La spina del diavolo: la prima fiaba storica di Guillermo del Toro

La spina del diavolo è il primo film in cui emerge con chiarezza quella convivenza creativa tra storia e fiaba, horror e realismo, che troverà poi ne Il Labirinto del Fauno il suo apice espressivo.

La spina del diavolo è una malformazione della spina dorsale, una deformità che si racconta sia presente nei bambini che non sarebbero mai dovuti nascere. Nell’ufficio del dottor Casares, uno dei principali dell’orfanotrofio dove il film è ambientato, sono presenti dei feti affetti da questo morbo, immersi in un liquido dal quale si ricava poi del Rum dotato, secondo la tradizione, di qualità benefiche; la vendita del macabro alcolico costituisce una delle principali fonti di sostentamento dell’orfanotrofio, dal momento che riscuote un grande successo nella Spagna del ’39, vessata dalla guerra e straripante di superstizione. Le violenze dei franchisti si riverberano come una eco sulle vicende del collegio, che seppur isolato dallo scontro e da zone abitate, porta con sé le stimmate della guerra: tra tutte un’enorme bomba inesplosa conficcata nel centro del cortile. Così come i feti e la bomba, anche l’intera struttura sembra immersa in un’atmosfera sospesa, che la fotografia tinge di ocra.

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Sul terreno bruciato dal sole e nelle stanze umide del collegio crescono gli orfani, per lo più figli dei repubblicani caduti in battaglia, gli unici personaggi dotati di una sensibilità in grado di percepire l’aura soprannaturale che impregna l’aria. Il “sospiroso”, il fantasma che infesta il luogo, si mostra principalmente ai bambini, che ormai hanno accolto la convivenza con l’entità. In particolare Carlos (il nuovo arrivato) sembra possedere un rapporto privilegiato con lui, e sarà centrale nella comprensione del suo mistero. Gli adulti, invece, sono distratti dalle urgenze della storia, nonché dal dramma delle loro vite tormentate da passioni inespresse. Tutto il film si fonda sui gesti interrotti, sul sentimento della mancanza che pervade ogni cosa o essere, materializzato nella figura del fantasma bambino, che nel design ricorda molto le creature del successivo “Crimson Peak”. In entrambe le opere di Guillermo del Toro gli esseri sembrano come intrappolati in una continua dispersione: scaglie di pelle morta svolazzano nell’aria e, nel caso del fantasma de “La spina del diavolo”, la ferita aperta sulla sua fronte lascia sgorgare un flusso di sangue ininterrotto.

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Proprio nel trattamento dei fantasmi risiede uno degli elementi più efficaci del film: oltre alla pasta artigianale dei costumi e delle scenografie, la presenza sullo schermo delle entità abbandona la strategia degli spaventi improvvisi per abbracciare un senso di inquietudine costante e omogeneo nel corso della narrazione. Il regista tratta il soprannaturale come un personaggio qualunque, lo inquadra per intero e con naturalezza, ci restituisce delle sue soggettive e non annuncia il suo arrivo con il classico commento sonoro marcato da “salto sulla poltrona”. La regia alimenta questa caratteristica, muovendo la macchina da presa con fluidità, come se fosse anch’essa sommersa, assieme al fantasma, ai feti, e a tutta la struttura decadente con i suoi abitanti.

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In questa piccola porzione di spazio e di storia, dunque, si compenetrano e si avvicinano il reale e il fantastico, così come la fiaba e la guerra. Se infatti la voice over che apre e chiude il film, costituisce una sorta di bordatura che discerne questa particolare vicenda dal flusso della storia, il contesto storico riesce comunque a rendere tangibile la propria presenza. In questa maniera si genera quel particolare connubio, presente anche ne “Il Labirinto del Fauno” e in “The Shape of Water”, quella congiunzione tra realismo e fantastico all’interno della quale convivono lontananza (nel tempo) e vicinanza, indeterminatezza e specificità.

Il dottor Casares, interpretato da Federico Luppi (già protagonista della prima opera di del Toro, “Cronos”), è il personaggio che più di tutti incarna la debolezza e la dignità della Spagna in guerra. Irrigidito in una fierezza statuaria, il dottore vive il dramma della propria impotenza sessuale e storica, e ascolta il più giovane e crudele Jacinto (un orfano divenuto con l’età custode) prendere di notte la donna che ama.

Come si narra nella voice over, affidata non per niente proprio a Casares, un fantasma è “un evento terribile condannato a ripetersi all’infinito. Forse un istante di dolore. Qualcosa di morto che sembra ancora vivo. Un sentimento sospeso nel tempo, come una fotografia sfocata, come un insetto intrappolato nell’ambra”. Insetti affogati nell’ambra dunque, sono i protagonisti de “La spina del diavolo”, si nutrono di emozioni interrotte, di piaceri mancati e preclusi, destinati ad essere o trasformarsi in fantasmi.

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