Immaginate di avere l’età che avete adesso ma nel 1946. Vivete nello stesso paese o città in cui vivete ora, la quotidianità è meno articolata da un punto di vista tecnologico, ma siete sempre voi. Con buone probabilità gli ultimi 5 anni vi hanno sconvolto, strappato via qualcosa che non potrete più riavere indietro. State facendo i conti con la realtà: l’Italia farà fatica a rimettersi in piedi. Voi con lei. Ora immaginate di vedere al cinema Paisà, un film che non sarà in grado di restituirvi cosa avete perso negli ultimi anni, ma che riuscirà a toccarvi nel profondo.
Uscite dal cinematografo e non riuscite a smettere di pensare a Carmela, a Joe, al piccolo Pasquale, alla malinconica Francesca. Non riuscite a smettere di pensare a voi, a chi avete perso negli ultimi anni, a cosa ha perso un’intera nazione, forse tutto il mondo. Roberto Rossellini è il regista di questo film chiamato Paisà. Un uomo che è riuscito a portare sullo schermo un realismo spiazzante, crudo e nudo. Un Neorealismo mediante il quale riuscite a immedesimarvi, a sentirvi un po’ meno soli.
Paisà: l’antologia Neorealista

Paisà esce al cinema il 10 Dicembre 1946 e proprio da ieri, dopo quasi 77 anni, è disponibile alla visione su MUBI. E’ un film che a impatto appare lontano, appartenente a un’epoca che effettivamente non è più la nostra. Non c’è quasi niente in comune con i film che siamo abituati a vedere al cinema oggi. Eppure, al netto dell’atmosfera nostalgica che quasi ogni film in bianco e nero provoca, questo lungometraggio commuove, emoziona, fa rabbia in un modo che è senza tempo. Il protagonista di quest’opera è l’essere umano e il suo bisogno innato di altri esseri umani.
Rossellini, dopo il successo di Roma città aperta, non perde tempo, raduna una squadra di scrittori tra i migliori che conosce, tra cui un certo Federico Fellini, e lavora a questo film che, ancora meno del precedente, non scende a compromessi con la realtà. Il regista sente la necessità di raccontare la guerra, o meglio di mostrarla per quello che è stata. Crea un’opera dal contenuto storico unico. Nessun espediente narrativo, nessuna star del cinema. Gente qualunque, vera, quasi analfabeta ma in grado di raccontare storie di tutti i giorni, in quell’Italia di cui noi possiamo solo immaginare gli orrori.
Come Paisà racconta la Guerra

Questo prezioso contenuto storico e culturale è diviso in sei capitoli, narrativamente distinti tra loro. Ognuno racconta una storia che potrebbe essere quella che ci ha raccontato almeno una volta un nostro anziano parente. Sei storie di persone che hanno una loro vita cucita addosso, obbligate a fare i conti con una realtà che non è di casa. Rossellini è dolce, ma ogni racconto lascia un amaro in bocca, un po’ come la vita. La macchina da presa è una finestra sulle vicende di questi uomini, donne e bambini, rendendo questo film una delle vette massime del Neorealismo italiano.
Episodio I

1943, gli americani arrivano in Sicilia. Trovano la gente del posto e Carmela, giovane donna in cerca di padre e fratello, si propone di accompagnare i soldati dai tedeschi. Arrivati, la ragazza attenderà in un fienile in compagnia del soldato Joe. Queste due persone non hanno niente in comune, nemmeno riescono a parlarsi per via della lingua. Ma c’è un linguaggio universale che li lega in quel momento: il dolore, l’essere distanti dalla normale realtà e la voglia di tornare a com’era prima, farla finita con questa storia.
La regia è semplice, la storia non ha colpi di scena. Vediamo due persone qualunque passare del tempo assieme. Ma è il contesto che il cineasta riesce a creare che fa la differenza. Utilizzando ellissi, Rossellini invita lo spettatore a rilassarsi provando tenerezza di fronte a questi due giovani che fanno i gesti per riuscire a capirsi. Ma dopo poco, ricorda a chi sta guardando che siamo comunque nel mezzo di una guerra.
Episodio II

Siamo a Napoli. Joe è un soldato della polizia militare americana stanco e ubriaco. Incontra Pasquale, un ragazzino con cui scambia delle confuse e sbiascicate parole. Inutile dire che i due non hanno idea di cosa l’altro stia dicendo, ma cantano e ridono assieme. Joe si addormenta e Pasquale gli ruba le scarpe. Quando Joe riuscirà a rintracciare il bambino, si renderà conto che la realtà che Pasqualino vive è molto più greve di un paio di scarpe rubate.
Di nuovo, i due non hanno nulla in comune. Per capirsi meglio Joe canta una canzone in una scena che strappa le lacrime dal viso. Il piccolo Pasquale rappresenta l’Italia e la sua condizione disastrata. Un episodio di vita quotidiana, dove la quotidianità è la sopravvivenza tua e del tuo paese.
Episodio III

Roma al contrario si legge amor ed è proprio l’amore il protagonista dell’episodio ambientato nella capitale. Fred è un soldato americano. E’ ubriaco. Incontra una prostituta che lo invita a seguirla. L’uomo è troppo alterato per condividere un momento di intimità, ma, rilassatosi, racconta di come, arrivato in Italia, si innamorò di Francesca, una ragazza che non ha più rivisto. La prostituta non ha dubbi: è lei Francesca. La narrazione si fa tenerissima, ma mai smielata. Rossellini ci mostra le conseguenze più invisibili della guerra. Sembra che uomini e donne, in periodo di guerra, non abbiano il diritto all’amore.
Episodio IV

Firenze è sotto assedio, sta venendo liberata dall’occupazione nazista. Tutti i ponti, tranne il Ponte Vecchio, sono stati distrutti e entrare in città è impossibile. Ma l’infermiera inglese Harriet non si da per vinta: deve ritrovare il suo amato Lupo, un capo partigiano. Parte alla disperata ricerca dell’amato con l’amico Massimo, a sua volta alla ricerca della famiglia.
C’è un qualcosa di spaventosamente inquietante in questo episodio. Le riprese della città vuota, la fuga dei due giovani. Nonostante la distanza temporale, conseguenza superficiale del bianco e nero, risulta quasi impossibile non sentirsi infranti nel pensare a una persona amata e di cosa faremmo noi al posto di Harriet o di Massimo. Rossellini non ci da tregua: le conseguenze della guerra non risparmiano nessuno.
Episodio V e VI. Terminano Paisà e la Guerra

In un convento di frati sull’Appennino emiliano tre cappellani militari americani trovano rifugio. Dovranno, però, gestire le differenze culturali tra uomini di chiesa da diverse parti del mondo. Nell’ultimo episodio, invece, partigiani italiani e soldati americani combattono fianco a fianco in Veneto. Con delle scene strazianti, capiamo come nessuna delle due parti sia riuscita ad abituarsi alle tragedie della guerra.
Questi ultimi due capitoli segnano la fine della guerra. Tra tutti sono quelli con il taglio registico più documentaristico. Il V rende una lungimirante idea di cosa succederà in Italia nei prossimi anni: culture e tradizioni diverse si mischieranno, nessuno sa con quali conseguenze. Il VI colpisce un’ultima volta la sensibilità dello spettatore. Quando il commentatore fuori campo annuncia la fine della guerra, ci si sente sollevati ma sfiniti. E’ finita, finalmente, ma a quale costo.
77 anni ci dividono da quelle immagini sullo schermo. Un tempo così lontano ma che, attraverso l’occhio neorealista del maestro Rossellini, si avvicina drasticamente. Il titolo è stato inserito nella lista dei 100 film italiani che hanno cambiato la memoria collettiva del paese. Assieme a Roma città aperta e Germania anno zero fa parte della trilogia della guerra antifascista. Candidato al premio Oscar nel 1950 per la miglior sceneggiatura originale. Vincitore di tre Nastri d’Argento e numerosi altri premi, Paisà è una visione dal contenuto culturale unico, la cui eredità fa ancora da maestra a cineasti di tutto il mondo.









