Cosa dirà la gente: a una ragazzina non interessa la propria cultura, se non la fa vivere

Strano davvero, il mondo dei trailer cinematografici. A chi non è mai successo alzi pure una mano: capita spesso di vedere trailer che svelano senza pietà la trama di un film, arrivando dritti fino al finale della storia in una clip da un minuto e mezzo. Ti sembra non abbia più senso vedere il film, tanto ormai sai già tutto. Altre volte, addirittura, ti illudono che il genere del film sia chiaro, poi al cinema scopri che è tutt’altro.

È ciò che succede nella maniera più eclatante possibile con Cosa dirà la gente, il secondo film della regista norvegese Iram Haq. Vedi il trailer e pensi ad una storia di formazione, abbastanza classica. Poi ti ritrovi seduto in sala di fronte a qualcosa di molto simile ad un horror.

Cosa dirà la gente è la traduzione italiana del titolo originario Hva vil folk si, locuzione pakistana che esprime un problema serio di questa comunità, un problema dai contenuti sociali e religiosi: nel caso in cui una famiglia venga disonorata dal comportamento di qualcuno dei suoi membri, quella stessa famiglia non potrà più farsi guardare dalla “gente”. Perché sarebbe umiliata, annichilita dalla vergogna. Perché la gente – intesa come gli altri membri della comunità – penserebbe male di loro e quei comportamenti sconvenienti potrebbero diffondersi a macchia d’olio. Qualcun altro potrebbe seguire l’esempio e comportarsi in modo altrettanto sconsiderato.

Nel film la vergogna è causata dalla sedicenne Nisha, interpretata da una straordinariamente espressiva Maria Mozhdah, attrice giovanissima ma di indubbio talento. La ragazzina vive una sorta di scissione tra la vita di una qualunque adolescente occidentale e quella di una figlia di genitori pakistani emigrati in Norvegia. Esce a notte fonda dalla finestra della sua camera, beve, non disdegna qualche tiro di spinello, poi rientra a casa e in silenzio accetta gli ordini di una madre autoritaria e balla canzoni orientali insieme ai suo genitori. Non sta agli spettatori, e neanche alla regista, dire quale dei due modelli sia giusto e quale no. Ma Nisha, come molte ragazzine della sua età, è attratta dai ragazzi. Questo sì che è normale. Ed è proprio con un ragazzo che Nisha viene sorpresa in camera da suo padre Mirza, che per poco non ammazza di botte entrambi. Seguono incontri con gli assistenti sociali, e poi un viaggio in Pakistan, dove Nisha verrà spedita senza troppe spiegazioni per conoscere la cultura che ha disonorato (non preoccupatevi, nessuno spoiler: nel trailer c’è già tutto).

Partiamo dai punti di forza di questo film. Indubbiamente, lascia a bocca aperta il divario tra aspettative e realtà di chi, come me, era convinto di andare a vedere una semplice storia di formazione. È un film che annichilisce con determinate scene e determinati contenuti, specie un pubblico di occidentali poco avvezzi a sentire storie simili, se non nella cronaca nera (e infatti è di pochi giorni fa il caso di Sana Cheema, una ragazza pakistana di Brescia, uccisa dal padre e dal fratello perché intenzionata a sposare un italiano). Il dramma che si consuma nella trama e la colpa di Nisha, alla fine, dipendono solo dall’aver baciato un ragazzo. Cosa che a noi risulta incomprensibile, per noi il problema non sussiste. Non stiamo parlando di una storia di formazione prettamente “occidentale” come il recente Lady Bird di Greta Gerwig: lì il conflitto con l’autorità genitoriale era sano, umano, facilmente contestualizzabile nella fase di passaggio dall’adolescenza alla maturità. Tutti noi lo abbiamo passato quindi tutti noi abbiamo gli strumenti per capirlo.

Il conflitto coi genitori in Cosa dirà la gente, invece, assume le sembianze di qualcosa di molto più grande, qualcosa che tracima la sfera privata per arrivare al problema sociale: l’impossibilità di vivere la propria vita liberamente a causa di precetti di una cultura che neanche si riconosce come propria, ma è propria di genitori che si sentono in diritto di decidere per te. È molto difficile trovare retorico questo film, che riesce sempre a rapportarsi in modo sincero con il tema che tratta. Non tanto grazie alla complessità dei personaggi, visto che l’unico psicologicamente tridimensionale è il padre di Nisha, Mirza (Adil Hussain), che vive una profonda lotta interiore nel dover accettare la propria religione, coi suoi usi e costumi che approva, ma che confliggono con l’amore verso la figlia e la volontà di vederla felice. La sincerità di questa storia deve molto alla presenza in cabina di Iram Haq, regista norvegese, sì, ma di origine pakistana. Che ha dichiarato: “A quattordici anni sono stata rapita dai miei genitori e costretta a vivere in Pakistan per un anno e mezzo. Ho aspettato di sentirmi pronta come regista e come persona per raccontare questa storia in un modo equilibrato”.

Dunque si parla di una storia romanzata, ma vera. Non di uno sproloquio populista riguardante la cultura islamica, come tanti se ne sentono. Per questo la storia travolge con la sua crudezza, la sua spietatezza quasi insanabile, perché non si nutrono dubbi che a narrare la vicenda sia una persona informata e, soprattutto, sincera. Menzione d’onore va fatta poi a Nadim Carlsen, direttore di una fotografia che andrebbe insegnata nelle scuole di cinema, per il suo mettersi a servizio della narrazione. Il sole dei fantastici campi lunghi in India (dove è stata girata parte del film), i colori freddi della neve norvegese. La luce e il buio che sottolineano la voglia di libertà e la prigionia di Nisha: toni e atmosfere che amplificano con efficacia gli stati d’animo della giovane protagonista.

I difetti? Forse la natura stessa del conflitto alla base del film, che ho prima definito alla stregua di un horror. I genitori di Nisha non appaiono mai come esseri umani, ma come dei mostri, e anche piuttosto monotematici. A volte cattivi senza motivo, a volte aggressivi, mai una volta affettuosi, mai una volta amorevoli: da una madre che non fa altro che criticare la figlia ad un fratello che da un momento all’altro smette di parlarle. Manca la complessità del rapporto genitoriale, mancano le ragioni profonde per cui non essere più morbidi con una ragazzina che sia il padre che la madre dicono di amare. Manca il cambiamento, perché nessuno varierà mai le proprie posizioni, neanche Mirza, l’unico che ha spessore sul piano umano, ma che viene soltanto sfiorato dal pentimento. A conti fatti si ha la netta sensazione di assistere non tanto a una storia che parla di famiglia quanto a una tragedia con protagonista una vittima costretta a combattere forze più grandi di lei, che la sommergono. Si arriva a un punto della storia, per intenderci, in cui non ci si stupirebbe se Nisha si uccidesse o uccidesse qualcuno, dopo aver accumulato eventi traumatici come figurine.

Tutto questo rischia di essere “troppo”, anche per un melodramma, anche se all’interno di un film ben strutturato, coinvolgente, tecnicamente pregevole, a suo modo sorprendente, specie se confrontato alle attese.  Alcuni aspetti sembrano esagerati, forse, ma con ogni riserva del caso: ricordatevi che è pur sempre un occidentale chi sta scrivendo questa recensione.

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