All of a Sudden potrebbe essere l’ultima Palma d’Oro della storia

All of a Sudden racchiude tutto ciò che rimaneva da dire sull'umanità, prima che finisca. La nostra società è come un malato d’Alzheimer, dice Ryusuke Hamaguchi. Non ci resta che prenderci cura l’uno dell’altro. Dovrebbe essere Palma d’Oro.
Virginie Efira e Tao Okamoto in una scena del film All of a Sudden

Il cinema ci ha sempre parlato della fine del mondo. O se preferite, della morte e più in generale del concetto di fine. Uno dei problemi di tanto cinema che vediamo oggi, non a caso, è che non si conclude. Tutta questa tendenza alla serializzazione altro non fa che assecondare (mentendoci spudoratamente) il nostro desiderio che le cose non finiscano mai, la convinzione capitalistica che non si arrivi mai a un punto di saturazione. In risposta a questa tendenza, tutta un’altra fetta di cinema cerca di avvertirci del contrario. E questa urgenza, sempre più assillante, è più che mai evidente in questa edizione del Festival di Cannes. Gran parte dei film parlano della stessa, rispondo l’uno alle domande dell’altro. E le risposte più esaustive, definitive, inequivocabili, le abbiamo trovate in All of a Sudden, il nuovo film di Ryusuke Hamaguchi con cui il regista del bellissimo Drive My Car ci dice chiaro e tondo, con tanto di lavagnetta ma con tutta la delicatezza che lo contraddistingue: “Il mondo sta per saltare in aria. Che vogliamo fare col tempo (poco) che ci resta?“. Dovrebbe essere la Palma d’Oro e, a rigor di logica, potrebbe essere l’ultima.

Il corpo sociale è come un corpo umano

Sempre per la serie: discorsi che mi trovo a fare al bar – qui lo chiamano “café” – e ritrovo tre giorni dopo nei film che vedo a Cannes. La sera prima dell’inizio del festival, notavo con un’amica come la nostra società somigli un malato di Alzheimer. I dati sul deficit d’attenzione e i danni neurologici a lungo termine provocati dagli schermi sulle nuove generazioni, sono drammatici. Quelli sullo sfruttamento delle risorse del pianeta, anche. Siamo come un corpo malato di cancro e una mente affetta da Alzheimer. Proprio come nel ciclo di vita di una persona, siamo arrivati ai nostri 90 anni: stiamo morendo. E proprio da questa premessa infatti, questa assimilazione fra corpo umano e corpo sociale che sarà cruciale per capire tutto il senso di All of a Sudden, comincia il discorso di Hamaguchi. Comincia da due donne, che ovviamente hanno capito tutto.

Si chiamano nello stesso modo. Marie-Lou e Mari – due bravissime Virginie Efira e Tao Okamoto – sono rispettivamente una francese che ha studiato antropologia e ora gestisce un centro di cura per anziani affetti da Alzheimer e altre patologie generative, e una giapponese che ha studiato filosofia e dirige uno spettacolo teatrale su Franco Basaglia, il rivoluzionario psichiatra italiano che ispirò la legge omonima per la chiusura dei manicomi e rivoluzionò l’approccio di cura e trattamento al paziente. Marie-Lou sta provando a fare qualcosa di simile nel suo centro, promuovendo un nuovo approccio che chiama “Humanitude” e che somiglia tanto a un’idea di Democrazia in opposizione all’angheria. Mari, invece, sta morendo di cancro terminale sulla soglia dei 40 anni.

S’incontrano, si riconoscono, forse s’innamorano ma a un livello completamente platonico, intavolano un dialogo filosofico-politico che dal francese si alterna costantemente al giapponese e viceversa, perché entrambe parlano fluentemente la lingua dell’altra (bellissimo). E grazie alle evidenti affinità, arrivano a una terribile conclusione: la fine è imminente. Del corpo dell’una, dei pazienti dell’altra e del mondo tutto, incapace (o reso tale) di liberarsi del cancro capitalista. Un sistema destinato a causare l’autodistruzione del corpo sociale, proprio come un tumore va in metastasi organo dopo organo, finché non rimane più niente. “Possiamo invertire la rotta?“, chiede Marie-Lou formulando la domanda a chiare lettere. E se non possiamo, come spendere i nostri ultimi giorni, nel poco tempo che ci resta?

Un dialogo alla fine del mondo

Virginie Efira e Tao Okamoto in una scena del film All of a Sudden

All of a Sudden è un film sicuramente difficile. Inizialmente cervellotico, richiederà tutta la pazienza di cui potete disporre. Ma se prima usa la testa, poi ti parla con il cuore.

Similmente a Drive My Car, Hamaguchi sceglie la formula dialogica, comune al processo democratico. La “lavagnetta” non è metaforica, c’è davvero: Hamaguchi ce la sbatte in faccia, come uno schermo dentro lo schermo, spiegando con tanto di grafici di teoria economica perché, il capitalismo, sia intrinsecamente destinato all’auto-annientamento. E per capire questo, vi assicuro, non serve essere teorici del comunismo o simpatizzanti commie. I maggiori esponenti del neo-capitalismo l’hanno capito da un pezzo e infatti stanno facendo il pieno di risorse, per prepararsi a quel postumano di cui tanto piace parlare a Peter Thiel. In cerca, anche loro, di un modo per sopravvivere all’apocalisse. Ce lo dicono in faccia e non ce ne accorgiamo. Hamaguchi risponde come un saggio di filosofia economica.

Poi crea quel nesso fra corpo sociale e corpo umano, fra grande e piccolo, utilizzando la malattia dell’individuo come pretesto per individuare la malattia sociale. “L’interiorità deve combaciare con l’esteriorità“, dice. Mostra insomma come tutti gli organismi e sistemi complessi seguano sempre le stesse meccaniche di funzionamento, autoregolazione, decadimento e poi decesso. Ma per certe malattie, e sicuramente per la morte, non c’è cura. E quindi l’unica è il trattamento del dolore, l’accudimento del malato terminale, la protensione nei confronti dell’altro e tutte quelle pratiche alla base del lavoro di Marie-Lou. Alla fine, l’apocalisse arriva come la morte per l’anziano, che se ne va in pochi giorni: tutto all’improvviso, All of a Sudden. Ma nel frattempo, avremo vissuto anche l’ultimo giorno, avremo visto anche l’ultimo film come il più significativo delle nostre vite.

Nel Viaggio al termine della notte, Céline scrive: “È forse questo che si cerca tutta una vita. Tutta la pena possibile per sé, per gli altri, per il mondo. Per diventare se stessi prima di morire“.

All of a Sudden, All at Once

Virginie Efira in una scena del film All of a Sudden

A un certo punto di All of a Sudden viene detta una parola giapponese, Karoshi, che significa letteralmente “morte da superlavoro”. È tristemente cara al Giappone perché racchiude un fenomeno sempre più endemico nella loro società, e non solo nella loro. Non a caso, racchiude tutto il senso di Sanguine, il body horror che abbiamo recensito proprio qui a Cannes e immagina un’epidemia di burnout fra i più giovani. Nel mezzo di questi due film ne ho visto un terzo, Nagi Notes, che con All of a Sudden condivide la calma delle case tradizionali giapponesi mentre all’orizzonte, in sottofondo, colpi di cannone presagiscono una guerra imminente. L’ho già detto e lo ripeto: tutti i film, molti dei film qui a Cannes, stanno parlando della stessa cosa.

“What are the odds?“, dice un’altra frase di All of a Sudden che significa: “Quali sono le probabilità?” – dove però “odd” significa anche stranezza, bizzarria. Non è strano? Quali sono le probabilità, che così tanti registi si ritrovassero all’unisono, tutto all’improvviso, nell’urgenza di parlarci della stessa cosa, come una voce sola? È come se fossero arrivati tutti insieme a una coscienza collettiva. Proprio quella che si ritrova, in un’altro film qui a Cannes, in cui un bioterrorista crea un virus che costringe l’umanità in un unico organismo per salvarla dall’estinzione. Si intitola Colony, è il nuovo zombie movie coreano dal regista di Train to Busan e ne scriverò sicuramente. Perché di solito, se tutti quanti arriviamo a dire la stessa cosa nonostante le differenze di linguaggio, sensibilità e geografia, di solito è perché quella cosa è già successa. Ma anche di fronte all’inevitabile, ci dice Hamaguchi, nessun tentativo è mai invano. Perché se la morte è certa, così anche l’ultimo attimo di vita che la precede.

All of a Sudden è un film sulla perdita delle speranze, eppure pieno di speranza. È una lezione di democrazia sul baratro della dittatura. È tutto il bene che possiamo ancora donare in questo mondo prima che finisca. È insomma, come recita: “La fiamma della vita che, per quanto flebile, continua a vivere a un attimo dalla morte“. E se fosse l’ultimo film della storia dell’umanità, ve lo assicuro, potremmo dirci più che soddisfatti, perché la racchiude in tutto ciò che rimaneva da dire. Con tutta la commozione, la bellezza, il dramma ma anche l’umorismo del cinema di Ryusuke Hamaguchi. Perché solo un genio poteva mettere un punto alla storia dell’umanità con la risata finale per una cacata di piccione. Quando andrete a vederlo capirete a cosa mi riferisco. Ma se non è da Palma d’Oro un film che mette la parola “fine” con una cacata, allora non so cosa sia.

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