È normale, dopo una modesta bevuta, sentirsi più spigliati e disinvolti, come se le preoccupazioni e le insicurezze scomparissero affogate nelle bollicine di una birra media. Un altro giro di Thomas Vinterberg parte proprio da questo presupposto e lo elabora in tutte le sue sfaccettature. Martin (Madds Mikkelsen), Tommy (Thomas Bo Larsen), Nikolaj (Magnus Millang) e Peter (Lars Ranthe) sono uno gruppo di professori del liceo. Frustrati e insoddisfatti della loro vita e del loro lavoro, decidono di fare un esperimento: testare le teorie di Finn Skarderud. Lo psichiatra afferma che l’uomo è nato con lo 0,05% di alcol in meno nel sangue. Martin, Tommy, Nikolaj e Peter decidono così di incominciare una ferrea routine alcolica, che inizialmente migliorerà le loro prestazioni sociali e professionali, ma che sarà destinata a degenerare.

Il canovaccio del film sembra quasi seguire la forma utilizzata anche da World’s End di Edgar Wright e Simon Pegg: quattro amici si ritrovano per bere e finiscono per riscoprire se stessi. Un altro giro, però, non è una semplice commedia e il primo obiettivo di Vinterberg sicuramente non è farci ridere. I momenti comici, infatti, hanno sempre una secondo lato drammatico e le risate vengono spesso soffocate da un retrogusto amaro e dal presentimento che, il giorno successivo, la gioia alcolica dei protagonisti si tramuterà in vergogna e rimorsi. La sensazione di un crescendo verso il disastro è amplificata dalla grafica che ci mostra la gradazione alcolica salire sempre di più. Vinterberg struttura Un altro giro come un’escalation verso la rovina, che alla fine si dimostra non essere una rovina ma più una rivelazione.
All’inizio del film compare una citazione del filosofo Soren Kirkegaard:
Cos’è la giovinezza?
Un sogno
Cos’è l’amore?
Il contenuto del sogno
Quando si guarda alla propria gioventù lo si fa sempre con un pizzico di nostalgia, spesso, poi, ci si rammarica di aver perso la spensieratezza di un tempo. È questa la chiave di lettura del film di Vinterberg, che mette in luce l’importanza di lasciarsi andare, di avere quei momenti, anche in età adulta, un po’ infantili. L’alcol diventa una scusa per avventurarsi nel mondo dello sconosciuto, della libertà.
Un altro giro si rivela il giusto coronamento della carriera di Vinterberg. Il regista danese ha infatti cominciato con film come Festen – festa in famiglia (1998), che seguivano le dieci rigide regole del manifesto Dogma 95, redatto da lui stesso insieme a Lars Von Trier. Con questo film, come i protagonisti, abbandona le regole e si allontana dal dramma puro, facendone un’opera estremamente genuina. Si lascia andare come Martin, in un finale carico di speranza e ottimismo che è forse uno dei momenti più belli di tutto il film. Madds Mikkelsen, in passato studente di danza all’Accademia di Goteborg, ci regala una scena di ballo indimenticabile. L’attore, nonostante i cinquantacinque anni, non sembra aver perso la stoffa del professionista e si fa strada tra giovani in festa con scivolate e piroette. Tra musica, danza e festeggiamenti, il film finisce con una scena che mette talmente di buon umore da far venire voglia di rivederlo dall’inizio.

Un altro giro, come affermato più volte dal regista, è nato come una celebrazione dell’alcol, ma finisce con l’essere molto di più. Prende le distanze da una banale morale sul consumo alcolico e intraprende la strada, ben più impervia, del perdere il controllo in una società estremamente controllata. Non manca, però, di mostrare le devastanti conseguenze di un’eccessiva perdita di controllo. Ci sono anche sottili rimandi alla cultura danese e ai suoi problemi con l’alcol. Il titolo originale, Druk, è uno dei tanti termini danesi traducibili in “bere alcol”. Vinterberg ne ha parlato dicendo:
è come in Groenlandia, ad esempio, che hanno tantissime parole per dire “neve”, noi invece ne abbiamo per dire “bere alcol”.
Il che la dice lunga sulla cultura alcolica danese.
Vinterberg riesce a muoversi con delicatezza tra temi anche piuttosto cupi e fa una scelta audace nello strutturare la prima ora di film come una sorta di apologia dell’alcolismo. La regia è priva di sbavature e ci si dimentica quasi della presenza della telecamera, a differenza dei film di Vinterberg con telecamera a mano, imposta dal Dogma 95. Molto coinvolgenti sono le interpretazioni degli attori, e qui voci indiscrete parlano dell’uso di alcolici sul set, che riescono a portare sullo schermo tutti i diversi stadi dell’uso e dell’abuso di alcol. Un altro giro si presenta come un sincero inno alla vita, Vinterberg ha voluto infatti celebrare la gioia di vivere in seguito alla tragica scomparsa della figlia. Il compito è più che riuscito, il film lascia con il sorriso e con la voglia di recuperare gli amici d’infanzia per una bevuta in nome dei vecchi tempi… magari senza sfociare nell’alcolismo.
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