Nella Tana dei Lupi, la recensione: Gerard Butler nei panni di un poliziotto sui generis

È possibile disegnare la carriera di Gerard Butler con una sorta di parabola. Giunto al successo planetario nei panni del re spartano Leonida, in 300 di Zack Snyder, ha sempre alternato parti drammatiche con presenze in commedie più o meno riuscite (di cui forse la più celebre è P.S. I Love You). Comunque da qualche anno a questa parte sembra aver trovato la sua dimensione in modo permanente.

Quella degli action movie.

Non fa eccezione il debutto alla regia di Christian Gudegast, che lo vede protagonista: il film si intitola Nella Tana dei Lupi ed uscirà nelle sale italiane il 5 aprile. La storia si presenta ad alto tasso di pallottole e adrenalina fin dalla prima scena, in cui vediamo la banda di Ray Merriman (interpretato da Pablo Schreiber) assalire un camion blindato, immergendoci immediatamente dentro l’azione. Ci troviamo nella città col più alto tasso di rapine in tutti gli States, ovvero Los Angeles. Mentre i membri della banda si preparano al colpo della vita – rapinare la Federal Reserve Bank in cui mai nessuno è riuscito ad entrare – tutti loro finiscono nelle mire della squadra speciale anticrimine capitanata da Big Nick O’Brien (Butler, ovviamente). Ma gli agenti ben presto rivelano modi poco consoni rispetto al ruolo che ricoprono, e non più morbidi confronto a quelli dei fuorilegge che inseguono. Specie quando scoprono il punto debole della banda di Merriman.

L’inizio è scoppiettante, fin da subito si resta attratti da questo totale ribaltamento fra i due schieramenti opposti. Da una parte una squadra speciale che non disdegna la tortura e le maniere forti, nel caso in cui qualcuno ostacoli le loro indagini. Dall’altra una banda di criminali tutt’altro che disorganizzata e che nulla lascia al caso: i fedeli adepti di Merriman, tra cui spicca il rapper Curtis “50 Cent” Jackson, sono tutti ex militari addestrati, a cui non manca una certa sagacia nel pianificare le strategie dei loro colpi (per capirci, secondo dinamiche da “criminali onniscienti” simili a quelle della meravigliosa serie tv spagnola, La casa di carta, disponibile su Netflix).

Dunque i buoni somigliano a ciò che ci aspetteremmo dai cattivi, e viceversa.

Possiamo dire che Nella Tana dei Lupi è scritto in modo molto più curato rispetto a ciò che si è soliti vedere in film del genere, incentrati esclusivamente sull’azione. Dove gli eventi sembrano sempre un po’ figli del caso, come se dovessero portare esclusivamente ad un’altra scena di impatto (avete presente Fast and Furious?). In questo film di casuale c’è ben poco. Le svolte sono sempre motivate e seguiamo passo per passo le fasi del piano, soffrendo una certa tensione quando entriamo insieme alla banda dentro la Federal Reserve. Questo grazie all’ottima costruzione di scene alternate dei due schieramenti, che vengono seguiti entrambi e che sono in grado di concedere allo spettatore sempre una dose maggiore d’informazioni rispetto a ciò di cui sono a conoscenza le parti in causa.

Paradossalmente, però, il modo in cui è scritto è anche la fonte dei difetti del film. Perché una presentazione al di fuori degli schemi, lascia pensare anche a dei personaggi al di fuori degli schemi. Invece non si esce mai dal regno della caratterizzazione: la stessa banda di criminali si può riassumere in un gruppo di energumeni fisicati, pieni di tatuaggi, e poco più. Questo vale per lo stesso Merriman, il loro capo, che dovrebbe contrastare lo strapotere di O’Brien, e che invece vive una perenne condizione d’inferiorità, visto il poco sviluppo psicologico. Nella tana dei “cattivi” forse il personaggio più riuscito si rivela proprio quello meno importante sulla scala gerarchica, ossia l’autista impersonato da O’Shea Jackson Jr. (figlio di un altro rapper, Ice Cube).

E per quanto riguarda la squadra speciale? Oltre a O’Brien il nulla assoluto.

Questo per lasciare campo aperto a Gerard Butler, che domina la scena, da mattatore. Ma non mancano i cliché, anche per lui. Uno su tutti? Il divorzio con la moglie, che non sopporta la sua vita sregolata, e che immancabilmente accompagna i figli piccoli mano nella mano dal vialetto di casa fino alla macchina che li porterà lontano da lui. Una scena a dir poco abusata di cui si poteva fare a meno, un tentativo di approfondimento del piano umano del personaggio che in realtà nulla aggiunge. E di cui l’eroico O’Brien, dal fisico scolpito e il coraggio indomito, non ha assolutamente bisogno.

Perché la verità è che, pur dopo una presentazione leggermente diversa dal solito, si finisce ben presto nel canovaccio classico, letto e riletto dal genere: il buono non si arrenderà mai, il cattivo non gliela darà mai vinta.

Vincerà chi dei due si rivelerà più forte.

Ed è proprio in questi confronti continui delle reciproche forze, sia quelli a suon di spari sia quelli non fisici, che il film ottiene un maggior respiro. E si rivela godibile, specie per chi ama le storie in cui inseguimenti, coperture che rischiano di saltare, e soprattutto duelli a fuoco, sono all’ordine del giorno. Lodevole la regia di Gudegast, alla sua opera prima, che riesce a tenere sempre alto il livello del ritmo e del dinamismo. E che, nascendo come sceneggiatore, impreziosisce il genere con qualche trovata da manuale.

Anche se, certo, diventa tutto più semplice, quando a recitare i tuoi dialoghi hai a disposizione un Gerard Butler in forma smagliante, nei panni di un poliziotto sui generis.

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