Blonde, di Andrew Dominik, è stato presentato alla 79ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Attualmente, è in concorso agli Oscar grazie alla candidatura per il ruolo di miglior attrice protagonista di Ana De Armas, che riveste i panni di Norma Jean, alias Marilyn Monroe. Tuttavia, non è per questo che Blonde ha fatto parlare di sé. Il film è stato al centro di numerose controversie, giudizi negativi sono piovuti da parte di pubblico e critica, il sogno di Dominik che vedeva Blonde come “uno dei dieci migliori film di tutti i tempi” è colato a picco, nell’indignazione generale.
Eppure, eccolo spuntare fra le nomination agli Oscar 2023, come se fossimo ancora a Venezia, a osservare quattordici minuti di standing ovation, prima che si scatenasse l’inferno. Qual è la verità? Blonde è orribile e retrogrado o geniale e avanguardista? Nello stare in bilico tra opinioni tanto contrastanti, Blonde si allinea con il mistero della figura di Marilyn, ancora oggi divisiva e sfuggente
I lati positivi
Il talento registico di Dominik è in indubbio. Blonde ha una regia barocca, strabordante, che quasi combatte con Marylin per il ruolo da protagonista. Una miriade di soluzioni registiche differenti si accavallano l’una dietro l’altra, si passa dal bianco e nero al colore, Dominik tira fuori tutti gli assi dalla manica. In questo senso, Blonde è una giostra che non si ferma mai, al costo di farti venire il mal di testa.
Ana De Armas sfodera occhioni da cerbiatta e una voce dolce come lo zucchero candito per interpretare una Marylin fragile e ingenua, ripetutamente ferita dalla cattiveria del mondo, senza mai restarne indurita. Rimane una figura delicata, tenera quanto basta per seviziarla fino all’ultimo minuto e vederla soffrire come fosse la prima volta. Di contorno, spiccano gli uomini della vita di Marilyn, soprattutto secondo e terzo marito, rispettivamente interpretati da Bobby Cannavale e Adrien Brody. Merita menzione Julianne Nicholson, nei panni della madre di Norma, un agghiacciante ritratto di abuso familiare e disturbi psicologici.
Blonde: la vera storia di Norma Jean?

Non esiste buona o cattiva pubblicità, ma quella inadeguata può portare più danni che benefici. Si è parlato di Blonde come del film che avrebbe mostrato la “vera storia” di Norma Jean e restituito un’anima al volto patinato di Marylin Monroe. Con aspettative simili, non si può che restare delusi. La pellicola, infatti, non è un’indagine sulla vita di Norma, bensì un adattamento del libro di fiction storica scritto da Joyce Carol Oates. Molte delle scene presenti nel film sono di pura fantasia. Il ritratto di Norma Jean/Marilyn Monroe offerto dal film passa attraverso ben due rielaborazioni artistiche, quella della Oates e quella di Dominik.
Cosa c’è di vero?
La risposta è “ben poco”. O, per meglio dire, sono inventate parecchie delle scene su cui Dominik pone un accento maggiore, il che porta ad una visione distorta della vicenda di Norma Jean. Sì, Marylin ha rischiato ha subito abusi familiari da bambina, il matrimonio con Joe diMaggio fu assai burrascoso e notoriamente l’attrice ebbe molti aborti spontanei. Tuttavia, il ménage a trois, lo stupro da parte del produttore cinematografico, gli aborti volontari e il ricatto non hanno fondamenta. Su JFK, tutti hanno sospettato che dietro l’“Happy Birthday, Mr. President” ci fosse qualcosa in più, ma dovrete rivolgervi alla CIA per questo.
Blonde: Le polemiche e le intenzioni dell’autore

Blonde ha fatto parlare di sé nel modo peggiore: essendo accusato di sessismo, antiabortismo e pornografia dello stupro. Pare che Dominik avesse l’obiettivo contrario, quello di denunciare gli abusi subiti dall’attrice, ma da accusatore si è ritrovato accusato. Buone intenzioni giustificano un cattivo risultato? Forse sì, ma Dominik è un caso particolare.
Nelle interviste, il regista sembra essere prevalentemente interessato allo scioccare e traumatizzare il suo pubblico, disposto a tutto pur di provocare una forte reazione. Dominik si pone come fine quello che dovrebbe essere contingente: ricerca forzosamente la lacrima, l’orrore, fissa lo sguardo sul volto degli spettatori invece che nella telecamera. Norma diventa la sua marionetta: la ferisce, la sminuisce, la fa piangere e sanguinare davanti a un pubblico impotente, chiedendo “Vi ho stupito adesso?”. Non si accorge che la sua stessa Marilyn gli dice dallo schermo: “Non sono affari tuoi la mia vita”.
Le opere a carattere biografico richiedono grande delicatezza nel maneggiarne il materiale emotivo. Dominik sembra dimenticare che Norma Jean sia stata una persona reale: la riduce a un espediente narrativo, una somma dei suoi traumi, reali e inventati, purché capaci di commuovere o scandalizzare.
In conclusione, Dominik raggiunge il suo scopo. Blonde denuncia le violenze subite da Marylin Monroe diventandone l’esempio più lampante. Forse così capiranno che l’unico modo di rendere giustizia a Norma è lasciarla riposare, liberarla da quel cerchio di luce che la tiene prigioniera anche dopo la morte.









