A Ciambra, la recensione del film proposto dall’Italia agli Oscar 2018

La recensione di A Ciambra di Jonas Carpignano, selezionato (e poi escluso) per rappresentare l’Italia agli Oscar 2018, con Martin Scorsese produttore esecutivo.

La questione razziale è uno dei temi dell’Italia di oggi, eppure in pochi se ne occupano con uno sguardo moderno, ancorati tuttora ad una visione tradizionale che non tiene conto delle nuove generazioni. Jonas Carpignano, regista italo-statunitense, sembra aver ben presente la questione e il modo in cui essa si situi in un panorama rivoluzionato, in cui i figli di stranieri nati in Italia rappresentano ormai il punto di congiunzione fra i nuovi simmigrati e quelli arrivati nella grande ondata di meta ‘900. Centinaia di migliaia di persone emarginate, rilegate al margine della società, portate a commettere atti criminali a causa delle difficili condizioni di vita.

A Ciambra aveva già conquistato il Festival di Cannes. Presentato in anteprima in Francia, il film ha vinto il premio Europa Cinema Label, ed è stato proposto dall’Italia per una candidatura agli Oscar 2018, salvo poi essere escluso a dicembre dell’anno scorso. E il sostegno è giustificato, perché A Ciambra non è solo un film sul tema dell’immigrazione moderna, ma anche e soprattutto una storia di formazione che analizza il rapporto fra padri e figli, e inserisce la narrazione in un contesto sociale ben preciso che più che costituirne la cornice, ne è il fondamento diretto.

A Ciambra, la recensione del candidato italiano come Miglior Film Straniero

Pio è un adolescente atipico che vive nella comunità rom di Gioia Tauro, in Calabria. Fuma, beve e commette piccoli crimini, proseguendo nel frattempo la sua educazione alla malavita. Nella sua città, entra in contatto con le diverse realtà etniche e sociali, costruendosi in breve tempo una cerchia di pochi amici fidati. Quando il padre e il fratello vengono arrestati, sarà Pio a dover prendere le redini della famiglia dimostrando di essere ormai un uomo.

Come anticipato, la parte più interessante di A Ciambra è la modernità del suo sguardo. I rom di Gioia Tauro comprendono sia i vecchi, rappresentati dal nonno di Pio e dai suoi incomprensibili consigli, che i nuovi, quelli nati in Italia e figli di immigrati, come Pio stesso. Le due parti cercano di costruire un dialogo complicato, quasi irraggiungibile, reso visivamente attraverso la metafora del cavallo che invade le visioni oniriche del protagonista. Fra di loro, gli immigrati provenienti dall’Africa, etichettati genericamente come ‘i marocchini’, ma soprattutto gli italiani. La mafia al di sopra di tutto, a cui i rom devono sempre rendere conto in una situazione di subalternità perenne.

A Ciambra, la recensione del candidato italiano come Miglior Film Straniero

Tra le cose che colpiscono di più, c’è la rappresentazione di un’infanzia mancata che trasforma i bambini in uomini troppo precocemente, inadatti a ricoprire il ruolo che vorrebbero in quanto legati ai sogni e ai desideri tipici della loro età. Non solo Pio, che fuma quasi sempre, beve, si atteggia a uomo e commette crimini, ma anche i due nipoti, sono il simbolo della perdita volontaria dell’innocenza. Nessun bambino è costretto ad essere ciò che non è, tutti vogliono diventare adulti subito perché essere bambini in un contesto sociale come quello della Ciambra è difficile, se non impossibile.

Carpignano presenta una perdita di valori diffusa, che porta gli amici a ingannarsi, i figli ad andare contro l’autorità dei genitori e tutti a delinquere. La criminalità non è un vizio, un capriccio o una ribellione. È la necessaria condizione di chi non ha niente, neanche la possibilità di non essere un criminale. Forse troppo nettamente, il film traccia una linea che una volta superata non permette a nessuno di tornare indietro. Utilizzando una regia scarna ma funzionale, Carpignano muove i personaggi come pedine dirette ad un traguardo preciso. Ogni evento spinge Pio verso una conclusione che arriva in maniera talmente naturale da spiazzare per la sua inevitabilità.

A Ciambra, la recensione del candidato italiano come Miglior Film Straniero

Dopo il convincente esordio con Mediterranea (2015), Jonas Carpignano conferma la sua abilità registica. Questo è il cinema di cui il nostro paese ha bisogno, e se anche Scorsese ha deciso di credere nel progetto non è un caso. Forse manca un pò di flessibilità nelle posizioni al giovane regista italo-statunitense, ma è un difetto che sentiamo di potergli perdonare.

Leggi la recensione de Il Filo Nascosto, candidato agli Oscar come Miglior Film.

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