Avatar: La via dell’acqua, recensione: James Cameron supera se stesso

RECENSIONE NO SPOILER DI AVATAR: LA VIA DELL’ACQUA

Nel 2009, il primo Avatar impose uno standard. Che piaccia o no, direbbe il Colonnello Quaritch: ”È un dato di fatto“. A rivederlo in sala, restaurato e in 3D, pochi mesi fa, si è avuta l’impressione che non fosse invecchiato di un giorno. Che nessuno, in 13 anni di lievitazione dei budget ed evoluzione della tecnologia, sia riuscito o abbia solo tentato di eguagliare, quantomeno, quello standard: “E anche questo, è un dato di fatto“. La via dell’acqua riesce invece in quanto promesso negli ultimi mesi: non si limita a eguagliare, ma dimostra che solo James Cameron poteva addirittura superare se stesso.

Idra di Lerna, Trombe di Jerico

Una scena di Avatar: La via dell'acqua
Una scena di Avatar: La via dell’acqua

“Davanti a noi c’era Pandora. Uno cresce sentendone parlare, ma non avevo mai immaginato che si sarei… tornato

Esordiva così, nel lontano 2009, il Jake Sully interpretato da Sam Worthington. Un marine senza gambe destinato a ricacciare fra le stelle gli Uomini del Cielo. Ma gli Uomini del Cielo sono così. Distruggi un avamposto e torneranno per costruire intere città. Taglia una testa e ne spunteranno a centinaia. Tagliala al diavolo e mostrerà le altre due di riserva. Perché le Trombe di Jerico soffiano le fiamme dell’inferno stavolta, a grappoli, spazzando via ettari di foresta nel giro di pochi minuti. Tornano non più per gli azionisti, per le miniere di qualche compagnia privata, ma perché la terra sta morendo e bisogna cercare un altro mondo da abitare (e prosciugare). Ora la guerra è per la sopravvivenza di due razze, non una soltanto.

Nel frattempo, il nuovo Turuk Makto si è fatto una famiglia. Ha dei figli, quattro per l’esattezza. Passa le giornate come un guerrigliero, ad arginare e indebolire le infrastrutture degli invasori, facendo deragliare treni à la Che Guevara in quel di Santa Clara. E le notti come un qualunque padre di famiglia, in libera uscita, ad amoreggiare con Neytiri (Zoe Saldaña) planando sulle vette dei Monti Hallelujah. La famiglia, ci aveva già aveva già anticipato James Cameron, sarebbe diventato il nuovo grande tema (ed ecosistema) di questo sequel. Ma un vecchio nemico è tornato a braccarli, solo in sembianze diverse, grazie a un escamotage tutt’altro che forzato e che anzi potrebbe dare spazio a risvolti e dissidi morali interessanti nei prossimi sequel.

Per questo la Famiglia Sully – che a tratti deve sembrare un “plotone” per rendersi “fortezza”, queste le due parole chiave più volte associate a “famiglia” in Avatar: La via dell’acqua – è costretta ad abbandonare la propria casa. A cercare rifugio nelle tribù del Ryf, un ecosistema completamente diverso con le sue regole, sconosciute agli Omaticaya. Qui le cose si ribaltano, persino Neytiri è “ignorante come un bambino“, come diceva a Sully nel primo film e come le viene rinfacciato dai Metkaiyna. Le situazioni da “caduta da cavallo” – la contaminazione, l’adattamento – sono destinate a riprodursi (sia per i genitori che per i figli) in scene dall’alto impatto nostalgico rispetto al primo film, di cui dissemina riferimenti e citazioni dirette, ma sempre con garbo e autoironia.

Non siete più nel 2009

James Cameron e l'acqua
James Cameron e l’acqua

Per comprendere la portata, espansiva, di Avatar: La via dell’acqua, bisogna lavorare di comparazioni. Il mondo subacqueo è per il Popolo della Foresta ciò che la foresta era stata per gli Uomini del Cielo. Ma questo non poteva che valere, ovviamente, anche per la portata di questa seconda rivoluzione tecnica, rigorosamente in 3D, raggiunta da James Cameron. Perché come abbiamo scritto, mesi or sono, dopo aver visto le prime scene in esclusiva de La via dell’acqua, e come torniamo a sottoscrivere oggi: “Questo nuovo Avatar sta al primo, come vedere il primo con gli occhialetti 3D stava al vederlo senza“.

Qualcuno potrebbe dire, nel giocattolame generale di questa CGI onnipresente, che Avatar: La via dell’acqua somiglia quasi a un videogioco. Che è un po’ quello che si disse, il più delle volte per criticarlo, del primo film. Sinceramente, all’epoca non ricordo se percepii Avatar come un videogioco. Non ci giocavo, ai videogiochi, ora sì. E mi accorgo come spesso questa comparazione venga percepita come dispregiativa, mentre invece ci troviamo a usarla proprio quando non riusciamo a reperire, nell’immagine cinematografica classica, qualcosa di simile. Dire che un film è come un videogioco è come dire che è una cosa dell’altro mondo. È come dire che non siamo più in Kansas in compagnia di John Wayne, ma che siamo su Pandora in compagnia di James Cameron.

Un uomo che ha fatto del mondo acquatico la sua ossessione, il suo studio quasi scientifico anziché solo registico, dagli albori della sua filmografia come nella vita. Dai tempi dell’opera prima Piraña paura (1982) all’ingiustamente bistrattato The Abyss (1989), passando per una spedizione in solitario nella Fossa delle Marianne, per arrivare ad Avatar: La via dell’acqua. Che non sarà solo un ritorno su Pandora, perché avrete la netta sensazione, in alcune scene e inquadrature, di trovarvi sulla poppa inclinata del Titanic (1998) in compagnia di Jack e Rose – lei, Kate Winslet, proprio una delle nuove aggiunte al mondo di Avatar.

Avatar: La via dell’acqua non è perfetto

I Tulkun in Avatar: La via dell'acqua
I Tulkun in Avatar: La via dell’acqua

Ma ci piace così. Non è perfetto. Non sarà forse un capolavoro. Ma di rado, di una pellicola, si riesce a dire bella e farsi bastare questo. A riconoscere un grande film nonostante qualche (sporadico) difetto. E cioè la sensazione che l’atteggiamento di Sully da ex-marine si sia acuito un po’ troppo, che non sia lui a essersi fatto contaminare dai Na’vi ma viceversa. Che sia ancor meno “uno del popolo” di quanto non lo fosse nel primo film e che Neytiri ne esca un po’ senza voce in capitolo. Il problema, forse l’unico di Avatar: La via dell’acqua, è questo antropomorfismo smaccatamente americano proiettato però anche sugli altri Na’vi. Episodi di bullismo e dinamiche fastidiosamente umane presenti nel film ci fanno dubitare di quell’ecosistema di rispetto reciproco, quasi biologico attraverso la comunione con Eyowa, che Cameron aveva così ben immaginato nel primo film.

Se non siamo più in Kansas, insomma, perché alcune dinamiche sembrano ricalcare l’ambientazione da college americano? Forse perché – sicuramente perché – il messaggio allo spettatore ne esca più universale. Ma questa cosa ha un costo e qualcosa, nella ricchezza filosofica dell’universo Avatar, si perde. Per fortuna se ne recupera altrettanto con l’introduzione di molte altre tradizioni e culture dei Metkayina, il rapporto coi Tulkun su tutte, equivalente delle balene che portano alle sequenze più toccanti (o drammatiche) di tutto il film. A una caccia alla baleniera in cui i Na’vi somigliano un po’ a Greenpeace, e la cosa non dispiace.

In conclusione però, James Cameron torna a regalarci quella capacità del grande cinema, della grande immagine e della grande epica che non dipende solo dal livello tecnico. Ma dall’intera costruzione di una narrativa per immagini, per come si fondono con musiche e copione a creare un impatto emotivo risvegliatosi da lungo sonno. Nonostante le tre ore e più di film, vorremmo quelle scene durare ancora un po’ e questa grande epica durare ancora a lungo. Vorremmo già poter vedere il quinto e ultimo capitolo progettato da Cameron per il 2028. Avatar: La via dell’acqua doveva farci desiderare una saga e c’è riuscito tanto bene che la vorremmo vedere tutta e subito. A differenza del restante “cinema dei sequel” che proprio questo desiderio vorrebbe alimentare e invece non fa che spingerci verso il sentimento opposto.

Come dice Sully all’inizio di Avatar: La via dell’acqua: “Ci sono molti pericoli su Pandora, ma il pericolo più grande è che te ne innamori“. A noi è appena successo, di nuovo, ora anche più di prima.

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