Il Primo Uomo: la recensione del film di Damien Chazelle con Ryan Gosling

Dopo tre film sulla musica (oltre a Whiplash e La La Land il meno noto Guy and Madeline on a Park Bench), aveva destato stupore e curiosità la scelta da parte di Damien Chazelle di raccontare lo sbarco sulla Luna, una storia molto lontana da quelle che finora sembravano interessarlo. Ma non si può che apprezzare il coraggio di un regista che decide di allontanarsi dai lidi che già conosce per salpare verso mari ignoti. Tanto più che l’esplorazione spaziale è sì di grande interesse narrativo, ma si tratta di una materia a grande rischio di retorica, e Chazelle poteva essere l’uomo giusto per non cedere all’ampollosità che tanti registi statunitensi non avrebbero saputo evitare. Anzi, in Whiplash aveva dimostrato di saper problematizzare la mania americana per il successo e l’individualismo: sebbene molti abbiano visto il suo film proprio come un’apologia di questi ideali, dalla rappresentazione che egli ne fa emerge invece una visione molto più critica, come si può comprendere dal primo piano del padre che chiude il film, la cui espressione da compiaciuta muta in inquietata nel momento in cui davvero capisce il sacrificio del figlio.

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Il Primo Uomo

Storia di un’ossessione

Il Primo Uomo non è così diverso. A questo punto possiamo intuire il vero fil rouge tra tutti i film di Chazelle, al di là della sua passione per la musica (comunque evidente anche qui): l’ossessione che porta al martirio. Prima un ragazzino che rinuncia alla propria adolescenza per diventare un grande musicista, poi il pianista e l’attrice che per inseguire le proprie vocazioni abbandonano il loro amore, ora Neil Armstrong pronto a rischiare la vita per raggiungere la luna. Si può certamente dire che Chazelle apprezzi la forza di volontà dei suoi protagonisti, ma non nasconde il male che è spesso necessario accettare per raggiungere obiettivi tanto elevati.

Questa duplicità è evidente ne Il Primo Uomo se lo si guarda con attenzione, oltre il suo essere prima di tutto un grande film per il grande pubblico, e ciò è merito del talento registico di Chazelle. Il suo quarto lungometraggio riesce a trasmettere il senso del meraviglioso che un’avventura all’epoca così mirabolante doveva suscitare in tutti: durante l’intera visione si condivide con i personaggi il desiderio di raggiungere l’impossibile, quello stesso desiderio che bruciava nel cuore di Armstrong. La Luna, così lontana, eppure per la prima volta a portata di mano… un brivido scende lungo la schiena quando guardando il film la vediamo.

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Il Primo Uomo

Un viaggio all’insegna dell’angoscia

Contemporaneamente, però, anche la morte è presente in ogni inquadratura. Non c’è una scena in cui non si percepisca la sua presenza. Il film inizia con una morte, e quella stessa morte non ci abbandonerà nemmeno sulla superficie lunare, nel luogo vagheggiato per decenni e due ore di film lontano quasi 400.000 chilometri dalla Terra. Tra i due momenti non ci viene mai permesso di dimenticare la pericolosità dell’impresa, e coi nostri occhi vediamo il tributo, anche di sangue, che essa pretende. Ryan Gosling è perfetto proprio per questo: la sua costante espressione rigida e malinconica dà volto a un Neil Armstrong tormentato, coraggioso e abile come ogni vero eroe americano ma destinato o forse condannato a vivere con la morte sempre attorno a sé e dentro di sé, un destino che suo malgrado impone anche alla famiglia. Persino la fotografia, così sporca, sembra volerci ricordare questa angoscia che mai lo abbandona.

La perfetta sintesi di questi due aspetti si ha nelle splendide scene “d’azione”, quando Neil, a bordo di una navicella, si ritrova a rischiare la propria vita piroettando su se stesso nel vuoto cosmico. Sono scene tachicardiche, costruite con un’eccezionale maestria, in cui regia e montaggio buttano lo spettatore nella cabina assieme al protagonista (incredibile la sequenza di apertura). C’è la paura per il rischio esiziale, ma anche l’eccitazione per l’impresa. Bisogna tornare a Gravity per trovare un film di questo tipo altrettanto immersivo.

Il Primo Uomo è dunque un biopic, ma riesce ad affrancarsi dai limiti del genere cui appartiene. Non è ancora il capolavoro di Chazelle, ma forse il suo film finora meglio strutturato. Come detto, poi, non è nemmeno una vera deviazione dal suo percorso, perché ripropone quello che è il nucleo del suo cinema, pur sotto spoglie diverse. E in questa nuova forma emerge più che mai il suo grande talento visivo, ma non solo. Il Primo Uomo come i suoi precedenti film è un’opera costruita attorno a un’idea, e anche in questo caso, dove comunque una certa celebrazione di un moderno mito statunitense doveva risaltare (il produttore è Spielberg), è un’idea non banale e che non viene presentata troppo direttamente al pubblico. Essa c’è, ma sta allo spettatore vederla sotto la forma di una narrazione classica. Ecco, Il Primo Uomo è un biopic con tutto quello che ne consegue, ma è un biopic intelligente e pensato da un regista di grande talento quale è Damien Chazelle.

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