Napoli velata: una proposta d’arte concettuale. La recensione

Con Napoli Velata, Ferzan Ozpetek porta al cinema una Napoli divisa e contraddittoria che si incarna nel volto e nei traumi profondi di una donna.

Napoli Velata è la storia di una donna, Adriana (Giovanna Mezzogiorno) dal volto grigio e l’attitudine remissiva, ma ne cui occhi chiari, sferzati dalla luce, pulsa la sete di vita.

Una sera, Adriana incontra Andrea. La voce dell’istrione interagisce con la corte di sguardi che s’instaura tra i due, indagando dietro il velo – espediente teatrale – il mistero della seduzione.

Subito, in questa fase, interviene l’elemento grottesco, tanto caro alla narrativa di Ozpetek: dalle labbra di questi individui – eccessivi, caricaturali, titanici nei loro aneliti di libertà, ma al contempo caratterizzati da suggestiva rassegnazione – di consueto, spurga la verità.

Napoli Velata

I teatranti sono la prima incarnazione del grottesco ozpetekiano, la vecchia indovina è la seconda. Ma, in questa Napoli velata dai fumi dei vulcani, la verità non è rivelata: La gente non sopporta troppa verità.

La rappresentazione è terminata, un velo simbolico viene chiuso sulla scena e la telecamera torna ad occuparsi delle dinamiche della seduzione: Andrea è giovane, bellissimo e sicuro di sé; Adriana è grigia, titubante, inciampata in un gioco erotico che subisce, confusa e impacciata. Ma Andrea è il motore dirompente di questa scena, è il colore caldo e oscuro della voluttà che la trascina d’impeto nella vita fremente, nella bellezza, nella passione.

La scena d’amore che si consuma è un inno alla bellezza del corpo umano: i due amanti si impongono sulla scena con il favore della luce che ne disegna le curve, le linee, i solchi… vivida e meticolosa come il polpastrello che avido, percorre il profilo dei nervi, tesi e pulsanti, nello sforzo dell’amplesso. Non stupiscono, i continui riferimenti al museo Archeologico: poiché Andrea rappresenta l’Adone, il giovane aitante dalla bellezza scultorea e, proprio nelle forme scolpite di un’antica e misurata perfezione estetica, l’infatuazione quasi adolescenziale di Adriana, ritrova il corpo fremente dell’amato.

Napoli Velata

In un luminoso scorcio cittadino si rivela l’euforia di Adriana, la cui camicia rossa dall’audace e disinvolta scollatura, esalta questa rinnovata sete di vita. Il grigiore, però, torna ad incombere e si riflette nell’incomodo di un turno di lavoro inatteso, nell’ambiente cupo e dimesso dell’ospedale in cui Adriana, anatomopatologa, pratica le autopsie.

Nel corpo orrendamente deturpato del giovane, il medico riconosce il tatuaggio dell’amante e, da quel momento, viene risucchiata da un vortice di follia e superstizione, dai confini indistinti.

La vita che improvvisamente l’aveva colta, come il fragore che ridesta dal torpore, era passata. Fuggita via senza un rumore, senza un saluto e giaceva nell’inerzia di quel corpo, di cui si era fatta strumento. Lo sguardo di Adriana, che comprende di avere di fronte il cadavere di Andrea, è lo sguardo di una donna incapace di accettare che, quel felice appiglio fuori dal baratro, si era sgretolato tra le sue dita.

L’irrazionalità, a quel punto, è l’unica risposta plausibile.

La costruzione della trama, da questo punto in poi è un’opera d’arte concettuale: Questa città, i suoi segreti, non li svela a nessuno.

Napoli Velata

La verità, non è data. Adriana è assorbita da un inquietante circolo di visioni: in una città immensa ella è perseguitata dalla presenza di un giovane che ha il volto dell’amato scomparso. Lo insegue, controcorrente sulla scala mobile, tra gente dagli abiti estivi, leggeri e floreali, mentre lei indossa un blue, scuro e pesante, tipico delle stagioni fredde, che sembrano esistere solo in lei.

Napoli Velata, però, non è un romanzo di amore e morte: è un thriller in cui la verità è un meccanismo contorto, un circolo vizioso che ti ingloba in un labirinto di realtà supposte e apparenti, in cui l’unica possibilità di uscita è l’assunzione di un punto di vista, necessariamente parziale o l’abdicazione totale da ogni logica prospettiva. Ozpetek fornisce un quadro concettuale di realtà possibili o impossibili, quasi come in Lynch, non fornisce una verità, non ha la verità e non se ne preoccupa. A più riprese, lo ribadisce: La verità è figlia del tempo.

Un amante, un fratello gemello che compare proprio quando il cuore non si da pace, una vecchia inferma, madre di una superstizione antica come Napoli, come l’amore e come quelle domande esistenziali a cui mai, nessuno, ha dato risposte soddisfacenti.

Nel giallo della morte si disseminano le tracce di un trauma nascosto tra i ricordi dell’infanzia: chiave di volta di quel sentimento che appare ossessivo, inquietante, del tutto irrazionale: l’amore, il tradimento, l’abbandono, la morte. Tutti annidati nel cuore del suo nucleo famigliare scomparso, di cui una zia solitaria e irriverente, è l’unica testimonianza rimasta. E, ancora, non stupisce l’ambigua invettiva che la stessa, rivolge a Napoli: la città crudele, “stronza”, che non ama i suoi figli. La città perennemente sospesa tra luce e ombra, tra euforia e languore, tra gioia e disperazione. La città del canto, della vitalità, dell’amore… che conserva la paura, in agguato dietro ogni angolo.

Napoli Velata è un film concettuale che racconta di una città che ha troppi volti per riconoscersi in uno soltanto. Il suo, è il volto di Adriana, delle sue inquietudini, dei suoi spettri del passato su cui i suoi occhi chiari indugiano e poi, cercano la vita, oltre l’ombra che ne è parte integrante, che resta, e che non andrà via. Nonostante la bellezza, l’arte, l’amore che si profilano all’orizzonte.

Napoli Velata

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