Eva, recensione: anatomia di un enigma primordiale al TFF

Eva, secondo film di Emanuela Rossi, ruota attorno a una protagonista indecifrabile: più forza primordiale che personaggio, non chiede interpretazioni ma attraversamento. La magnetica Carol Duarte le dona un’aura che supera simboli e allegorie.
Carol Duarte e Tommaso Zoppi in una scena del film Eva

Eva, seconda pellicola di Emanuela Rossi, presentata con merito in Concorso al 43° Torino Film Festival, si edifica interamente attorno a una figura femminile che rifiuta la facile decifrabilità. Eva non chiede di essere analizzata o giudicata, ma semplicemente di essere attraversata dallo spettatore: è un enigma in carne e ossa, una forza della natura più che un personaggio. Interpretata da una magnetica Carol Duarte, Eva trascende la dimensione del simbolo o della semplice allegoria.

È, piuttosto, una donna che non si conforma alla cadenza del mondo artificiale, muovendosi e agendo in accordo con un ritmo segreto, primitivo, che la maggior parte dell’umanità ha irrimediabilmente dimenticato. Rossi sceglie una struttura narrativa non lineare, optando per un approccio che inizia dalla fine o, più precisamente, da un gelido interrogatorio che funge da cornice per l’intera vicenda. Sin dalle prime inquadrature, si percepisce chiaramente l’estraneità di Eva. Lei non risponde alle categorie rigide dello Stato, della giustizia penale o della colpa come vengono intese dalla società. 

La regia mantiene una distanza osservativa non giudicante, guardando Eva con la cautela e la curiosità che si riserverebbero a un animale selvatico e ferito che non accetta alcun contatto o consolazione. La sua logica, per quanto radicale e incomprensibile ai più, non è mossa da crudeltà, ma da una necessità interiore: quella di “salvare i bambini”, di sottrarli a una civiltà che percepisce come terminalmente malata, inquinata, irrimediabilmente incapace di esercitare la vera funzione di custodia verso ciò che essa stessa genera.

Tra visione disordine: il corpo irrequieto di Eva

Carol Duarte e Edoardo Pesce in una scena del film Eva

Attorno al vedovo e a suo figlio, immersi in un microcosmo rurale e silenzioso tra il casale e il bosco minaccioso, si inserisce Eva. La donna si avvicina alla famiglia con ambivalenza, attratta e spaventata dalla possibilità di salvezza o tradimento. Il vedovo vede in lei una possibile figura materna e una via di guarigione, ma Eva è istinto puro, deriva inarrestabile e selvaggia tensione verso la natura, un’identità esistenziale che il film registra con lucidità senza condanna.

La messa in scena è una dialettica tra reale e allucinazione. La luce acceca, i boschi sono labirinti oppressivi. Una tensione incombente suggerisce un presagio e una catastrofe elevata a condizione ontologica. La fotografia di Luca Bigazzi è trascendente: la luce leviga il dolore interiore e rivela la realtà con incisione, trasformando l’ordinario in mitologico.

Eppure, questa ambizione immaginifica convive, all’interno del corpo filmico, con una certa irrequietezza e un disordine strutturale. Eva è un’opera attraversata da molteplici direttrici tematiche e stilistiche che faticano a trovare una sintesi fluida: c’è il trauma viscerale della maternità negata o pervertita, il lutto come ferita perennemente aperta, l’eterno conflitto tra la natura violata e l’umanità colpevole. 

A ciò si aggiunge un desiderio latente e mai pienamente risolto di sconfinare nel fantastico, con suggestioni che toccano il proto-sci-fi distopico e le atmosfere del gotico rurale. Rossi compie lo sforzo ammirevole di mantenere tutte queste “vene pulsanti” sotto l’unica pelle di una narrazione coesa, ma la fusione non sempre riesce impeccabile. 

Quando l’opera rifiuta i confini

Carol Duarte in una scena del film Eva

A tratti, il film oscilla vistosamente tra le convenzioni del melodramma e la rarefazione dell’allegoria, quasi fosse diviso tra il radicamento nel genere e la tentazione insopprimibile di farsi puro mito. Ma anche questa stessa oscillazione, per quanto imperfetta, diviene parte integrante e autentica della sua identità: Eva non accetta di essere contenuta, ma aspira strutturalmente a traboccare.

Eva è un’opera imperfetta, senza dubbio, ma la sua imperfezione è tutt’altro che sinonimo di fragilità. È un film che abbraccia il rischio, che si lancia alla ricerca di un linguaggio espressivo totalmente proprio e che, pur non trovandolo sempre in maniera impeccabile, avanza come una creatura selvatica: a tentoni, forse, ma guidata da una direzione istintiva, potente e innegabile. 

Anche quando inciampa o devia, lo fa senza mai perdere la dignità intrinseca alla vera ricerca artistica. Non tutti gli esperimenti cinematografici devono necessariamente riuscire in modo impeccabile per essere considerati necessari: alcuni sono destinati a lasciare non soluzioni chiare, ma segni duraturi. Eva appartiene con forza a quest’ultima, vitale categoria. Scopri anche le altre recensioni dal TFF 2025!

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