Un’entità indecifrabile si aggira per le strade di Roma. Il suo aspetto sembra uscito direttamente da una tela di Giorgio De Chirico: un velo le copre il volto, indossa un cappotto rosso brillante di poliestere e trascina con sé una flebo di sonnifero. Questo è il personaggio di Eleonora Danco in N-Ego. Si tratta di una di quelle opere sperimentali difficili da costringere nei limiti di uno specifico medium e di un genere; pertanto, ogni tentativo di schedatura risulta infruttuoso e limitante. N-Ego è infatti un’opera che esplora in maniera personale e inedita le potenzialità del mezzo cinematografico e dell’arte in generale, mettendo in crisi lo spettatore più reazionario, convinto di sapere cosa sia definibile come film e cosa non lo sia.
Liquidare il film della Danco come un “non-film” è, infatti, tanto riduttivo quanto superficiale e rischia di appiattire il dibattito sulle possibilità del cinema e della poesia. L’opera d’arte, nella nostra contemporaneità ipermedializzata, soggetta alla bulimia di immagini o, per dirla con termini più autorevoli, “nell’epoca della sua riproducibilità tecnica“, ha sempre più confini duttili. È proprio con questi spazi che gioca N-Ego, arrivando a mettere in scena un mosaico di storie vere, interrotte da flussi di coscienza poetici sconnessi, in stile cut-up. Il tutto sostenuto da immagini evocative e inquadrature grandangolari che interrogano lo spettatore rivolgendosi direttamente alla macchina da presa.
N-ego: un linguaggio meta

Sfidare i confini del medium attraverso la messa in discussione di alcune regole è una pratica che alcuni registi hanno elevato al grado di “marchio di fabbrica”. Si pensi, ad esempio, agli ultimi lavori di Harmony Korine, con Aggro Drift, oppure a Roy Andersson e ai suoi tableaux vivants in Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza. Allo stesso modo, Eleonora Danco, qui alla sua seconda regia, decide di stimolare lo spettatore, investendolo di suggestioni e storie. In questo senso, si passa con disinvoltura dallo sguardo in macchina (allo sputo in macchina anche), all’intervista in stile reportage.
Ci sono anche brevi siparietti metalinguistici in cui emerge la presenza stessa della troupe e del copione. Quello che importa alla regista è immergersi all’interno dell’autenticità della vita, nel tentativo di nobilitarla con la poesia e con il cinema. Eleonora Danco infatti vaga come uno spettro, filmando le testimonianze di persone comuni: c’è l’ex carcerato analfabeta, il biker nato a Napoli che si sente in realtà un indiano, la donna vittima di violenza domestica che non crede più all’amore, Antonello e tanti altri personaggi, ognuno con una propria storia. A ciascuno di loro, la regista pone domande diverse, che spaziano dal “credi nell’amore?” al “ti masturbi?“. Tutto questo conferisce all’opera una forte componente meta: guardare N-Ego è un po’ come ritrovarsi all’interno di un film scritto come una performance di slam poetry, ma girato come se fosse un videoclip di una canzone indie.
Verso il cinema, la poesia e oltre

Come si è detto, N-Ego è un film sperimentale e, come tale, il suo obiettivo è esplorare possibilità e forme espressive non convenzionali (come fa Pupi Avati con il suo Un Natale a casa Croce). Un intento che può essere considerato raggiunto, vista la pluralità di linguaggi impiegata all’interno del film. Certo, in alcuni punti, forse, la voglia di sperimentare rischia di contenere in sé anche la sua parodia, come evidenziato da alcune scene che risultano quasi stereotipate e caricaturali, a causa della loro forzata imposizione poetica nel linguaggio. Malgrado ciò, Eleonora Danco sorprende per la sua libertà espressiva e la sua innata creatività, che le permettono di mettere in scena domande e suggestioni con lo spirito incosciente di una fanciullezza preservata.
N-ego è stato presentato in concorso al Torino Film Festival, nella sezione lungometraggi insieme a Ponyboi di Esteban Arango e tanti altri film.









