Ponyboi, recensione: un “Queerfellas” al neon a Torino 42

Ponyboi è stato presentato in concorso nella sezione lungometraggi del Torino Film Festival. Diretto da Esteban Arango, alla sua seconda regia, il film si distingue per essere un'opera indie originale e allucinata. Caratterizzato da un'estetica al neon e da una grana visiva che richiama gli anni ’80, Ponyboi è un film tutto da scoprire.
Dylan O' Brien e River Gallo in una scena del film Ponyboi

Ponyboi è un film che si rivolge alla comunità LGBTQIA+ e a chiunque si senta escluso dalla maggioranza. L’opera di Esteban Arango è un invito in formato audiovisivo rivolto alle persone BIPOC, un audace monito per coloro che, nel tentativo di riprendere il controllo della propria vita, hanno dovuto affrontare il passato, il pregiudizio e la discriminazione. Ciò che colpisce nella seconda opera di Arango è la capacità di fondere diversi generi cinematografici con l’urgenza di una riflessione profonda sul concetto di identità di genere. Il film è un allucinato mafia movie in salsa queer, interpretato da River Gallo, attore e attivista intersessuale, che in Ponyboi porta sullo schermo un personaggio intersessuale.

Ambientato in New Jersey nel giorno di San Valentino, il film di Arango racconta la storia di Ponyboi, un sex worker costretto a confrontarsi con la mafia locale dopo che un affare di droga provoca la tragica morte del fratello del boss. Il viaggio del protagonista diventa un percorso di autoaccettazione e di espiazione di un passato tormentato. È la notizia della malattia terminale del padre, infatti, a riportare a galla i ricordi dell’infanzia vissuta come persona intersex all’interno di una tradizionale famiglia salvadoregna.

lo strano ibrido di genere di Ponyboi

River Gallo e Dylan O' Brien in una scena del film Ponyboi

Se siete un pubblico affetto dal Gender Empathy Gap, cioè dalla difficoltà (o resistenza) di attivare un’identificazione emotiva con un personaggio di genere diverso dal vostro, Ponyboi di Esteban Arango riesce nell’intento ambizioso di filtrare il mafia movie attraverso una riflessione sull’identità di genere, creando un ibrido inedito che gioca e smentisce l’iconografia classica del gangster. Questo artificio narrativo è l’elemento vincente per proporre, anche al pubblico più irriducibile e ignorante, un immaginario queer esplicito e senza edulcorazioni, che solo il cinema indie ha ormai il coraggio di mettere in scena. Lo dimostra la scelta di tagliare un bacio gay ne Il Gladiatore 2 di Ridley Scott.

Per tutta la durata della pellicola, lo spettatore è progressivamente indotto, grazie all’abilità della scrittura, a entrare in empatia con il personaggio interpretato da River Gallo. Il suo passato emerge gradualmente, rivelato attraverso una sospensione temporale che si attiva ogni volta che Ponyboi raggiunge l’orgasmo o quando è sotto l’effetto di droga. In tutto questo, non dobbiamo dimenticare che Ponyboi resta comunque un film di genere, in cui scorrono sangue e violenza, il tutto condito da una forte estetica dominata da luci al neon e al tungsteno, che conferiscono all’immagine una geometria onirica. Il risultato ricorda quello creato dal direttore della fotografia Marcell Rév nella serie Euphoria. Lo stesso Arango ha confermato in conferenza stampa di essersi ispirato a quel particolare taglio di luce, specialmente nelle scene in cui Ponyboi fuma i cristalli di meth.

L’interpretazione di River Gallo

River Gallo nella scena finale del film Ponyboi

Il lungometraggio di Esteban Arango è l’espansione narrativa dell’omonimo cortometraggio creato da River Gallo, che rappresenta il vero e proprio centro di gravità di Ponyboi. La sua è una performance straordinaria, che non solo cattura l’attenzione, ma è anche un chiaro segno di come sia possibile fare cinema partendo dal proprio vissuto personale (come ha fatto Kyle Hausmann-Stokes, ex Marine con il suo ultimo film) cercando di sublimarlo sotto forma di arte. River Gallo, con la sua interpretazione, riesce a trasmettere una profondità emotiva e una verità cruda che arricchiscono il personaggio di Ponyboi, trasformandolo in una figura complessa e affascinante.

La sua capacità di infondere nel ruolo la propria esperienza rende il film ancora più potente, dimostrando come l’autenticità e l’emotività possano incontrarsi nel linguaggio cinematografico per raccontare storie universali in modo originale e toccante. “Non sono gli ormoni a definire ciò che sei” spiega Charlie in una scena del film, un’affermazione che comprendiamo meglio quando vediamo Ponyboi conteso tra gli estrogeni e il testosterone, un po’ come Neo indeciso tra la “pillola rossa” e la “pillola blu”. Il suo personaggio lotta per la sopravvivenza dopo essere stato ripudiato dalla famiglia, così come combatte per costruirsi una vita dignitosa lontano dallo sfruttamento del pappone Vincent (Dylan O’Brien).

L’inclusione di Ponyboi

Murray Bartlett e River Gallo in una scena del film Ponyboi

Il film di Arango si muove in una costante sospensione tra realtà e immaginazione, senza fornire spiegazioni univoche allo spettatore. Bruce esiste davvero, oppure è una proiezione del desiderio di Ponyboi di avere un padre o qualcuno che lo protegga? Non ci è dato saperlo. Al di là di alcuni inciampi stereotipati, la pellicola, presentata in concorso a Torino 42, decide di includere nel suo messaggio finale non solo la sua comunità di riferimento, ma anche tutti gli esclusi, che sicuramente sapranno riconoscere nella storia di River Gallo un invito all’autodeterminazione, indipendente dalla biologia e dalla famiglia.

Non avrei mai immaginato di raccontare questa parte di me” ha testimoniato l’attore. “Per molto tempo ho pensato che l’intersessualità fosse qualcosa di cui vergognarmi. Ora ho capito che è qualcosa da celebrare, e vedere il pubblico accogliere questo film con entusiasmo è una vittoria per la comunità intersex e trans. Ponyboi non solo darà forza alla comunità intersex ma a tutte le persone emarginate”.

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