Pietà, la recensione del film di Kim Ki-duk vincitore a Venezia 69

Il diciottesimo lungometraggio del regista sud-coreano, Pietà, è un’opera complessa che mescola simbolismo cristiano, sesso e violenza. Ecco la nostra recensione.

Quando è arrivato, nel 2012, al Festival del Cinema di Venezia, Kim Ki-duk lo ha fatto da assoluto protagonista. Il regista coreano, che ha visto la sua fama crescere vertiginosamente dopo il meraviglioso Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera, è diventato negli anni successivi un vero e proprio maestro, entrando in quella ristretta cerchia di registi orientali apprezzati e addirittura venerati da gran parte della cinematografia occidentale.

Al Festival si presentava anche come possibile (e sperata) sorpresa, dato che i suoi precedenti film avevano seguito una parabola discendente, che dopo l’acclamato Ferro 3 del 2004 aveva portato addirittura al fallimento (in termini di giudizio della critica) rappresentato da Amen nel 2011. Nessuno si aspettava che un regista in grado di realizzare fino a quel momento 17 film in appena 15 anni potesse mantenere lo stesso livello qualitativo per tutte le sue opere, ma era da un pò che Kim Ki-duk non riusciva a produrre un film memorabile, ed è questo che tutti si aspettavano.

Pietà, la recensione del film di Kim Ki-duk vincitore a Venezia 69

Pietà è la storia di Kang-do (Lee Jung-jin), un orfano trentenne che vive nei sobborghi di Seul e lavora come strozzino. Il suo mestiere consiste nel recarsi da chi ha chiesto un prestito al suo capo per costringerli a ripagare il debito, compito che Kang-do assolve senza mostrare compassione o turbamento. Un giorno, si accorge che una donna continua a seguirlo, e nonostante i suoi tentativi di cacciarla, lei continua imperterrita. Alla fine, la donna gli rivelerà di essere sua madre, e dopo una iniziale diffidenza, Kang-do si convincerà della sincerità della donna e la sua vita cambierà.

Nonostante la sua brevità (il film dura appena 104 minuti) Pietà riesce a sviluppare i suoi temi in maniera convincente, costruendo un’evoluzione che riguarda ogni personaggio ed è ovviamente centrale per quanto riguarda il protagonista. Tratteggiato come un cinico e violento strozzino, Kang-do cambia profondamente dopo l’arrivo della madre, e cambia ancora una volta dopo il rapimento simulato della stessa. L’uomo attraversa tre diverse fasi, arrivando a mettere in dubbio tutto ciò che aveva fatto fino a quel momento.

Pietà, la recensione del film di Kim Ki-duk vincitore a Venezia 69

Crescendo senza una madre, la sua vita è stata segnata dalla mancanza di amore materno che si è tradotta negli anni in una mancanza di pietà verso gli altri esseri umani. Le vittime di Kang-do sono uomini che hanno già perso tutto, e nonostante le loro preghiere, nonostante le lacrime riversate, lo strozzino li condanna ugualmente ad una vita impossibile, attraverso l’inflizione di menomazioni fisiche che oltre ad essere un limite corporale diventano anche un blocco psicologico. Esistenze condannate alla miseria, impossibilità di trovare un lavoro, e disinteresse della società per chi soffre sono le linee entro cui Kim Ki-duk racchiude la critica ad una Corea cinica e spietata.

Si perché la critica rivolta all’ambito sociale è una costante del film. Un elemento che serpeggia neanche troppo velatamente fra le linee della narrazione, che ricorda il modo in cui il Park Chan-wook di Mr. Vendetta riusciva ad inserire una storia di violenza personale in un contesto più ampio. Un’altra similitudine fra i due registi è quella che riguarda il concetto della vendetta. Essa non abbandona mai le motivazioni dei personaggi, essendo ambivalente, universale, e necessaria. Non solo, come è ovvio che sia, le persone che hanno perso tutto a causa di Kang-do vogliono vendicarsi di lui. Cercano la vendetta anche i parenti di questi, traducendo l’amore che essi provano per i loro cari in odio verso chi li ha ridotti così.

Pietà, la recensione del film di Kim Ki-duk vincitore a Venezia 69

Un odio che nasce dall’amore, così come nasce dall’amore (questa volta mancato) il cinismo del protagonista. E cinica è anche la visione di Kim Ki-duk, che non lascia spazio né alla speranza, né alla redenzione. La parabola di Kang-do, fino alla seconda parte, che coincide con lo sviluppo, sembra preludere ad una conclusione positiva. Sembra concedere, anche a un uomo che ha operato per il male, una possibilità di salvezza nell’amore materno che comprende e perdona. Tutto ciò dura poco però, perché la grande abilità del regista trasforma una situazione apparentemente positiva in un disastro, e una storia di redenzione in una di vendetta e autodistruzione.

Kang-do, dopo il rapimento simulato della madre, si trova a dover affrontare le persone che ha menomato. E’ costretto ad osservare il risultato del suo violento lavoro, e comincia a capire il male che ha causato. In tutto questo, si inserisce la vendetta di una donna che lo ha ingannato, che lo ha intrappolato in una rete di sentimenti familiari per poi lasciarlo cadere nel vuoto. Allora la redenzione, la salvezza e la pace sono in realtà irraggiungibili dopo una vita vissuta nel peccato. Siamo lontani dal concetto del perdono cristiano, Pietà si situa piuttosto dalle parti dell’antico principio del karma: l’odio genera solo altro odio.

Il film di Kim Ki-duk è stato dunque il risultato più positivo della produzione del regista dai tempi di Ferro 3, ed è riuscito a non soffrire gli scomodi paragoni con Park Chan-wook grazie all’adozione del simbolismo cristiano che ne fa un film complesso ed universale. Un’opera difficile da digerire, che ha in sé la feroce bellezza della cruda verità.

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