Levers, recensione: eclissi, tarocchi e arcani maggiori al TFF

Levers parte da un’eclissi folgorante che sconvolge una cittadina del Manitoba, ma trasforma presto l’idea in un’esperienza rarefatta. Le tre protagoniste restano figure simboliche, senza evoluzione né profondità: presenze evanescenti che attraversano il trauma senza mai incarnarlo davvero.
Una scena del film Levers

Levers, il secondo lungometraggio di Rhayne Vermette, parte da un’intuizione potentissima, un’eclissi improvvisa che spegne il sole sopra una cittadina del Manitoba, ma decide quasi subito di trasformare quella premessa in una prova di resistenza per lo spettatore, più che in un vero dispositivo narrativo.

L’incipit è folgorante: durante l’inaugurazione di una scultura, il cielo si spegne, le tenebre avvolgono ogni cosa, il mondo si ferma per un giorno intero davanti ai televisori in attesa che la luce ritorni. Quando il sole finalmente risorge, però, non porta con sé alcuna pacificazione. Anzi, è proprio il ritorno della luce a rendere più inquieta l’aria, come se qualcosa nell’ordine naturale si fosse spezzato per sempre. 

È qui che il film intreccia le traiettorie di una scultrice, di una giovane funzionaria pubblica e di una guardia giurata: tre figure-cardine che avrebbero dovuto incarnare i diversi livelli del trauma collettivo. Avrebbero dovuto. Perché se c’è un problema strutturale che Levers non riesce mai davvero a risolvere è proprio questo: i personaggi restano presenze evanescenti, sagome simboliche più che corpi vivi. 

Non evolvono, non si approfondiscono, non costruiscono una vera dialettica tra loro. Si limitano ad attraversare il film come testimoni smarriti di un evento più grande di loro, senza che questo smarrimento trovi mai una vera traduzione psicologica. La vaghezza è una scelta, certo, ma qui diventa presto un alibi.

Levers: il tarocco della stasi

Una scena del film Levers

Il racconto procede per 22 micro-capitoli, per frammenti, per suggestioni che sembrano rifarsi esplicitamente alla struttura degli Arcani Maggiori dei tarocchi. Una costruzione che ambisce al mito, al rito, all’enigma. Ma che nella pratica produce soprattutto dispersione. Levers non accumula tensione: la diluisce. Ogni nuova scena promette una rivelazione che puntualmente non arriva. Ogni simbolo si stratifica su quello precedente senza che si crei una vera progressione. Il risultato è un film che sembra sempre sul punto di accadere, e che invece rimane costantemente sospeso.

La forma, da questo punto di vista, è tanto affascinante quanto soffocante. Le immagini in stile vintage, i colori scuri e accesi, l’impressione di osservare un materiale d’archivio proveniente da un mondo parallelo: tutto contribuisce a costruire un’atmosfera ipnotica, quasi da incubo analogico. Ma è un incubo che non cambia mai volto. Il rischio, inevitabile, è che l’estetica finisca per divorare il senso. Dopo un’ora, si ha l’impressione che il film stia reiterando lo stesso concetto in forme leggermente diverse, senza mai davvero avanzare.

Un atto di fede senza miracolo

Una scena del film Levers

Levers sembra chiedere allo spettatore un atto di fede permanente, ma senza costruire un patto solido. E alla lunga, la fede si consuma. Resta, va detto, uno sguardo sincero sul territorio del Manitoba, sulle sue stratificazioni culturali, sul dialogo, più evocato che affrontato, tra cattolicesimo e radici Métis. Resta anche un’idea di cinema come gesto collettivo, artigianale, “fatto in casa”, che nella dichiarazione d’intenti è persino commovente. 

Ma l’autenticità produttiva non basta a colmare le crepe di una drammaturgia deliberatamente disinteressata alla chiarezza, senza però riuscire a trasformare l’opacità in vera forza. Levers è un film che scambia spesso l’astrazione per mistero, il silenzio per densità. E invece, a volte, il silenzio resta solo silenzio. L’eclissi che dovrebbe sprigionare terrore cosmico finisce per diventare un fondale immobile; la morte che si insinua nella quotidianità resta un’ombra raccontata più che vissuta.

Levers affascina, a tratti ipnotizza, ma non incide. Come un’eclissi osservata dietro un vetro spesso: suggestiva, sì, ma incapace di bruciare davvero sulla retina. Scopri anche le altre recensioni dal TFF 2025!

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