The Last of Us 2 è appena terminata e con essa si chiude anche la prima parte del cammino di Ellie verso la vendetta. Ogni finale di stagione sancisce nello spettatore il riflesso incondizionato di fare un bilancio di tutto quello che ha seguito assiduamente per diverse settimane. Anche noi di CiakClub abbiamo deciso dunque di tirare le somme di questa seconda stagione ed ecco la nostra recensione. Quando si parla di The Last of Us, il riferimento all’opera originale è d’obbligo: stiamo parlando di un prodotto che ha spinto il potenziale narrativo dei videogiochi a un punto tale da far ricredere tutti coloro che li consideravano solo una sequenza di tasti da premere compulsivamente per far volare cazzotti. È stato TLOU, infatti, a dimostrare che i videogiochi possono offrire storie complesse, con una profondità paragonabile a quella delle migliori opere cinematografiche.
Proprio per questo, adattare un’opera così articolata, ben radicata nelle proprietà specifiche del suo medium, è un processo delicato che richiede intelligenza e creatività. Al duo Mazin-Druckmann queste qualità non sono mai mancate: se nella prima stagione ne avevano già dato prova, in questa seconda le hanno pienamente riconfermate, colmando anche alcune delle lacune seminate qua e là in precedenza. Ecco perché possiamo dire che The Last of Us 2 migliora nettamente rispetto alla prima stagione, anche se non è priva di di(in)fetti. D’altra parte, ridurre il dibattito al tanto svelto quanto inconsistente “Il videogioco è meglio della serie” rischia di oscurare i meriti che l’adattamento HBO si è guadagnato, e noi siamo qui per indagarli. Vi avvisiamo che per restituirvi un articolo completo sarà necessario fare degli spoiler, quindi se non siete ancora in pari con la serie vi sconsigliamo di proseguire con la lettura.
Il peso delle scelte in The Last of Us 2
Al centro di questa stagione di The Last of Us c’è il confronto con le conseguenze delle azioni compiute da Joel (Pedro Pascal) all’ospedale di Salt Lake City. Salvare Ellie ha, di fatto, condannato l’umanità, e per Joel il peso di quella decisione è diventato insostenibile, aggravato ulteriormente dal conflitto che gli oppone Ellie. In tutto questo, il Cordyceps ha subito una mutazione, dando origine a una nuova tipologia di infetti senzienti, capaci di tendere trappole e colpire le vittime con sorprendente furtività. La cittadina di Jackson continua a resistere alla minaccia esterna grazie al suo perimetro fortificato, ma una nuova minaccia — questa volta tutta umana — sembra ora puntare dritta verso la comunità, animata dal desiderio di vendetta.
Anche negli episodi successivi saranno proprio le scelte dei personaggi a diventare motore della narrazione. La morte di Joel diventa il punto di intersezione tra i personaggi di Abby (Kaithlyn Denver) ed Ellie (Bella Ramsay), un momento che i videogiocatori avevano già vissuto nel 2020, ma la sua trasposizione “fuori dalla Playstation” risulta persino più incisiva, costringendo lo spettatore ad affrontare una delle sequenze più traumatiche mai viste sul piccolo schermo — un picco emotivo che non sfigurerebbe accanto agli episodi più memorabili de Il Trono di Spade —. La morte di Joel diventa quindi l’evento canonico che spinge Ellie a compiere il suo viaggio dell’eroe ed è su questo che si concentra tutta la prima parte della stagione 2. Accompagnata da Dina (Isabela Merced), Ellie è infatti pronta a inseguire Abby ovunque si trovi.
Personaggi infetti dall’odio, immuni al perdono

In The Last of Us 2 tutto si incastra secondo la logica del “post hoc, ergo propter hoc” — “dopo di ciò, quindi a causa di ciò” — lo stesso principio che regge gran parte della serialità contemporanea. Sono le scelte dei personaggi a generare le conseguenze, in un effetto domino narrativo dove ogni azione, inevitabilmente, porta con sé una reazione. Come in ogni racconto post-apocalittico legato al filone zombie, l’efficacia della narrazione non si misura tanto nella minaccia delle creature, quanto nella capacità di mostrare la corruzione interiore dei sopravvissuti. In questo The Last of Us fa scuola, dimostrando di aver appreso la lezione romeriana secondo cui l’orrore più spaventoso resta quello dell’animo umano.
Qui, la scelta intelligente del duo Mazin-Druckmann è stata quella di apportare alcune modifiche sostanziali rispetto al testo di partenza, necessarie poiché in grado di sortire un duplice effetto sulla serie. Il primo è che, così facendo, anche il videogiocatore — pur essendo edotto su certe dinamiche narrative — si trova in balìa del dubbio, poiché il suo sistema di attese viene negato e, forse, è proprio questo che in alcuni casi genera frustrazione. Il secondo motivo è quello di rendere la vicenda più “reale”. Se il videogioco, per via della sua natura mediale, richiede al suo utente uno sforzo minore in termini di sospensione dell’incredulità, il linguaggio televisivo pretende invece un grado di verosimiglianza più elevato per permettere allo spettatore di entrare davvero nella narrazione.
Detto in altre parole: durante il gameplay siamo più disposti ad accettare che un personaggio possa affrontare da solo un’intera pattuglia di infetti — tra Clicker, Runner e perfino Bloater. Ma nella serie, la stessa dinamica, se trasposta in modo identico, rischierebbe di apparire forzata e poco credibile.
Problemi di ritmo?

Una delle criticità più evidenti di questa stagione riguarda l’organizzazione interna dei singoli episodi. Con l’obiettivo di condensare in sole sette puntate un arco narrativo che nel videogioco si sviluppa in circa dodici ore di gameplay, si è inevitabilmente dovuto sacrificare qualcosa in termini di ritmo. Anche questa seconda stagione, infatti, non è esente da questo limite: la sensazione è che almeno tre episodi — in particolare quelli centrali, subito successivi alla morte di Joel e fino alla sequenza in cui Ellie uccide Nora nei sotterranei — risultino eccessivamente “rushati“. La densità degli eventi, compressi in rapida successione, genera un sovraccarico narrativo che avrebbe giovato di una dilatazione più naturale per permettere ai momenti emotivi e ai personaggi di respirare.
Tutto, però, viene ampiamente perdonato di fronte alla puntata flashback del museo, autentico vertice attoriale della stagione: Pedro Pascal e Bella Ramsey riescono a reggere da soli l’intero episodio, regalando una performance delicata e intensa che rimane impressa come uno dei momenti più riusciti dell’intera serie. Altro merito va alle scenografie, miniera di interessanti easter eggs e trasposte con una cura meticolosa, prediligendo alla CGI la prostetica. Anche in questo la seconda stagione supera la prima: assistere alla ricostruzione della comunità di Jackson e alla sua resistenza all’invasione degli infetti è stato tanto appagante quanto rivedere le rovine di Seattle, con i suoi edifici segnati dall’abbandono e i cadaveri senza budella dei militari del WLF appesi come macabri moniti.
Adattare The Last of Us 2

Adattare un’opera è un processo che richiede grande cura, soprattutto nel caso di TLOU 2, la cui narrazione è costruita su una complessa scissione dei punti di vista, dove ogni personaggio assume contemporaneamente i ruoli di protagonista e antagonista. Va riconosciuto il coraggio del vicepresidente di Naughty Dog, che ha scelto una linea produttiva in grado di bilanciare efficacemente le esigenze di due diversi universi mediali. Per godersi appieno l’esperienza televisiva di The Last of Us può essere utile affrontarla senza avere pregiudizi derivanti dal videogioco, evitando così che le critiche si riducano a un semplice confronto con l’opera originale.
Tuttavia, anche il videogiocatore più intransigente avrà apprezzato la scelta di riproporre alcune inquadrature del gioco, ricreandole shot-for-shot nella serie. Gli spettatori più attenti avranno inoltre colto l’ingegno nel narrativizzare meccaniche di gameplay come la modalità ascolto o il potenziamento delle armi, rendendo così il passaggio tra i due universi più fluido e coerente. Anche la regia di questa seconda stagione si è rivelata più dinamica e ispirata rispetto a quella del 2023, segnando una netta controtendenza. Lo dimostrano le sequenze corali, visivamente potenti e cariche di tensione emotiva. Insomma, questa seconda stagione ci ha convinti sotto ogni aspetto più della prima: più infetti, più azione, più lacrime e una cura maggiore in ogni dettaglio. Eppure, giunti al termine del settimo episodio, resta una sensazione di chiusura sospesa, tipica di tutte le “prime parti” pensate per un arco narrativo più ampio.
Non ci resta dunque che attendere la terza stagione. E voi? Cosa ne pensate di The Last of Us 2? Vi è piaciuta? Fatecelo sapere nei commenti. Intanto vi ricordiamo che la serie è stata ufficialmente rinnovata per una terza stagione e, stando alle parole di Craig Mazin, sarà necessaria anche una quarta per concludere l’intero racconto. Un segnale, forse, che la produzione ha finalmente capito quanto sia importante prendersi il tempo giusto per ogni episodio.









