Final Portrait: L’arte di essere Amici di Stanley Tucci. La nostra recensione

Final Portrait: Alberto Giacometti propone al giovane James di posare per un ritratto, e attraverso l’opera – che sembra non poter essere completata – il modello trova lo squarcio per entrare nel mondo dell’artista.

L’atto creativo come strumento conoscitivo: la mano, che si leva verso l’opera d’arte, scalfisce la superficialità della visione allo scopo di sondare l’oltre, il reale, l’effettivo che si nasconde dietro la persuasività dell’apparenza.

“Nulla si vede a colpo d’occhio”, e Alberto Giacometti cerca nell’arte l’orizzonte inaccessibile, gli elementi strutturali del vero che appare vuoto di forma e pieno di senso.

“Ogni scoperta è subito persa, per sempre.”

Il dubbio e l’incertezza rappresentano la materia stessa di cui si compongono le sue opere, e la sua stessa poetica, e la visione di Alberto Giacometti si apre, tremolante nei primi piani dell’artista, come se la telecamera fosse issata sul pennello.

A Final Portrait di Stanley Tucci è un delicato racconto d’arte e amicizia, che ha come protagonisti uno straordinario Geoffrey Rush nei panni dell’artista svizzero, Alberto Giacometti e James Lord (Armie Hammer), un giovane giornalista americano che per diciotto giorni siederà nello studio dell’artista, in attesa di un ritratto che, per definizione, non potrà mai essere finito.

Final Portrait

Il film, diretto e sceneggiato da Tucci, è tratto dal romanzo scritto dallo stesso James Lord, A Giacometti Portrait, dove si narra dell’incontro tra i due su di un treno per Parigi e dell’intenzione dell’artista di realizzare un ritratto del giovane giornalista, in soli due giorni.

Ma la pellicola non si limita a raccontare una porzione della vita di questo artista irruento e dubbioso: mette in scena la vita e la poetica dell’artista posto al centro del racconto. In questo modo, ciascun passo che Lord compie all’interno dello studio e della vita di Giacometti si propone come un’immersione profonda nel suo mondo interiore.

Complice la fotografia, che dipinge il mondo filmico delle stesse sfumature fredde di bianco, nero e bronzo, di linee sottili e luci soffuse che ricordano le sue sculture e, con lo stesso genuino candore, si colora poi di porpora e d’oro, cromatismi caldi e avvolgenti, quando il racconto sfora nell’emotività, nella passione e nel vizio che si consumano in qualche locale notturno.

Giacometti appare, in ogni aspetto, un uomo sopraffatto: sopraffatto dall’arte che governa tutta la sua vita. Sopraffatto dall’amore per Caroline, una giovane prostituta. Sopraffatto dai macabri spettri che abitano il suo inconscio manifestandosi in fantasie di violenza e oscurità.

Final Portrait

La visione è comprensiva. Giacometti, la moglie infelice, l’amante entusiasta e svampita. Il film stesso è un ritratto che non può essere completato poiché la grandezza è una materia sfuggente, contraddittoria, irruenta.

Geoffrey Rush è magistrale: si appropria dell’artista, esasperando il suo estraniamento dal mondo, la sua maniera burbera e incostante di approcciare l’arte e di relazionarsi con quanti lo circondano. La sua mano tremante che insegue l’essenza della realtà sfuggente, la frustrazione, la rabbia, la paura di non essere abbastanza, che aleggia nello studio dell’artista come quell’odore di gesso che riusciamo a percepire.

James Lord è annoiato, Alberto Giacometti è scontento di sé. I giorni passano e il ritratto non progredisce, prendendo il sopravvento su quell’artista incapace di contrastare i limiti di quella visione superficiale che gli impedisce di penetrare alla ricerca dell’essenza.

Il ritratto sembra andare e venire come se Alberto non avesse alcun controllo su di esso. E altre volte, scompare del tutto”.

Così, a volte stizzito, si alza, getta il pennello e le sue dita corrono incontro ad un busto che accarezza con cura voluttuosa.

Ma Giacometti è chiaro: nel suo tentativo di cogliere un orizzonte inconoscibile tenta di realizzare un ritratto che non può essere altro che un casuale incontro di setole e colori, su una tela che promette di catturare ciò che la mente dell’artista non riesce a sondare: la verità, dietro la visione parziale di essa.

Final Portrait

E così, come sempre accade in questo mondo, ciascun finale non è naturale e intrinseco, ma imposto dal sopraggiungere di una scadenza. Il tempo di James Lord, nel mondo di Giacometti deve finire e, con esso, l’esecuzione di quel ritratto che lo ha dominato e scandito. Ed ogni fine, com’è noto, reca con sé l’insoddisfazione delle promesse deluse. L’amarezza nei confronti di ciò che è andato perduto.

Un dipinto che parte per l’America, un busto in gesso che rimane e la parabola di un’amicizia inattesa che, in meno di venti giorni, compie il suo percorso.

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