La ragazza nella nebbia, la recensione dell’esordio di Donato Carrisi

Un film che ha fatto molto parlare di sé la passata stagione è senza dubbio La ragazza nella nebbia. Un po’ perché segna l’esordio dietro la macchina da presa di un romanziere di successo, un po’ perché affronta un genere, il thriller, amato da molti ma poco visitato dal recente cinema italiano, dell’opera prima di Donato Carrisi si è detto e scritto tanto, e i più l’hanno accolta con entusiasmo. Forse pure troppo, visti i tanti difetti che la contraddistinguono. Eppure anche chi ha provato a squalificarlo come un gialletto di poco conto sbaglia, perché pur difettoso La ragazza nella nebbia è un buon thriller, e questo conta più di ogni altra cosa.

Carrisi ha deciso di adattare un proprio romanzo. In un piccolo villaggio del Sud Tirolo scompare una ragazzina, e la polizia invia a indagare un detective molto noto che ama sfruttare l’invasività mediatica a suo vantaggio. I suoi sospetti ricadono ben presto su un insegnante, contro il quale si accumulano prove su prove, tanto da convincerlo della sua colpevolezza.

Toni Servillo

Paradossalmente, ciò che funzione meno ne La ragazza nella nebbia è la scrittura. Nel tentativo di costruire una storia intricata e ricca di temi, Carrisi spesso perde le fila del racconto, lasciando le tante buone idee allo stato di abbozzi. La critica ai media è intrigante, soprattutto per come è presentata attraverso il perverso rapporto tra il detective e la televisione, ma lo spunto talvolta scivola nel semplicismo, banalizzando un argomento potenzialmente davvero affascinante. Eppure ci sono diverse buone idee (brillante l’uso di un modellino per introdurre l’ambientazione di alcune scene, forse un sottile rimando critico alla televisione attraverso una citazione di Porta a porta), che riescono comunque a rendere il film qualcosa di più di un banale giallo. Anche se pure la dimensione thriller traballa un po’, con una scena finale che cerca di essere sorprendente ma forse è solo banale.

Ciò che invece funziona è proprio l’impianto visivo: la messa in scena del paesino è molto suggestiva, e soprattutto nella sua parte iniziale il film ha tinte quasi horror, per come illustra questa piccola e chiusa comunità di montagna. La fotografia e la regia restituiscono benissimo l’atmosfera cupa e quasi claustrofobica della microrealtà del villaggio, specchio di una società fin troppo facilmente manovrabile. L’ottima realizzazione tecnica aiuta lo spettatore a passare sopra anche alle cadute narrative, così che il risultato complessivo è più che buono.

La ragazza nella nebbia

Una delle imprese più difficili per un artista è passare da un medium a un altro. Ogni mezzo di comunicazione ha le proprie peculiarità, e per quanto si conoscano e si sappiano manovrare quelle di una specifica forma d’arte, non è detto che ci si sappia adattare a quelle di un’altra. Chi sa raccontare bene con le parole scritte può avere enormi difficoltà con le immagini cinematografiche, perché queste richiedono un certo approccio, diversissimo se non opposto a quello letterario. Esistono artisti capaci di muoversi con disinvoltura da una forma all’altra (l’Italia ha una lunga tradizione di artisti “totali”, da Michelangelo a Pasolini), ma è più facile trovare esempi di tentativi fallimentari (anche tra campi apparentemente vicinissimi: l’eccezionale sceneggiatore Paul Schrader si è rivelato un regista a dir poco mediocre).

Nel suo piccolo, Donato Carrisi ha dimostrato di non essere uno scrittore prestato al cinema ma un vero e proprio regista, capace di utilizzare il linguaggio cinematografico nelle sue caratteristiche intrinseche. Tanto che i pregi e i difetti della sua opera prima sono pregi e difetti da regista, e non quelli che tipicamente si incontrano negli scrittori quando passano dietro alla macchina da presa (di solito dicono invece di mostrare, rinunciando al valore del cinema in quanto tale).

 Donato Carrisi

Concludendo: tutto il gran parlare di questa Ragazza nella nebbia è giustificato? In parte. Come spesso accade davanti a opere effettivamente buone, si spendono parole fin troppo generose. Il film di Carrisi non è un capolavoro e nemmeno un grande film. Ma, lo abbiamo detto, è un buon thriller, non imperdibile ma che vale una visione. Soprattutto, però, fa ben sperare per il futuro di questo regista esordiente. Che è ancora un po’ grezzo nel raccontare, ma se riuscirà a maturare potrebbe diventare un ottimo autore di genere, magari rivitalizzando un filone che ha fatto grande il cinema italiano per tanti anni ma che è scomparso, sommerso dalla spazzatura spacciata per thriller, gialli e polizieschi prodotta dalla televisione nostrana. Carrisi al suo primo film ha voluto prendere esplicitamente le distanze dalla televisione, e questo forse può farci ben sperare. Incrociamo le dita.

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