La fiera delle illusioni: il rigoroso e affascinante omaggio al noir di Del Toro

Eccoci arrivati a quello che (almeno finora) l’ultimo atto del personale “circo cinematografico” di Guillermo Del Toro, ossia il suo ultimo film La fiera delle illusioni. Tratto da un romanzo del 1942 di William Lindsay Gresham e adattato al cinema da Edmund Goulding, con una versione passata alle cronache per il finale troppo edulcorato imposto dalla produzione.

Non c’è nulla di edulcorato invece nell’adattamento di Del Toro. La fiera delle illusioni è infatti un rigoroso omaggio al cinema noir classico. Una favola cupa che gioca con il senso di meraviglia e il didascalismo di una “visione morale” che risulta davvero d’altri tempi. Una scelta efficace ma che mostra, in parte, tutti i suoi punti deboli.

Ecco dunque la nostra recensione nello specifico.

La trama de La fiera delle illusioni

Stan arriva al circo ambulante

Fine degli anni Trenta, in una non-meglio-identificata provincia americana dove, appena ripresi dalla più grave crisi capitalistica mai vissuta, ognuno di arrangia come può. L’ignoto Stan (Bradley Cooper) cerca lavoro, quasi casualmente, in un circo ambulante. È tra spettacoli, tarocchi, ingegni, cartomanti, ragazze elettriche e uomini bestia che si svolge la prima parte del film.

Il circo è infatti un modo per Stan per apprende tutti i trucchi del mestiere: tra mentalismo, illusioni e una innata predisposizione alla presenza scenica. Inizia insomma da qui la scalata al successo di Stan che, insieme all’amata Molly (Rooney Mara), lo porterà ad abbandonare la fiera delle illusioni per trasferirsi nella nightmare alley (questo il titolo originale del film) della città.

Ma questo sarà solo l’ennesimo passo della rovina morale ed emotiva di Stan, ormai concentrato unicamente sul raggiro di chi sta intorno a lui per aumentare potere e conto in banca. La sua personale ascesa avrà infatti una battuta d’arresto quando dovrà scontrarsi con i piani, ancora più diabolici, della scaltra psicanalista Lilith Ritter (Cate Blanchett). La spirale discendente sarà definitiva e l’illusione dello spettacolo rotta per sempre.

Un film classico fino al midollo

Stan si confida con Lilith nel suo studio

L’operazione che Del Toro decide di fare con La fiera delle illusioni è particolarmente ambiziosa e rischiosa. La pellicola infatti è concepita non solo come omaggio al cinema noir, ma come un vero e proprio film noir anni ’40. Grande sforzo produttivo, un cast di livello, il tutto al servizio di una storia che, pur non rinunciando agli elementi immaginifico-metaforici, risulta molto semplice e immediato a livello narrativo.

La fiera delle illusioni sembra essere uscito a tutti gli effetti dalla Hollywood classica. Siamo dunque lontani dalle narrazioni stratificate dell’intrattenimento contemporaneo. Il film di Del Toro si prende decisamente i suoi tempi, con una regia che dimostra tutto il suo controllo e la sua calibrazione. Aiutata dalla stupenda fotografia di Dan Laustsen, a tratti livida a tratti caldissima e contrastata, la regia risulta più sinuosa e sognante nella prima parte, mentre molto più tagliente e ritmata nella seconda.

Ed è proprio su questa regia tanto sicura e tanto compatta che si fonda tutta la classicità di questo film. Come tutti i film noir non vuole essere di più che una favola morale cupa e vergognosamente umana, tanto da risultare a tratti prolisso, eccessivamente verboso, e forse anche leggermente scontato. In particolare la seconda parte, quella ambientata in città, risulta effettivamente la più debole, quella in cui il mordente di stupefazione lascia lo spazio ad una superficie più patinata. Dove, in sostanza, la moralità quasi didascalica – caratteristica tipica del noir – emerge in tutta la sua banale verità.

Tra freaks e statue di cera

Stan guarda Molly seduta su una carovana

Se i freaks, i “diversi”, sono da sempre presenti nel cinema di Del Toro, in questa Fiera delle illusioni lo sono in modo molto particolare. La questione infatti è qui inserita all’interno di un discorso più ampio che è quello della percezione di realtà e finzione.

Ci sono infatti i freaks-mostri del circo con le loro strane fattezze e i loro poteri paranormali che popolano la prima parte del racconto. Sono loro infatti quelli a cui Del Toro guarda con simpatia reverenziale e pietà umana. E poi ci sono i mostri imbellettati, Stan e Lilith sopra tutti, che agiscono nell’ombra ma mostrando un’ancor più temibile grazia e pulizia nella seconda parte del film. Le vere “bestie” sono infatti proprio gli stessi uomini “normali”.

A questo proposito, i personaggi della pellicola sono più “funzioni morali” che persone vere e proprie. Questo giustifica infatti anche la parziale superficialità di scrittura con cui sono trattati i singoli personaggi, non solo i comprimari, ma anche gli stessi protagonisti. Bradley Cooper, in questo senso, fa un lavoro magistrale per mantenere un’interpretazione distaccata che sappia ridare la patina, il portamento e la riluttanza del suo stesso Stan a fare i conti con le sue pulsioni ed emozioni più intime e più negative. Una maschera abilmente svelata nel bellissimo finale che potrebbe addirittura odorare di Oscar. Degne di nota anche le performance sfuggevoli ma precisamente connotate del gremitissimo cast. Dalla psicologa/villain Cate Blanchett alla purezza di Rooney Mara, passando dalla sensualità sincera di Toni Collette all’istrionismo distaccato di Willem Defoe.

Un Del Toro al 100%

Stan nel cerchio dell'attrazione di paura

La fiera delle illusioni si colloca perfettamente all’interno della poetica di Del Toro. Ritroviamo infatti, come già detto, i temi della diversità e le atmosfere in bilico fra il grottesco, la fantasia e l’horror. Anche il simbolismo coloristico – il contrasto rosso (purezza) e bianco (quieto terrore) ritornano e richiamano i recenti Crimson Peak e La forma dell’acqua – contribuisce a creare l’abisso concettuale e morale che il regista vuole sottolineare.

Ma questa ultima opera risulta anche un passo in avanti nella carriera di Del Toro. Un ennesimo omaggio al cinema e alla sua illusione costruita, non per ingannare. Un film a suo modo affascinante e ambizioso che tratta talmente con rigore la materia e la matrice del noir tanto da rimanerne in parte vittima. Un’opera in un certo senso fine a se stessa, che pecca di empatia spettatoriale perché crede in realtà nel potere della semplice favola (o parabola) morale. Una favola fascinosa, citazionista e appassionata che chiede allo spettatore di lasciarsi guidare, non indagare oltre, evitando di offrirgli una facile illusione. Non l’opera migliore di Del Toro, ma di certo la sua più controllata e più programmatica.

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