La distribuzione italiana non è certo nota per la sua prontezza, tant’è che sono occorsi ben tre anni perché qualcuno portasse nelle nostre sale Ah-ga-ssi (titolo internazionale The Handmaiden, o Mademoiselle come è stato chiamato in Francia e come si chiama da noi), l’ultimo film di Park Chan-wook. Né la calorosa accoglienza ricevuta a Cannes nel 2016 né gli ottimi risultati ai botteghini di tutto il mondo hanno incoraggiato una distribuzione tempestiva. Per fortuna grazie ad Altre Storie anche in Italia potremo finalmente vedere quello che, a detta di molti, è uno dei migliori film del decennio.
Mademoiselle è un racconto molteplice: una truffatrice coreana nel Giappone degli anni ’30, Sook-hee, si fa assumere sotto falsa identità come ancella da una ricca ereditiera, la signorina Izumi Hideko, per spingerla al matrimonio con un suo complice che si finge il nobile conte Fujiwara, strappandola dalle grinfie dello zio che la ospita e vorrebbe lui sposarla, Kouzuki. Quando la storia finisce, però, subito ricomincia, ma con un punto di vista differente che la trasforma in una storia diversa.

Non può che venire in mente Rashomon, capolavoro di Akira Kurosawa che nel 1950 disfece ogni pretesa oggettività della narrazione, umana (dei personaggi) e meccanica (del cinema), raccontando un omicidio secondo quattro diversi punti di vista, ognuno differente dagli altri. Il riferimento è legittimo e sensato, dove però Kurosawa nega la possibilità di un’unica realtà, Park Chan-wook l’ammette ma mette in scena la sua dissimulazione.
Il segreto, ovvero ciò che è da tenere celato perché destabilizzante, è un tema fondamentale nell’opera del regista sudcoreano (si pensi solo alla grande rivelazione finale che investe di nuova luce l’intera vicenda narrata in Oldboy), e in Mademoiselle diventa non solo l’elemento centrale, ma il motore stesso dell’azione. Ogni personaggio del film fabbrica segreti, tesi a ingannare gli altri personaggi in una rete di finzioni in cui lo stesso spettatore finisce per rimanere intrappolato.

Non bisogna però credere che Park Chan-wook sia un nichilista. Il regista offre infatti una via di fuga da un mondo fatto di falsificazioni. Se tutti i legami umani (e sociali) si fondano sull’inganno, allora diventa necessario stracciare il velo delle mistificazioni per trovare un contatto reale. Questo contatto è anche fisico, è una riscoperta della verità del mondo attraverso la presa di coscienza dell’altro, di ciò che è davvero, nella sua fisicità non più celata da trucchi, vestiti e recite.
Tutto è bivalente, e ogni espressione relazionale può essere nociva (falsa, morbosa, distruttiva) o benefica (vera, virtuosa, vitale). Park Chan-wook non solo non è un nichilista, ma è, a suo modo, un romantico, e in ogni suo film si può trovare l’amore, o per lo meno una sua forma, come forza propulsiva. A volte è un amore esiziale (Stoker), altre benefico (I’m a Cyborg, But That’s OK); in Mademoiselle l’amore, in tutta la sua carnalità, è la salvezza, una volta che ci si è sbarazzati delle sue deformazioni malsane.

L’inganno diventa allora un alleato per proteggere il nuovo mondo che si sta costruendo e che porta alla libertà, mentre chi invece perpetra fino alla fine la realtà distorta in cui vive ha nella morte l’unica possibilità di liberazione. In Park Chan-wook, dunque, è impossibile trascendere dall’ingannevole molteplicità del mondo, che esiste solo nella sua falsificazione, ma questo suo vizio connaturato può essere sfruttato anche per il suo stesso superamento.
L’eleganza della messa in scena serve a contribuire alla costruzione di questo universo; la cinepresa del regista sudcoreano scivola tra le stanze della lussuosa villa dello zio Kouzuki, indugia sulle pagine dei preziosi volumi della biblioteca, vaga nella rigogliosa vegetazione del parco della tenuta. Con il suo svilupparsi la storia rivela cosa è celato sotto la raffinatezza di ciò che si mostra, e così l’occhio della macchina da presa inizia a sbirciare al di là dell’elegante superficie impressa nella pellicola.

La villa mescola stile giapponese e stile britannico, costruita da un coreano per fingersi un nobile giapponese, i libri raccolgono la depravazione cui Izumi è costretta sin dall’infanzia e sono al centro di una truffa, un albero del parco è stato il luogo di un suicidio. Sempre la realtà non è ciò che appare, e Park Chan-wook lo esplicita anche visivamente, con il suo stile ricercato teso a riportare al pubblico la doppiezza dell’immagine
Park Chan-wook è uno dei più importanti autori asiatici, il cui Oldboy è una pietra miliare del cinema del XXI secolo, ed è triste pensare che in Italia siano occorsi tre anni perché il suo ultimo film arrivasse nelle sale. Anche perché si tratta di un film eccelso, che ha già lasciato il segno. Andare a vedere Mademoiselle significa godersi un pezzetto di storia del cinema contemporaneo, nonché dare un segnale alla distribuzione italiana, perché non si dimentichi più di film così importanti.
Leggi tutte le nostre recensioni.









