A Quiet Place – Un posto tranquillo: la recensione del film di John Krasinski

La recensione del film horror di John Krasinski, A Quiet Place - Un posto tranquillo, con Emily Blunt e Millicent Simmonds.

0
909

In un qualsiasi film che si rispetti, la suggestione data delle immagini è l’elemento decisivo per la riuscita di una pellicola. Questo si potrebbe semplicisticamente estendere a tutto quello che rappresenti il cinema nella sua essenza. Ma possiamo trovare dei generi, dove rispetto ad altri, il proprio comparto visivo ha una funzione nettamente maggiore e rilevante. Si può pensare al musical con le sue sequenze sovra-spettacolarizzate, il film di fantascienza ambientato in dei luoghi lontani dalla realtà e dall’immaginazione, o il film storico, dove troviamo un minuzioso lavoro nel ricostruire nel minimo dettaglio un’epoca o un contesto del passato. Il genere su cui preme soffermarmi, però, è il film dell’orrore.

A Quiet Place

Il cinema horror, in relazione ad altri generi, ha bisogno di un lavoro formale più intenso, capace di destabilizzare e spiazzare il suo spettatore. Le ambientazioni, l’uso dell’illuminazione, il design dei suoi personaggi, il modo in cui li si accompagnano con la macchina da presa, il montaggio febbrile, sono tutti elementi che devono convergere appieno per suscitare a chi fruisce il film, un sentimento di paura, disgusto e ansia. Non è un caso che la prima cosa che ci viene spontanea fare di fronte a una scena orrorifica, sia quello di toglierne lo sguardo, o di coprirci gli occhi. Una negazione spontanea dell’atto stesso di guardare, quell’elemento basilare su cui è fondato il piacere di andare al cinema.

A Quiet PlaceNel film A Quiet Place, il regista/attore John Krasinski, decide, però, di voler dare maggiore rilievo all’assetto sonoro. La trama è molto semplice, in un futuro non tanto prossimo, la Terra si ritrova invasa da delle creature, presumibilmente aliene, sensibili a qualunque minimo rumore. Lee Abbott (Krasinki) e sua moglie Evelyn (Emily Blunt), insieme ai loro figli, sopravvivono nel più assoluto silenzio, comunicando tramite la lingua dei segni. Gli ostacoli sono dei più vari, come il dover camminare perennemente scalzi, il muoversi quietamente e darsi dei segnali d’emergenza alternativi senza usare il più lievissimo suono. L’attrice emergente sordomuta Millicent Simmonds, interpreta la figlia primogenita della coppia, Regan Abbott, una bambina solare e caparbia, fonte di preoccupazione prioritaria per i suoi genitori, vista la sua condizione che la rende inabile a ogni rumore. Krasinski non tiene a darci tante spiegazioni del “perché” o del “come” è avvenuta l’invasione, ci trasporta senza indugio nella nuova situazione con cui la famiglia deve convivere. Le città sono desolate, il silenzio incombe per le strade, anche il minimo passo fatto con più decisione potrebbe attirare l’attenzione dei feroci e raccapriccianti mostri. La loro dimora immersa nella campagna, degna erede dell’abitazione della famiglia Sawyer del film culto di Tobe Hooper, non è più un luogo portatore di macabri incontri, ma vero e unico rifugio per riscoprire il candore famigliare oramai perso. La cantina simbolo di uno spazio abitato dal male, come nella saga di La Casa di Sam Raimi, diviene uno spazio dove poter trovare conforto alla minaccia proveniente dall’esterno. A Quiet Place sembra voler sovvertire i luoghi comuni del cinema horror classico, ed esaminare il rovescio dei sistemi comunicativi che dominano la nostra società contemporanea. In un mondo dove oramai la norma è divenuta il dover comunicare a distanza, con la mediazione di devices tecnologici, in A Quiet Place la comunicabilità faccia a faccia risulta essenziale, anche se è delimitata dai gesti della lingua dei segni.

A Quiet PlaceKrasinski e il duo di sceneggiatori, Bryan Woods e Scott Beck, riescono in maniera quasi minimalista a definire un modo originale di fare cinema horror. Basato su pochissimi dialoghi, con una narrazione alquanto ordinaria e senza ostentare troppo sadismo, trattengono lo spettatore ugualmente in tensione verso le sorti della famiglia protagonista. Non possiamo definirlo un horror di completa rottura, come lo fu The Blair Witch Project al tempo, che sperimentando una manovra già usata da Ruggero Deodato venti anni prima, allargò il range di scelte possibili nell’assetto formale di un film del genere. Però, non si può togliere il merito, di aver comunque cercato di dare un tocco singolare a un cinema horror, che oramai il più delle volte segue la linea del sensazionalismo spicciolo. Con A Quiet Place, non saremo disturbati dalla visione di terrificanti demoni, né da orripilanti omicidi, basterà lo scricchiolio del pavimento o la rottura di una lampada, per rompere la sovrastante silenziosa quiete che aleggia nella casa della famiglia Abbott e in sala.

Leggi altre recensioni su CiakClub.it!

Nato a Roma, classe 1991.
Non molto bravo nelle autodescrizioni.
Sono un semplice appassionato a qualunque genere di immagine-movimento sullo schermo.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here