L’Intervallo, la recensione del film di Leonardo Costanzo (2012)

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L'Intervallo
L'Intervallo di Leonardo Costanzo (2012)

Un’ambientazione lugubre e fatiscente è il palcoscenico sul quale si consuma questo dramma dell’attesa, a due voci: L’Intervallo di Leonardo Costanzo.

L'Intervallo

L’Intervallo ci conduce a Napoli, o meglio, in una piccola porzione di essa: un ospedale abbandonato, un’architettura diroccata e polverosa sulla quale il tempo e la natura hanno preso il sopravvento. Attraverso di esso, Costanzo ci mostra un’immagine di Napoli differente sia dall’esaltazione patinata delle sue bellezze turistiche, sia dai cliché di sporcizia e illegalità: la città partenope è un luogo lugubre e abbandonato, fagocitato dall’eversione di forze inarrestabili, simboleggiante dal florido verdeggiare che s’insinua, prepotente, in ogni anfratto della struttura in decadimento; dell’acqua che ristagna ma che “da bere nun ce sta”; dei ratti che fanno paura ma che se sbatti i piedi “s’ ne fujn”; danneggiata dalle incursioni violente che, in quel microcosmo, hanno la forma di un gruppo di adolescenti curiosi e l’impatto di una bamboletta spray su un muro in mattoni o di un vetro rotto; una Napoli in cui la memoria e le tradizioni vivono pienamente, sino a scavalcare il presente, contribuendo a quel meccanismo di immobilità che ne è cifra costitutiva.

In questa ambientazione uniforme, come le caselle in Dogville, sono prigionieri due adolescenti: la bella Veronica, che sconta la colpa di un misterioso sgarro al capo della Camorra e il suo timido e impacciato secondino: Salvatore, che ha diciassette anni, ed è quello delle granite o Salvatore “lo scemo”.

Ne L’Intervallo Il tempo della narrazione è indeterminato poiché esso si svolge nell’attesa di un evento: l’arrivo del capo della camorra, il temibile Bernardino e della resa dei conti. A questo evento, Veronica, si preparerà lungo tutto il tempo della detenzione: procurandosi oggetti contundenti come armi, scrivendo una dichiarazione e consegnandola a Salvatore, temendo per la sua vita.

L’interazione tra i due ragazzi è inizialmente burrascosa e Salvatore fatica a contenere gli assalti verbali e fisici di questa ragazzina capricciosa e sicura di sé che sembra non possa essere piegata da niente, né dalle minacce, né dalla detenzione. Mentre Salvatore appare l’unica vera vittima sacrificale: ricattato, immischiato in un gioco da cui continuerà a dichiararsi estraneo e che è tanto diverso dalla sua routine, dal suo posto nel mondo che magari non è ciò che gli piace ma “l’aggia fà”.

In questa prospettiva, il sequestro del carretto delle granite è l’atto con cui la camorra sottrae a Salvatore la sua vita per un giorno, le sue certezze, gettandolo in uno stato di smarrimento. Lo privano di un’identità per conferirgliene un’altra: quella del secondino, per un intervallo di tempo.

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E Salvatore, con la sua consueta umiltà fa anche questo, finché questa convivenza forzata non diventerà, per entrambi un terreno di confronto.

L’Intervallo si apre con una perifrasi ornitologica: i cardellini, che pur si lanciano contro le sue sbarre, non osano varcare l’uscio aperto della gabbietta.

Nel corso de L’Intervallo scopriremo che il padre di Salvatore è un profondo conoscitore di cardellini e, attraverso la contemplazione di essi, scopriremo l’anelito all’evasione che si cela nel cuore di quel ragazzone chiuso e un po’ goffo. Il suo desiderio di librarsi in volo oltre il grigiore della sua esistenza è palpabile, quando una barca sudicia abbandonata in una fogna, diventa il pretesto per un viaggio fantastico alla scoperta di terre lontane, come lontano è il Madagascar, come lontani sono gli gnù. Lontani da Napoli, lontani dal suo carretto delle granite e lontani dalla noia e dalla paura che sono i più veri e terribili carcerieri.

Veronica, che non ha la più pallida idea di cosa sia uno gnù, ha fantasie più nazionalpopolari: inforca gli occhiali e, su quella stessa barca, è semifinalista per “L’isola dei famosi”. D’altra parte, il lavoro giusto per lei “non l’hanno ancora inventato”.

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L’arco narrativo de L’Intervallo si estende dalle ore più luminose del mattino fino alla tarda sera. Siamo in estate, in un’estate molto calda, in cui improvvise piogge estive sono annunciate dal gonfiarsi dei cardellini, all’occhio di un esperto sognatore. La luce, naturale, penetra sapientemente gli spazi angusti costituendo il principale strumento narrativo di questo dramma: nelle ore diurne, essa esalta le solitudini dei due protagonisti, come in un Hopper, colti nella loro incapacità comunicativa; mentre le ore della loro complicità conoscono passaggi chiaroscurali netti, nell’opposizione interno/esterno. Ed infine, ecco una luce caravaggesca sferzare il buio pesto di un corridoio, quando con l’ora tarda giunge il tempo del temuto incontro. L’atmosfera drammatica è così costruita.

Bernardino è una sagoma che avanza nell’oscurità. Quando la luce fioca della finestra ne rivela il volto, il suo giovane viso, gli occhiali e la calvizia che ricordano più un impiegato di banca che un capo camorra, ci deludono.

La prigionia, ad ogni modo, non ha ammorbidito Veronica di cui ormai conosciamo “la colpa” che, con la solita caparbietà, tiene testa al minaccioso Bernardino. Ma non sono davvero il contrasto, l’opposizione, la sfida, ciò che la giovane ribelle sta cercando: ella rivendica il diritto alla spensieratezza, alla neutralità, all’estraneità dalle “cose vostre”, le cose dei grandi, le questioni che non sente appartenerle. E per questo, a capo chino e muso duro tenta, tenta ancora di farsi da parte, tenta finché non si arrende poiché si rende conto che nessuno può dirsi estraneo e, che, proprio come recita il titolo di un film di M. T. Giordana, Quando sei nato non puoi più nasconderti.

L'Intervallo

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Critico d’arte contemporanea, esperto di body-art, arti performative e costume-play; appassionato di letteratura e cinema.

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