Abbiamo incontrato Mario Martone al Giffoni 2023, ospite presso la sezione Workshop del Festival. Si parla degli esordi – come regista dei momenti di gioco tra lui e il fratello con soldatini e dinosauri – si parla del gruppo di ricerca teatrale a cui ha dato vita nel 1977, il Falso Movimento, e del drive che spinge tutti nel mondo del cinema: “Si ma c’è sempre un’attitudine, sennò uno non fa cinema. Mai incontrato uno senza un’attitudine sul set, penso che ognuno di voi ce l’abbia sennò non sareste qui. Una spinta. Resterai in questo lavoro se cel’hai, al di là di quanto guadagni.”
“A Napoli c’era uno spazio teatrale – Spazio Libero. Anche Toni Servillo ha cominciato lì, lui, coetaneo, era di Teatro Studio di Caserta, era il suo gruppo. Io portavo un phone, un bicchiere di plastica, oppure non so…c’era un armadio con ante a scacchi? Allora prendevo il Super 8 – C’era una volta la pellicola – montavamo con lo scotch la pellicola all’anta, avevo questo film di Chaplin e lo proiettavo attraverso questi scacchi in modo un po’ dilatato. Ho messo poi dei vetri scassati all’ingresso così chi entrava faceva questo rumore fantastico. E magari catturavamo l’attenzione di un critico”.
Martone e Troisi sono figli inquieti di Napoli

“Si stancherà mai di ritrarre Napoli?” gli viene chiesto. “Si, ad esempio mo’ mi so stancato”. Tutti ridono, non era del tutto ironia: “Eh ma ne ho fatti quattro a Napoli, Il sindaco di Rione Sanità, Nostalgia, Qui rido io, Laggiù qualcuno mi ama”. Non facciamo riferimento esplicito a Troisi, ma è nell’aria: “La questione Napoli…era una di quelle che con Massimo ci…” – silenzio, pausa, riformula – “Eravamo diversissimi io e Massimo, però c’era una stima, una simpatia…e una voglia di fare film assieme. Il rapporto con Napoli ci univa, ma era un po’ sbilenco”.
“Siamo dei figli inquieti della città. Per entrambi la napoletanità è sempre stata un peso”. Sembra di aver sentito l’assurdo, l’attenzione si alza, ma è perfettamente in linea con lo spirito della città. “Ci ho vissuto tanto, ma quello che mi interessa a me è l’umano, non il napoletano. Quello che conosco meglio è l’umano a Napoli. È come chiedere a Scorsese ‘ma perché fai tutti i film a New York? O a Ozu: ‘Ma perché tu fai tutti i film a Tokyo?’ È chiaro che esplori quello che conosci e Napoli per me è quello che conosco.
Dall’altro lato non posso negare e non voglio negare Napoli”. Il discorso si sposta poi sul Giovane Favoloso: “Ecco ad esempio Leopardi arriva a Napoli e dice: ‘finalmente a Napoli potrò vivere a caso’ li capisce cos’è la verità – dura – quella che ogni napoletano conosce – sapendo che dietro quella verità si crea una maschera, di teatro, musica. Io poi vivo a Roma dagli anni ‘90, ho vissuto più li…questa dimensione ubiqua mi corrisponde. Vado a Napoli, sto del tempo e poi prendo distanza. Ma scusate, non è il modo di stare al mondo?”
Giffoni 2023: “la giusta distanza è la chiave”

Per esprimere quel senso di amore e stanchezza ci parla di un film di Carlo Mazzacurati – La giusta distanza. “Era un uomo stupendo. Racconta il mondo padano e l’umano, la giusta distanza rimane una frase decisiva per me come ‘Mi raccomando, cerchiamo di fare una cosa tra il dignitoso e il dignitoso‘. Si riferisce ad una frase che un critico cinematografico, Rino Miele – il primo ad aver notato il gruppo teatrante napoletano – gli aveva detto. Da allora non l’ha più dimenticata.
Poi il moderatore ci avvisa che partiranno due contributi visivi, uno da Nostalgia o uno da Laggiù qualcuno mi ama – il tempo stringe e bisogna scegliere – dalla nostra fila un coro unico di Laggiù qualcuno mi ama – una voce più avanti: “ma è documentario, Nostalgia è film” – “Ma un documentario non è film?”. Alla fine che importa? Mettono entrambe. Si passa da “Feli tu sei in pericolo. Se tu parlassi il caso sarebbe riaperto – io sono colpevole quanto lui”, a Troisi, che porta da mangiare al professore del piano di sopra: la dimensione di noia nel restare ad aspettare che la persona finisca.
Troisi inizia a muovere la lampada e ad essere rimproverato, ridiamo sul problema del contadino che “ancora non si impara a fa’ i conti”. Martone guarda le clip seduto sotto il grande schermo e torna la questione distanza – “Ecco, adesso io guardavo il pavimento, gli oggetti sulla scrivania, i bottoni, i gesti delle mani, l’ultimo momento in cui Francesco si raccoglie in meditazione. È importante vedere le cose da più punti di vista. Potrei vedermi tutto il film così e vedrei un altro film. Potremmo sdraiarci tutti quanti sotto a vedere questo o un altro film e si scoprirebbe proprio un altro film.”









