Quando un documentario non è solo un documentario? Le risposte sono tante: tutte giuste, tutte sbagliate. Quindi vi chiederemo: avete mai pianto, avuto i brividi che vi correvano lungo la schiena, ripetutamente, senza pietà, per un “semplice” docufilm? Se la risposta è no, forse è perché quel documentario è piuttosto una vera e propria epopea cinematografica, un film in cui converge la storia del cinema (e oltre). Se la risposta è no, preparatevi a farlo per Ennio, il nuovo film del regista Premio Oscar Giuseppe Tornatore dedicato al maestro Morricone, in uscita nelle sale il 17 febbraio. Un’ode che ci ha mandato letteralmente in visibilio, in estasi dell’oro.
Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto

Prima, l’overture. Un metronomo rintocca le ripetizioni di stretching e i giri a passo veloce che un vecchio compie intorno al suo salotto per tenersi in forma. Un uomo, semplicemente ripreso nella sua quotidianità routinaria. Ma che quell’uomo non sia semplicemente un pensionato in tuta, ce lo segnalano i premi sugli scaffali, gli spartiti, le prime pagine incorniciate. Nonché un’interminabile sequela di interviste che, riferendosi a quel vecchio, mettono subito in mostra il materiale di repertorio e umano che verrà chiamato a testimonianza per tutto il resto del film.
Qualcuno anche dalla tomba, dead or alive, si direbbe in un vecchio western: Quentin Tarantino, Wong Kar-Wai, Lina Wertmüller, Giuliano Montaldo, Bernardo Bertolucci, Dario Argento, Clint Eastwood, Bruce Springsteen, Joan Baez, Hans Zimmer, John Williams, Gianni Morandi, Edoardo Vianello e decine di altri provenienti da ogni settore dell’intrattenimento.
L’incipit di Ennio, così spoglio della grandezza del maestro, riassume in un certo senso uno dei tratti distintivi di Morricone, forse il più commovente e quello che ha più guidato la sua mission nella storia del cinema e della composizione: la semplicità, l’umiltà e a tratti persino l’autosvalutazione. Quella di un uomo di umili origini, che da padre trombettista diventa figlio trombettista. Che va a studiare al Conservatorio in mezzo ai figli della Roma Bene, quasi fuori luogo, declassato inizialmente dal maestro e compositore Goffredo Petrassi allo studio delle melodie popolari: la giga, la marcia e persino il twist.
Tutte contaminazioni che, si inizia a sospettare, l’avrebbero influenzato e reso più grande di tutti i suoi compagni di corso e non solo. Più grande, alla luce di questo film, persino di Petrassi. A queste esperienze si aggiungono il servizio nella banda dell’esercito durante la leva, ma anche gli impieghi presso l’orchestra del cinema e quella dei varietà. Stiamo solo intaccando la superficie del maestro, che già allora però si divideva (ancora come esecutore) fra le colonne sonore di Orson Welles e gli spettacoli di Totò.
Per qualche dollaro in più

Ripercorrere e citare le oltre 500 pellicole di cui Morricone compose le colonne sonore, cui pure Ennio dedica ovviamente gran parte del suo repertorio, parrebbe voler ricordare l’ovvio. Ci pensa già Giuseppe Tornatore, perfetto per un omaggio al maestro con cui ebbe l’onore di collaborare in più di una decina di pellicole, fra cui Nuovo Cinema Paradiso e La leggenda del pianista sull’oceano. In questo, il perfetto montaggio filmico scelto dal regista rimette in scena alcune delle più grandi scene nella storia del cinema, mostrandoci altresì quanto della loro grandezza sia debitrice alle musiche che l’hanno rese immortali. Non ultimo l’espediente, geniale, di riavvolgere una stessa sequenza due volte, con due composizioni diverse: come i registi le volevano e come Morricone le rese poi. Che dire, la differenza è incredibile…
Suona invece più proficuo ricordare l’altra storia, da molti dimenticata e a molti sconosciuta, di come Morricone abbia cambiato il costume di un Paese anche e inizialmente nei suoi più famosi album di musica leggera. Morandi, Mina, Vianello: In ginocchio da te, Abbrozzantissima, Sapore di sale, Andavo a 100 allora. Questi sono solo alcuni delle centinaia di artisti e brani per i quali Morricone si offrì come “ghost writer”, imponendo il valore della composizione in un modo completamente nuovo. Ammette Morandi: “Prima c’era solo l’accompagnamento, Morricone inventò il moderno concetto di arrangiamento“. A dire che la voce struggente di Mina è irrinunciabile, ma se quella voce fu messa al servizio di melodie tanto iconiche, quello lo si deve a Morricone.
Qui risiede la grandezza di Ennio: la capacità di ripercorrere in modo assolutamente esaustivo ciò che Morricone ha significato nella storia del cinema, della televisione, della composizione e della musica leggera italiana. Di come tradusse i generi d’oltreoceano in un Ge Ghe Gè tutto particolare, che si appoggiava a strumenti apparentemente decontestualizzati (una macchina da scrivere, un barattolo, il rumore delle onde) per creare qualcosa di completamente nuovo. Lo stesso che farà coi colpi di frusta e di fucile nelle colonne sonore (chiave di volta) per Sergio Leone e nel quale sembra aver avuto un ruolo fondamentale l’incontro-scontro, a Darmstadt, con l’incredibile sperimentalismo provocatorio di John Cage. Da un lato, la “musica bassa” sul commerciale 45 giri, per qualche dollaro in più; dall’altro la sperimentazione sul 33 giri, meno comune ed emblema della costante diversificazione cui sempre Morricone sottopose la sua carriera.
Ennio, un monumento

Gran parte di Ennio, forse ancora una volta la sua parte più commovente, è dedicata proprio a questo discorso. A questa terribile sensazione del maestro di aver “tradito” il suo mestiere di compositore, insolubile fallimento interiore che lo spingerà invece a nobilitare l’arte della composizione cinematografica. A convincere Petrassi e colleghi, cui inizialmente nascondeva le sue colonne sonore firmandosi sotto pseudonimo, che il cinema non fosse affatto prostituzione, quanto il nuovo volto della composizione moderna. Durante una delle interviste, raccolte da Tornatore prima della sua morte, Morricone parla di un momento, nella sua carriera, di “convergenza fra la musica alta e la musica per il cinema“. Senza rendersi conto, invece, che stava mettendo in atto una vera e propria sostituzione. Che mentre l’antico concetto di composizione moriva, lui contribuiva più di tutti a creare il nuovo.
Verso la fine del film, uno delle decine di intervistati ammette: “Quando si comincia a descrivere Morricone, ci si rende conto che non basterebbe una vita“. Eccola, l’esaustività impossibile di fronte a una delle figure che ha più segnato la storia dell’intrattenimento secondo-novecentesco tout court. Quell’esaustività che noi, qui, non siamo riusciti né mai riusciremo a ottenere, e che invece il film di Tornatore rende possibile. Ripercorrendo ogni fase, ogni svolta e soprattutto ogni rammarico – non ultimo le costante delusioni dell’Academy – di Ennio Morricone. Eppure, di quel film di due ore e mezza e oltre, avremmo voluto vedere ancora di più, per ciò che è stato in grado di ricapitolare del maestro e dell’opera: “Una fonte inesauribile dove non si può calare il secchio senza farlo risalire colmo d’oro e di bontà“.
E in conclusione, immancabilmente, arriva Tarantino, l’uomo che consegnò a Morricone, infine, il suo meritato Oscar (non solo) alla Carriera e del quale ci sentiamo di condividere, almeno in parte, a mo’ di provocazione, uno delle sue più famose dichiarazioni: “Ennio Morricone è il mio compositore preferito. E non parlo solo di colonne sonore per il cinema, quel ghetto della composizione. Mi riferisco in assoluto: lo preferisco persino a Mozart, Beethoven e Schubert“. E qui vien da chiedersi: Morricone non è forse stato questo, il moderno continuatore di quel concetto di composizione? Cosa direbbero quei grandi, se potessero ascoltare le sue musiche. Forse proprio quello che dice Salieri di Mozart nell’Amadeus di Miloš Forman: “Perché Dio avrebbe scelto un fanciullo osceno quale suo strumento?“. Osceno, traditore, prostituto: Morricone non è stato nessuna di queste cose. Piuttosto, ancora oggi e più che mai di fronte a un film così: “Ci sembra di ascoltare la voce di Dio“.
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