Il sacrificio del cervo sacro, la recensione dell’ultimo film di Yorgos Lanthimos

Yorgos Lanthimos è sicuramente il nome di punta di quello che si potrebbe chiamare, come in effetti spesso accade, Nuovo cinema greco, ovvero quell’ondata di film di alto o altissimo livello che negli anni ’10 del nuovo millennio è arrivata dalla Repubblica Ellenica nonostante la crisi economica (e sociale) che ha travolto il paese. Nonostante o forse proprio in virtù di essa. Dopotutto, come ricorda l’Henry Lime magnificamente interpretato da Orson Welles ne Il terzo uomo, «In Italia per trent’anni sotto i Borgia ci furono guerre, terrore, omicidi, carneficine, ma vennero fuori Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera non ci fu che amore fraterno, ma in cinquecento anni di democrazia e di pace che cosa ne è venuto fuori? L’orologio a cucù». Pare essere una costante nella storia dell’arte che soprattutto durante i periodi più turbolenti e complessi emergano gli artisti migliori. In effetti gli anni più felici di tutto il cinema italiano corrisposero all’immediato dopoguerra, tra le macerie reali e interiori di un paese distrutto. I conflitti e le tensioni sono spesso un ottimo carburante per la creatività umana.

Ed ecco quindi che in un momento così difficile la Grecia ha partorito un nutrito numero di autori notevoli, apprezzati dal pubblico e premiati nei festival di tutto il mondo. Lanthimos, dicevamo, e con lui Avranas, il cui Miss Violence, Leone d’argento a Venezia nel 2013, è la più esplicita allegoria della contemporanea situazione greca. E poi Zois, Tsangari, Koutras, Athanitis, Panayotopoulou… i nomi sono tanti. Ma tra tutti, appunto, spicca quello di Lanthimos, pluripremiato a Cannes, a Venezia e addirittura candidato a un Oscar nel 2017 per la sceneggiatura di The Lobster.

Yorgos Lanthimos

Lanthimos era salito alla ribalta nel 2009 con Kynodontas, suo secondo film, vincitore a Cannes nella sezione Un Certain Regard. Dopo sei anni e un terzo film meno apprezzato, Alps, Lanthimos era riuscito a raggiungere il successo pure all’infuori del circuito dei festival. Grazie anche a un cast di star hollywoodiane (i due protagonisti sono Colin Farrell e Rachel Weisz), The Lobster è stato il suo primo film a ricevere una regolare distribuzione internazionale, arrivando alla citata nomination agli Academy Awards. L’ultimo passo del suo percorso cinematografico è The Killing of a Sacred Deer, premiato a Cannes per la sceneggiatura nel 2017 e da oggi finalmente in italia con il titolo Il sacrificio del cervo sacro.

Raccontare la trama di un film come questo è difficile e forse superfluo: un ricco cardiochirurgo (sempre Farrell) sposato (con Nicole Kidman) e con due figli, ha un ambiguo rapporto con un ragazzino, a cui è indissolubilmente legato a causa di un evento passato che mette in pericolo tutta la sua famiglia. Il titolo e l’idea alla base vengono da Ifigenia in Aulide, tragedia di Euripide del 403 a.C., dove si racconta come il re acheo Agamennone fosse stato spinto a sacrificare la figlia Ifigenia alla dea Artemide per placare la sua ira dopo che il sovrano aveva ucciso una cerva a lei sacra. Artemide aveva scatenato venti che impedivano all’esercito ellenico di salpare dalla Beozia verso Troia, causando tali tensioni tra le truppe da far temere al re che i suoi uomini si ribellassero e uccidessero la sua famiglia.

Il sacrificio del cervo sacro 1

Fulcro del film è dunque questo, la presenza costante e sempre incombente di una minaccia mortale. Da qui Lanthimos parte per esplorare quelli che sono i centri nevralgici del suo cinema: la famiglia, l’ipocrisia, la violenza. Si potrebbe parlare per ore di tutti i possibili significati e sottosignificati di un’opera stratificata come è Il sacrificio del cervo sacro. Alle fondamenta si trova il suo essere una tragedia greca portata sul grande schermo da un regista greco, che usa uno dei più antichi e distintivi prodotti della sua cultura per raccontare la contemporaneità, in primis del suo paese: proprio la Grecia è (stata?) costretta a enormi sacrifici sotto la minaccia della catastrofe totale. La crisi etica del protagonista è la crisi economica del paese. Ovviamente il film può facilmente sganciarsi da una lettura così lineare, e il suo discorso ampliarsi all’umanità tutta. Anche perché vive soprattutto dell’atmosfera ambigua e minacciosa che sprigiona ogni singola inquadratura.

Lanthimos è spietato. Dopo una prima scena cardiologica che metterà subito in fuga gli spettatori più pavidi, ci getta senza preparazione in un mondo allucinante e allucinato, dove ogni cosa è asettica, limpida, rigorosa, gelida. L’espressione esplicita di ogni emozione è bandita, e a giustificare e rendere accettabile per il pubblico l’atteggiamento in apparenza così alienato dei personaggi non c’è nemmeno la scusa della fantascienza distopica, come invece avveniva in The Lobster. Qui siamo nella concreta e materiale realtà quotidiana, lo si capisce proprio dalla prima inquadratura, eppure nulla è realistico. Non c’è dubbio che questo modo di raccontare potrebbe allontanare molti, ma se vi si riesce a entrare si verrà rapiti, con il risultato di percepire in prima persona l’incombere della tragedia. Sul non detto vive il film, sul tenere lo spettatore perennemente sulle spine, perché sa che c’è qualcosa, e che quel qualcosa prima o poi accadrà. Ma non sa quando e soprattutto non sa cosa.

Il sacrificio del cervo sacro 2

Ecco perché quando Lanthimos scopre le carte rivelando la natura della minaccia (e doveva farlo se non voleva che Il sacrificio del cervo sacro fosse solo un espediente narrativo fatto a film) buona parte del fascino si perde. Non del tutto, certo. La minaccia di cui stiamo parlando è tanto surreale e volutamente fuori luogo da alimentare il malessere che serpeggiando tra i personaggi raggiunge lo spettatore: è un elemento sovrannaturale gettato con una vera e propria profezia nel mondo perfettamente razionale e coerente di un uomo di scienza (anzi, di una famiglia di scienza, visto che anche la moglie è medico). Dopo essersene allontanato tanto Lanthimos torna alla fonte, recuperando la componente mistica (divina?) della tragedia.

Una volta però che l’incantesimo del fascino perverso del film è anche solo parzialmente rotto, diventa impossibile accettare passivamente ogni scelta narrativa compiuta dal regista, poiché lo spettatore perde l’alienazione nel racconto che condivideva con i personaggi. Se nella sua prima metà il fantasma di un’ignota catastrofe ci sottomette alla (sur)realtà del film, nella seconda ci si distacca almeno un po’ e si iniziano a intravedere i difetti, a cominciare da un gusto per la metafora un po’ grossolana che stona con la raffinatezza visiva e spesso anche simbolica di tutto Il sacrificio del cervo sacro. Chi apprezza questo tipo di cinema lo amerà comunque, ma chi invece ne è più distante rischia di allontanarsene del tutto pur avendo accettata la prima parte.

Il sacrificio del cervo sacro 3

In questo si nota ciò che ancora manca a Lanthimos per raggiungere Michael Haneke, padre spirituale del regista greco e di una parte importante del recente movimento cinematografico ellenico, a partire da Avranas, il cui Miss Violence ha come più grande difetto quello di assomigliare un po’ troppo a un film di Haneke (ed è tempo che all’austriaco venga riconosciuto di essere il regista più influente negli ultimi 20 anni, almeno per quanto riguarda il cosiddetto cinema d’essai). Anche l’opera di Haneke vive di atmosfere rarefatte che attraverso una messa in scena rigorosa raccontano gli abissi dell’anima umana. Nonostante talvolta abbia deciso di mantenere sospeso l’enigma del suo cinema (come in Niente da nascondere), anche quando ha preferito svelarlo ha sempre saputo farlo senza mai nemmeno incrinare la potenza narrativa ed evocativa dei suoi film, come nel caso dell’eccezionale Il nastro bianco.

Lungi però Il sacrificio del cervo sacro dall’essere un passo indietro rispetto a The Lobster. Lanthimos prosegue con coraggio il proprio discorso con il proprio stile, confermandosi come l’autore più interessante di un movimento ricco e sfaccettato. Pur imperfetto, criticabile per tanti aspetti e sicuramente “difficile” per una parte del pubblico, Il sacrificio del cervo sacro è un’opera feconda che si offre a innumerevoli letture, una vera e propria tragedia moderna in cui la società che collassa è rappresentata dalla famiglia, luogo prediletto di tanto cinema per raccontare l’orrore (appunto Haneke e Avranas, tra i tanti). Abbiamo imparato a conoscere lo sguardo di Lanthimos, e anche questa volta gli occhi del regista greco si posano sulla realtà per restituircela in una deformazione grottesca che non sempre rende giustizia agli intenti e alla ricchezza concettuale di questo film, ma che testimonia in ogni caso il valore e la profondità del suo cinema e di tutto il nuovo cinema greco.

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