Nico, 1988, la recensione del film di Susanna Nicchiarelli

Ultimamente si è molto discusso degli attori alle prese con personaggi storici, e dei modi in cui essi possono essere interpretati. Di solito il pubblico apprezza in particolar modo chi si mostra capace di replicare in tutto e per tutto il proprio personaggio (e l’esempio principe non può che essere il Philip Seymour Hoffman fotocopia di Truman Capote), ma nel corso della storia del cinema sono tanti gli attori che hanno regalato performance straordinarie grazie a una libera reinterpretazione di un individuo reale (noi abbiamo già parlato di un interessante caso recente). Ovviamente le sfumature tra queste possibilità sono tante, ma, semplificando, ci sono due strade che un attore può intraprendere: quella della fedeltà e quella della libertà.

L’estate scorsa alla Mostra del Cinema di Venezia si era fatto notare in una delle sezioni collaterali un piccolo film arrivato al Lido in sordina, ma che dopo un’ottima accoglienza aveva ottenuto il Premio Orizzonti. Tra cinque giorni concorrerà per il titolo di Miglior film ai David di Donatello, per i quali ha ottenuto ben otto candidature. Stiamo parlando di Nico, 1988, di Susanna Nicchiarelli. I due precedenti lungometraggi di Nicchiarelli non erano certo memorabili, e ciò aveva abbassato le aspettative per questa sua opera terza. Che invece non è solo il miglior film della regista romana, quanto una delle pellicole italiane più interessanti della passata stagione.

 Nico 1988

Nico, 1988 racconta gli ultimi mesi della vita di Christa Päffgen, modella e cantante tedesca divenuta celebre in tutto il mondo come musa dei Velvet Underground con il nome di Nico. Uno degli aspetti che più vale la pena di analizzare è l’interpretazione della danese Trine Dyrholm (attrice nota al pubblico cinefilo per le sue collaborazioni con Susanne Bier e Thomas Vinterberg). Come tutti hanno già detto, Dyrholm è straordinaria. A noi però interessa il modo in cui ha scelto di vestire i panni di Christa/Nico.

Dyrholm ha studiato accuratamente Päffgen, e infatti ne riproduce ogni aspetto nei minimi dettagli: la voce è la sua, i movimenti sono i suoi, lo sguardo è il suo. L’immedesimazione è totale e impressionante. Ma c’è anche un altro aspetto da considerare: Nico era celebre come la bellissima ragazza che faceva da tappezzeria ai Velvet Underground. Nico nell’immaginario collettivo è solo Nico, appunto, non è mai stata Christa Päffgen, la donna di mezza età che cercava di affrancarsi dal suo passato per fare la propria musica. Aveva smesso di essere Nico o per lo meno ci provava, e detestava essere ridotta solo a quel breve periodo della sua vita. Christa però non è mai riuscita nel suo intento, e per tutti è sempre stata e sempre sarà solo Nico. Decidendo di metterla in scena nell’ultima parte della sua esistenza, Nicchiarelli, per quanto abbia un’interprete che la riproduce perfettamente, costruisce comunque un personaggio inedito, quasi una reinterpretazione della Nico nota a tutti.

Questa collisione diviene nel film di Nicchiarelli la perfetta rappresentazione del dramma di Christa: l’autodistruzione necessaria per liberarsi della propria immagine e poter essere se stessi. La regista evita accuratamente l’agiografia, e anzi sceglie una narrazione e uno stile frammentari per raccontare la propria protagonista. Persino la scelta dell’aspect ratio (cioè del formato del riquadro dell’immagine) sembra andare in questa direzione: scegliendo un antiquato 4:3 invece dei formati più larghi in uso oggi, Nicchiarelli contribuisce a raffigurare visivamente la prigionia cui è costretta la donna. E già dal titolo, che accosta il nome di Nico a un anno in cui Nico non sarebbe dovuta esistere più, ci dice subito quanto questa prigione sia inespugnabile.

Susanna Nicchiarelli

Nico, 1988 è dunque un ritratto impietoso ma al contempo affettuoso dell’ignota vita di una celebrità, diretto con un’intelligenza che finora Nicchiarelli non aveva dimostrato. È anche un film insolito nel panorama cinematografico italiano; ma in questa imminente edizione dei David sono stati candidati film diversissimi tra loro e quasi tutti a loro modo distanti dagli stereotipi (tanto spesso veri) sul cinema nostrano. Oltre che con La tenerezza, tra questi titoli il meno originale, Nico se la dovrà vedere infatti con A Ciambra, rappresentante di tutto quel filone neo-neorealista da cui provengono tanti buonissimi piccoli film recenti, con il musical surreale camorristico-bollywoodiano Ammore e malavita e addirittura con un cartone animato, Gatta Cenerentola.

Questi sono alcuni dei titoli (non tutti) da portare a chiunque senza cognizione di causa sparli del cinema italiano. Uno di questi è proprio Nico, 1988, indubbiamente un film da vedere per gli appassionati di musica (le performance canore di Christa/Trine sono eccellenti) ma non solo. Soprattutto c’è da sperare che Nicchiarelli abbia raggiunto la maturità e trovato la propria dimensione, e sappia quindi proseguire il proprio percorso artistico lungo questa strada. Se Nico non sarà una piacevole eccezione nella sua filmografia, il cinema italiano potrebbe aver trovato un nuovo, brillante sguardo.

Leggi tutte le nostre recensioni!

Facebook
Twitter