Lady Vendetta di Park Chan Wook: quando la violenza si tinge di rosa

Concludiamo il nostro ciclo con l’analisi di Lady Vendetta, ultimo capitolo della Trilogia della Vendetta, che vede come protagonista una donna.

Il capitolo conclusivo di una trilogia, seppur narrativamente libera come è quella della Vendetta, è sempre un ostacolo difficile da superare. Soprattutto se il tuo nome è Park Chan-wook, e solo due anni prima hai stupito il mondo intero con un capolavoro come Old Boy (2003). Di conseguenza, le numerose incognite che sottendono un progetto come Lady Vendetta (2005), potevano spingere il regista coreano a continuare sulla strada tracciata dai primi due capitoli, oppure a tentare qualcosa di completamente nuovo.

Inutile dirlo, Park Chan-wook non si ripete mai, e realizza con Lady Vendetta un film che pur restando tematicamente nell’orizzonte di senso di Mr. Vendetta ed Old Boy, cambia completamente prospettiva. Non solo una protagonista diversa, coraggiosa, decisa, ma anche un nuovo modo di intendere concetti fondamentali come la violenza, la vendetta e la redenzione, al centro di tutta la trilogia.

Ovviamente, la sorpresa principale è il fatto che il film abbia come protagonista una donna. Di Park Chan-wook avevamo apprezzato soprattutto i personaggi maschili: il sordomuto Ryu di Mr. Vendetta o il duro Dae-su di Old Boy. Con Lady Vendetta, il regista dimostra che anche una donna può essere il giusto foglio su cui delineare i contorni di una caratterizzazione particolarmente funzionale. Geum-Ja, la protagonista, regge sulle spalle il peso di una vendetta covata per tredici anni.

Lady Vendetta di Park Chan Wook: quando la violenza si tinge di rosa

Come in Old Boy, la protagonista passa un lungo periodo in isolamento, e questo trasforma completamente la sua personalità. Tutto il film è puntellato di frammenti narrativi che riguardano la vita delle detenute nel carcere, inseriti dal regista senza soluzione di continuità, ma in modo che vengano sempre contestualizzati visivamente, più che narrativamente. Perfezionando un meccanismo giù utilizzato in Old Boy, la memoria si traduce in una tecnica discontinua della messa in scena.

Passato e presente, immaginazione e realtà, attraverso l’utilizzo di flashback e sequenze oniriche mai esplicitamente segnalate, Park Chan-wook sfrutta in maniera magistrale la prima parte del film per spiegarci una vicenda, sempre in modo implicito. Come ormai abbiamo imparato, nei film del regista coreano non esistono spiegazioni facili ed immediate. La ricerca della verità è lunga e tortuosa almeno quanto quella della vendetta.

Dicevamo della personalità di Geum-Ja: la misteriosa donna che stupisce tutti per la sua bellezza. All’inizio della pellicola, la sua presentazione è delicata, tenera, ha uno sguardo innocente e una timidezza incredibile. Nel momento in cui però torniamo al mondo reale, dopo l’uscita dal carcere, Geum-Ja non è più la stessa persona, e più di un conoscente glielo ripeterà nel corso del film.

Lady Vendetta di Park Chan Wook: quando la violenza si tinge di rosa

Lo sguardo in particolare è l’elemento più perturbante. Gli occhi della ragazza che vediamo entrare in carcere, nel notiziario con cui si apre la pellicola, sono colmi di innocenza, puri. Quando esce, i suoi occhi sono bordati da un trucco rosso che le dona un aspetto molto più deciso, carico di risentimento. L’innocenza e la gentilezza che mostrava in carcere, inoltre, erano solo una copertura, un modo per guadagnarsi l’affetto di persone che l’avrebbero aiutata nel mettere in atto il proprio piano.

La cosa che più sorprende di Lady Vendetta è l’eleganza e la freddezza della violenza. Geum-Ja, al contrario di Dae-su o Ryu, non è furiosa, impetuosa e incosciente. La sua vendetta è elaborata, non ha la veemenza della furia improvvisa, ma ha l’implacabilità della razionalità. La protagonista non perde mai il controllo, riesce sempre a mentenere un grado di lucidità che le permette di raggiungere il suo obbiettivo in poco tempo.

Per la prima volta nella trilogia, la vendetta può realizzarsi all’incirca a metà film. Eppure ciò non accade. La seconda parte di Lady Vendetta è dedicata ad una ricerca etica ed emotiva senza precedenti. La rivelazione dei crimini di Mr. Baek costringe Geum-Ja ad un completo ripensamento del suo fine. La vendetta non è più personale, come lo era in Mr. Vendetta o Old Boy. Qui diventa un fatto collettivo che riguarda i parenti dei bambini uccisi da Mr. Baek.

Lady Vendetta di Park Chan Wook: quando la violenza si tinge di rosa

La perdita viene analizzata allora a seconda dei punti di vista, e genera reazioni diverse in ognuno dei personaggi. Rabbia, pianto, disperazione, tutte sfaccettature di un sentimento unico che è il dolore della perdita. E nel momento in cui il dolore diventa insopportabile, subentra la reazione. La violenza diventa allora una risposta inevitabile, che nonostante tutto deve fuoriuscire per non implodere. Tutti i parenti dei bambini sono consapevoli dell’inutilità della vendetta, eppure essa è impossibile da impedire, diventa quasi necessaria.

“Lo sapete vero? Che uccidere quest’uomo non ci darà mai indietro i nostri figli.” dice uno dei padri che si trovano davanti a Mr. Baek, coperti da un impermeabile trasparente e armati di coltelli, accette o bastoni. E subito dopo, l’uomo più altre tre persone si lanciano contro l’assassino, per sfogare una rabbia covata per anni.

Quando la vendetta è consumata non è detto però che la redenzione arrivi. Il gruppo allora si separa, ognuno prende la propria strada, e Geum-Ja torna dalla figlia, Jenny, che le corre incontro nella neve. Ancora una volta, l’apice di violenza lascia spazio nel finale all’innocenza, non effettiva, ma evocata attraverso il bianco della neve. Jenny e Geum-Ja si abbracciano, e la donna mostra alla figlia una torta di Tofu bianco.

Lady Vendetta di Park Chan Wook: quando la violenza si tinge di rosa

“Be White.” dice Geum-Ja alla figlia. “Sii bianca”, innocente, pura. La madre vuole che la figlia non commetta gli stessi errori, e sceglie, una volta consapevole che la redenzione per lei non arriverà, di lasciare un messaggio di speranza. Un futuro migliore per Jenny, lontana dai peccati della madre, libera, e bianca.

Jenny però dice alla madre che anche lei può essere bianca, e le offre un pò di torta. Geum-Ja non accetta, e non potrebbe farlo. Non può nemmeno aprire la bocca per cercare di catturare i fiocchi di neve che cadono dal cielo. Non può salvarsi, è completamente perduta, eppure è alla disperata ricerca della redenzione.

Allora affonda con la faccia nella torta, in un ultimo, disperato tentativo di reclamare l’innocenza dei suoi vent’anni. Alla fine, forse, c’è una speranza per tutti.

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