Birthmarked, la recensione del film di Emanuel Hoss-Desmarais

Quali sono i registi contemporanei a influenzare maggiormente il cinema odierno? Nel bene e nel male si potrebbe pensare a tanti nomi. Tutto il coevo cinema d’autore sembra pagare pegno a Michael Haneke, stilisticamente e concettualmente (si pensi solo al cinema greco, ad autori come Yorgos Lanthimos e Alexander Avranas). Per quanto riguarda il cinema più popolare, sicuramente la patinata frenesia cinetica di Michael Bay ha fatto scuola nel cinema d’azione, e pure i fratelli (ora sorelle) Wachowski hanno rivoluzionato con Matrix la messa in scena di un certo tipo di cinema (e parliamo di due registe di tutt’altro livello rispetto a Bay). Una cosa però molto comune è che determinati autori di grande successo vengano imitati proprio in virtù di questo loro successo, ma attraverso solo una riproposizione degli stilemi più superficiali della loro poetica. Un caso eclatante è quello di Quentin Tarantino.

Tarantino è già un gigante della settima arte, ma è contemporaneamente uno dei registi meno compresi in circolazione, anche a causa di molta critica che lo riduce esclusivamente alla violenza e al citazionismo, quando sotto a queste scelte stilistiche si cela un mondo ben più complesso e strutturato. Ma quest’ultimo è completamente assente dai tanti film fatti sulla scia di Tarantino, di cui vengono di solito ripresi solo il gusto per l’eccesso, che, senza le fondamenta ideologiche su cui si regge (e senza il genio visivo di Tarantino, pure), è destinato a collassare su sé stesso. Forse il solo Robert Rodriguez ha saputo partire da Tarantino per fare un cinema più semplice ma ancora godibile e almeno in parte personale.

Birthmarked

Un discorso simile va assolutamente fatto anche per Wes Anderson. Il cineasta di Houston è emerso dalla pletora di registi “indie” che affolano gli Stati Uniti per reinventare il genere (perché sì, ormai “indie” è un vero e proprio genere) e diventare lo spirito guida di tutti i registi o aspiranti tali che sognano il Sundance. Ma quanti di questi riescono a seguire la strada aperta da Anderson senza fermarsi alla riproposizione dei suoi cliché? Non bastano personaggi bizzarri intrecciati in rapporti familiari disfunzionali a fare un buon film, e l’abuso dei colori pastello e di classici del rock and roll non sempre aiutano. Certo, si possono trovare anche i Little Miss Sunshine e i Juno, ma accanto a questi quanti risultano insopportabili imitazioni prive della verve di Anderson?

È un po’ il caso di Birthmarked, secondo lungometraggio di Emanuel Hoss-Desmarais, da poco disponibile su Netflix (solo in lingua originale) con il sottotitolo Genitori contro natura. Ben e Catherine sono due scienziati che riescono a ottenere un finanziamento privato per un discutibile esperimento: allevare il proprio figlio naturale e altri due bambini adottati contro quella che dovrebbe essere la loro natura, per dimostrare che è solo l’ambiente a determinare le caratteristiche individuali. Così Maya, che viene da una famiglia di persone poco brillanti, viene educata perché sviluppi grandi capacità intellettive, mentre Maurice, figlio di genitori violenti, viene spinto a diventare un pacifista. Infine i due cercano di fare un artista di Luke, loro figlio naturale, erede di lunghe generazioni di scienziati.

Birthmarked è stato accolto malissimo, anche troppo. Pur divertente a tratti, paga il debito con il cinema di Wes Anderson, in particolare con I Tenenbaum. L’esperimento di cui racconta il film poteva essere il suo elemento di interesse e di originalità, aprendo anche a un discorso antropologico o a una riflessione sulla scienza (pur sempre in chiave ironica). Ma questa idea è in realtà poco più di un espediente narrativo per dare il via alla narrazione, che poi si concentra quasi esclusivamente sui rapporti familiari. E se la famiglia di cui si parla è composta da genitori incapaci di relazionarsi in maniera sana con i propri tre figli (due maschi e una femmina), ognuno con una propria caratteristica predominante (tra cui un artista e un genio scolastico)… beh, non si può non provare un fortissimo déjà-vu.

Non mancano scene divertenti, e nemmeno un paio di momenti dalla forte intensità drammatica, ma man mano che il film prosegue la sensazione di già visto aumenta sempre di più, rendendo la visione non sgradevole ma certamente scialba e poco coinvolgente. Si può vedere Birthmaked una sera estiva in cui si ha voglia di qualcosa di leggero, ma anche in quel caso il consiglio sarebbe di cominciare dal lungo filone che lo ha preceduto, a partire ovviamente da Wes Anderson e da I Tenenbaum. Poi si potrebbe anche vedere Birthmarked. O forse no, perché a quel punto che senso avrebbe?

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