, si offre allo spettatore senza compromessi. Sta a voi decidere se assalirlo con lo sguardo critico del predatore o lasciarvi catturare dal suo fascino discreto, accettando di essere la sua preda.

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