L’Immortale: recensione del nuovo film di Takashi Miike

L’Immortale (Blade of the Immortal) è il nuovo film del regista nipponico, un live-action tratto dall’omonimo fumetto, disponibile su Netflix.

Presentato fuori concorso all’ultimo Festival di Cannes, L’Immortale non ha solo il titolo in lingua inglese (Blade of the Immortal) più bello degli ultimi anni, ma è anche un grande trionfo visivo che restituisce sullo schermo le caratteristiche della narrazione fumettistica, oltre a divertire per la sua intera durata offrendo di tanto in tanto anche interessanti spunti di riflessione favoriti dall’importanza della tematica.

Manji è un samurai, ricercato insieme alla sorella Machi per aver commesso un terribile crimine. Quando viene fermato da un gruppo di cacciatori di taglie, non esita ad ucciderli tutti per proteggere Machi, ma quando lei viene uccisa davanti ai suoi occhi, a Manji non rimane più niente se non il desiderio di morire. Allora una vecchia che afferma di avere più di 800 anni lo trasforma in un Immortale.

La trama dimostra già la buona dose di stravaganza presente nella pellicola, che andrà ad aumentare con il procedere dei minuti. La vera sorpresa è che tutto ciò non stanca, nonostante l’estesa durata della pellicola (141 minuti). Miike è l’unico regista, insieme all’Edgar Wright di Scott Pilgrim, in grado di portare sullo schermo i canoni e gli stilemi del fumetto senza perdere di credibilità.

Ma se Edgar Wright si trovava ad affrontare un misto di videogiochi, fumetto ed estetica retro-pop, a Miike è sempre interessato il Manga giapponese nelle sue declinazioni più originali. Avendoci già abituato a buoni risultati in passato, il risultato positivo de L’Immortale non dovrebbe essere sorprendente, e infatti lo è solo in parte.

L'Immortale - Manji e Rin

La vera novità, ed il modo in cui Miike (arrivato ormai ad oltre 100 film) dimostra di essere ancora in grado di innovare e re-inventarsi è attraverso la messa in scena. Da un punto di vista puramente formale, la pellicola si allontana dai canoni dei film del suo genere per tendere verso una ricerca che la porta più vicino a Cannes che all’estetica tipicamente fumettista dell’eccesso e della particolarità, di cui riprende gli elementi più strettamente cinematografici.

Il regista riesce nella realizzazione di un connubio molto interessante, che unisce due grandi tradizioni del cinema giapponese: il formalismo dettagliato di Ozu e l’etica di Kurosawa; su cui impianta una narrazione che proviene direttamente dal mondo dei Manga. Questo significa che L’Immortale non è la semplice trasposizione di un fumetto, ma ne è, per così dire, il naturale complemento cinematografico.

Per cui, per rendere scorrevole e divertente una narrazione che rischierebbe di arenarsi sullo scoglio della lunga durata, Miike inserisce una caratterizzazione dei personaggi esemplare, che rende ogni duello che compone la pellicola un evento da osservare con attenzione. L’elemento che il regista sembra prendere direttamente dal Manga è proprio l’attenzione dettagliata ad una scrittura eccentrica dei personaggi, che rende ognuno di loro interessante ed enigmatico.

L’utilizzo poi di una grande varietà di armi che si discostano dalla tradizione nipponica, è il pretesto per Miike per inserire tre interessanti spunti nel film: primo, la differenza tra le tradizionali katane, che sembrano venire accantonate in favore di armi europee, costituisce un perfetto parallelo con l’identità culturale giapponese, un elemento sempre presente nei film di Miike e molto sentito dai giapponesi.

L'Immortale - Manji

Secondo, la scelta di una determinata arma rispetto a un’altra è ciò che costituisce più di ogni altra cosa l’identità dei singoli personaggi, seguendo una tradizione che proviene dai Manga, secondo cui ad ogni personaggio corrisponde la propria arma unica nel suo genere. In ultimo, è un ottimo espediente narrativo che consente al regista di far progredire la storia attraverso la questione dello scontro fra i ribelli Itto-ryu e i dojo tradizionali, innovazione e protesta del popolo contro conservatorismo e potere.

Dunque per tutta la pellicola Miike costruisce un discorso che intrattiene senza annoiare, e che sottende una serie di riflessioni importanti sul piano etico e morale. Oltre alla classica questione dell’onore che in un film sui Samurai non può mancare, c’è ovviamente l’amore, la famiglia, il peso dell’immortalità e il piacere della vita. Manji è continuamente apatico, scontroso, sente il peso degli anni che ha vissuto e di quelli che dovrà ancora vivere, e questo costituisce un perfetto espediente che introduce una serie di questioni etiche profonde, che il regista usa come fondamenta su cui costruire la sua opera.

L’Immortale è dunque un film ben riuscito, un ottimo film di cappa e spada e un’eccellente trasposizione di un Manga che può vantare una discreta attenzione per la riflessione esistenziale, inserita in modo tale da non pregiudicare l’intrattenimento ma abbastanza netta da far riflettere sul film dopo la visione.

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