Smile 2 è come una Sindrome di Moebius: la recensione

Smile 2 è in tutte le sale dal 17 ottobre. Il secondo capitolo, sempre diretto da Parker Finn, ricalca il canovaccio del primo film, ne eredita certe lacune e leggerezze in fase di scrittura, ma amplifica la violenza visiva, la follia e l’ambizione. Ennesimo sequel in piena regola hollywoodiana o un passo avanti rispetto al suo predecessore?
Naomi Scott in una scena del film Smile 2

Un sequel è un’operazione cinematografica complessa. La sua esistenza, giustificata o meno, ha quasi sempre il compito di assolvere alcune funzioni: magnetizzare il successo del primo film, espandere l’universo narrativo, rispondere ad alcune domande lasciate in sospeso, accontentare la produzione e i fan. Anche Smile 2 nasce da una fusione di tutte queste motivazioni. 

Se il primo capitolo pescava a piene mani dal modello narrativo della catena di Sant’Antonio, portato in auge da The Ring e aggiornato con It Follows, anche questo ripercorre lo stesso sentiero e, come ogni sequel medio che si rispetti, punta ad amplificare ogni elemento del primo film. Quindi più violenza, più jumpscares, più sangue, più urla, più vittime e, inevitabilmente, anche più difetti.

Il primo capitolo viene ricordato più per le trovate pubblicitarie tipiche del guerrilla marketing che per un qualche merito propriamente artistico e filmico. C’era la speranza perciò che Smile 2 andasse un pò oltre il suo predecessore, un horror assolutamente ordinario ma di grande successo commerciale e con una buona regia da regalare. Invece Parker Finn non sembra aver colmato le carenze del suo primo film, riproposte solo con una protagonista diversa in un contesto differente.

Di cosa parla Smile 2

In questo capitolo la psichiatra interpretata da Sosie Bacon viene sostituita da Skye Riley (Naomi Scott), una popstar globale tormentata da un passato traumatico e di dipendenza da alcol e droghe. Skye, ormai ripulita, è ancora in lotta con il suo passato,segnato da un incidente automobilistico in cui ha perso la vita il suo fidanzato,Paul Hudson. Con il tour mondiale alle porte la giovane popstar è assediata da fan, produttori insistenti e collaboratori tesi tra cui la madre-manager che osserva e pianifica ogni suo comportamento. Per riuscire a rendere al massimo sul palco, Skye è costretta a ricorrere all’uso di oppiacei. Una sera si ritrova nell’appartamento del suo pusher Lewis Fregoli ed è qui che assiste al suo brutale suicidio. Da quel momento ha inizio una catena incontrollata e imprevedibile di omicidi: La maledizione è tornata e, ancora una volta, uccide con il sorriso. 

Sorrido sempre, ciao

Naomi Scott in una scena del film Smile 2

Smile 2 riprende la storia esattamente da dove era terminato il primo. Nel prologo del film assistiamo al tentativo di Joel (Kyle Gallner) di liberarsi della maledizione che le ha passato Rose. Sappiamo infatti, dal primo film, che la maledizione può essere ceduta a un’altra persona solo se questa assiste a un evento traumatico,come un omicidio. Nell’economia del film il prologo è il ponte narrativo tra le due pellicole; è in questa sequenza che assistiamo al passaggio della maledizione tra l’ultimo portatore di Smile e il “paziente zero” di Smile 2, che è proprio il pusher di Skye. 

Minimo dello sforzo, sequel assicurato: il pretesto narrativo più vecchio del mondo, già poco convincente di suo per costruzione, prelude a una restante pellicola che non gli è da meno. Uno dei maggiori problemi del primo film era proprio la gestione del terrore: ogni tentativo di immergere lo spettatore nella follia paranoica della protagonista veniva prontamente disinnescato da un sistema di jumpscare spesso controproducenti. In Smile 2 la costruzione è la medesima, perciò lo spettatore, anche in virtù del primo capitolo, tenderà a prevedere ogni sviluppo di questo sequel. Tutta la pellicola è un continuo gioco di impennate di volume da zero a cento in meno di un secondo, con una scarsa gestione dell’espediente narrativo del “sogno nel sogno”.

In altre parole, ogni volta che alla protagonista capita qualcosa di traumatico, uno stacco di montaggio rivela che era solo un sogno. Ma quando lo spettatore sarà convinto di essere tornato alla realtà, scoprirà ben presto che la protagonista stava ancora sognando. Ogni volta così, vittima dopo vittima, sorriso dopo sorriso.

Un sorriso che diventa paralisi

Ray Nicholson in una scena del film Smile 2

Il problema di questo sequel è dunque il suo apparente immobilismo, il fatto che si ripeta passo dopo passo rispetto al suo predecessore e, a sua volta, anche rispetto al suo stesso intreccio. Metteteci anche una durata piuttosto stressata – 132 minuti diventano tanti, rispetto a quanto si vuole raccontare – e quanto di nuovo questo Smile 2 poteva portare in fatto di protagonista e contesto narrativo, si esaurisce nel primo atto.

È vero, ci sono anche momenti di regia interessanti per via dell’uso della camera a mano e del piano sequenza, ma vengono tumulati sotto il peso di ridondanze che lo spettatore conosce come le sue tasche. Eppure il finale non è una conclusione. Senza fare spoiler, vi diciamo che l’epilogo aveva tutti i pretesti narrativi per risultare definitivo e invece, come ormai in ogni horror, prepara già la strada a un altro, possibile sequel.

D’altro canto la catena di Sant’Antonio può rendere la serie di film potenzialmente infinita, tanto che ci si chiede già se arriverà un terzo capitolo. In conclusione vi diciamo che la pellicola diretta da Parker Finn è un sequel in pieno stile hollywoodiano; un’operazione che promette terrore e ma riserva al massimo giusto qualche salto e conseguente spargimento di popcorn. Smile 2 è un’opera che vorrebbe incutere terrore, ma il più delle volte lo riduce a un “BU!”

E voi avete visto Smile 2 e vi è piaciuto? Fatecelo sapere nei commenti. Se invece siete tra quelli rimasti delusi dal sequel vi ricordiamo che il mese di ottobre è ancora pieno di uscite, non perdetevele!

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