Please Baby Please, la recensione: siamo tutti tragedie ambulanti

Come fa una donna a farsi rispettare? Cosa è un uomo? A queste domande Amanda Kramer risponde con Please Baby Please, una storia di riscoperta di sé in chiave umoristico-teatrale nei i bassifondi newyorkesi del '56. Nella società del giudizi Suze e Arthur scoprono la realtà queer e, tra violenza e fantasie, capiscono quali sono i loro ruoli.

Dal 31 Marzo è disponibile su Mubi Please Baby Please, il dramma vanesio di Amanda Kramer (Ladyworld) che mescola in maniera quasi nevrastenica questioni di genere, umorismo, prove attoriali e giochi estetici ed erotici.

La trama: un mondo di confronti e misure

Suze (Andrea Riseborough) e Arthur (Harry Melling)
Suze (Andrea Riseborough) e Arthur (Harry Melling)

Con chiari cenni (iniziali) al West Side Story di Robbins e Wise , e a Scorpio Rising di Kenneth Anger, le vicende della giovane coppia beatnik di Suze e Arthur si incrociano con quelle degli Young Gents, una banda di greaser che trasformerà la noia matrimoniale in lussuria inesplorata. 

Clarinettista Lui e casalinga Lei, si ritrovano a dover affrontare le trasformazioni come individui e l’accettazione del loro vero io dopo l’incontro con Teddy, il capobanda interpretato da Karl Glusman ispirato alla figura di Stanley Kowalski. Il ragazzo cattivo ma essenzialmente dolce ed incompreso risveglierà nei protagonisti la voglia di esporsi, rinunciando all’inutile aspirazione di essere un “vero uomo” ed una perfetta donna di casa. 

Please Baby Please: la fiera delle ambiguità

Il ruolo "femminile" di Suze in Please Baby Please
Il ruolo “femminile” di Suze in Please Baby Please

In mezzo alle latrine notturne e semideserte, la coppia di sposini Arthur e Suze diventa simbolo delle ambiguità. Pur vivendo in sintonia, i due protagonisti sono in totale contrapposizione: sono maschio e femmina, tormento e rabbia, frustrazione ed esplorazione. 

La moglie e casalinga bohémien, interpretata da un’incredibile Andrea Riseborough, oggetto di polemiche per la sua recente nomina agli Oscar, ulula come i cani in gabbia, quasi a sfidare tutti gli standard pre-imposti alla donna. Vuole essere impressionante ed imponente, sottomessa ma anche dominante. Con i suoi capelli arruffati e l’eyeliner ad ala rovesciata, si disfa di un lato femminile che non le appartiene più, e si atteggia in pose plastiche facendo della rabbia il mezzo con cui trovare la sua pace interiore. 

In antitesi l’Arthur di Harry Melling ( Neville Paciock in Harry Potter) vive impaurito, con la faccia al muro mentre volano bottiglie di vetro e avviluppato alla gamba del più forte nella stanza. Disprezza se stesso perché non riesce a definirsi attraverso la violenza, quasi risultando cedevole. In realtà il suo personaggio cresce lowkey in uno spazio non binario e in diversi monologhi privi di pietismo, riesce a dar luce al tormento interiore che la scoperta della propria sessualità può creare.  

Questione di Genere

Cole Escola in una scena del film
Cole Escola in una scena del film

La fluidità dei personaggi si riflette sul genere stesso della pellicola che naviga tra il noir e il musical, il drama ed il fantasy erotico. I personaggi, dai principali ai secondari, si inerpicano sulla scala di appartenenza sociale per esplorare la mascolinità, la vulnerabilità e la violenza fino a raggiungere la liberazione tra balli erotici, incontri civettuoli e sequenze fantasiose di pratiche BDSM. 

Le incursioni di umorismo sono tra le parti migliori. Spicca una fra tutte quella di Cole Escola, che nella storia ha un duplice ruolo (simbolico). 

Si dice “tra moglie e marito non mettere il dito”, ma il comedian nei panni del proprietario di un gay bar ci mette un bicchiere di gin rickey, e si cimenta nella rivisitazione stonata della ballata Since I Don’t Have You degli Skyliners quando interpreta una casalinga queer con le decalcomanie floreali in viso ed il cuore spezzato in petto. Il suo personaggio, infatti, rappresenta colui che instilla il dubbio in Arthur sul suo matrimonio e funge da svolta emotiva per Suze, che ispirata dalla performance capisce chi vuole effettivamente essere.

Demi Moore la starlet dei bassifondi di Please Baby Please

Demi Moore nei panni di Maureen
Demi Moore nei panni di Maureen

Dopo un periodo di assenza, Please Baby Please è l’occasione di ritorno per Demi Moore nel mondo del cinema . Nel suo cameo l’attrice interpreta in chiave molto (auto)ironica Maureen, la vicina del piano di sopra, ex sex symbol e diva che “dovrebbe essere famosa, ma è solamente sposata”. La donna, mantenuta dal marito assente e circondata da diversi amanti, snocciola con la protagonista Suze discorsi sull’emancipazione e sulla sottomissione femminile, dando al film quel necessario senso di mistero.

Il troppo stroppia?

Please Baby Please è in tutto e per tutto una satira sperimentale chiaramente ispirata ai toni dissacranti e provocatori di John Waters (Pink Flamingos, Cry Baby), maestro del cinema indipendente degli “anni creativi”. 
I dialoghi schietti e intelligenti ma spiritosi, si sviluppano all’interno della cornice iper-stilizzata delle atmosfere teatrali degli anni cinquanta, tra giochi di colore, illuminazioni esagerate, artificiali ed alterate.

Please Baby Please, esagera per semplificare

Scena dal film Please Baby Please
Scena dal film Please Baby Please

Sul tavolo c’è così tanto che quasi lo spettatore è spinto ad abbandonare ai primi cenni di confusione. Ma è un percorso totalmente studiato. Tutto è deliziosamente strano, torbido ed esuberante.  

La regista parte da una premessa lineare e di facile comprensione, come quella del matrimonio tradizionale, e la sviscera servendosi di un tono grottesco, languido ed allucinato per arrivare al cuore. Disimballa i suoi personaggi e ne scopre la psicologia che è più complessa di quanto si possa pensare, proprio come il viaggio che ognuno di noi compie per trovare il proprio posto (identitario) nel mondo. Il cinema torna quindi ad essere strumento narrativo

La teatralità è volutamente smaccata e sostituisce qualsiasi parvenza di reale. L’ambiente dei bassifondi di Manhattan è, infatti, ricostruito in studio per ricreare un passato alternativo, ucronico, in cui la fluidità sessuale è un dibattito quotidiano e non mal accettato. 

Questa forte impronta stilistica spiega perfettamente il punto di vista della Kramer che è quello di una donna progressista dei giorni nostri, regista in una realtà prevalentemente maschile (e maschilista?) all’interno di una società patriarcale fondata sulla disparità. 

Please Baby Please ha vinto il gran premio della giuria per il miglior lungometraggio narrativo statunitense all’Outfest 2022 e rientra, anche nella suddivisione su Mubi, in quella fetta di cinema LGBTQ+. Fateci sapere la vostra!

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