ATTENZIONE, CONTIENE SPOILER!!!
C’è molto in Serenity – L’isola dell’inganno.
Molto più di quanto un trailer ben fatto, una trama noir in un ambientazione tropicale e due attori premio Oscar già di per sé possano garantire, forse troppo.
Trama
Baker Dill è un pescatore rintanatosi su di un’isola alla ricerca di un enorme tonno che pare non volersi fare catturare.
Vive alla giornata e in maniera autodistruttiva una vita fatta di alcol, pesca e qualche rapporto occasionale con una donna.
Un giorno però la sua routine viene sconvolta da un’altra donna, che si scoprirà essere la sua ex moglie: quest’ultima offre a lui la possibilità di uccidere il suo attuale marito in cambio di dieci milioni di dollari.
Il tonno da lui rincorso per anni si porterà via l’uomo, dopo che si scoprirà che Plymouth, l’isola in questione, è l’ambientazione di un videogioco, inventato da un bambino per sfuggire ai soprusi di un patrigno violento.
Influenze e attori

Serenity – L’isola dell’inganno eredita buona parte del suo tessuto narrativo dal noir. C’è infatti un protagonista tormentato, c’è una dark lady e c’è una grossa somma di denaro.
L’ambientazione è sui generis e spesso tende a distrarre lo spettatore dalla presunta trama thriller del film.
Matthew McConaughey, a differenza di quanto scritto da buona parte della critica, ci è apparso assolutamente credibile: se la sceneggiatura non è delle più intense ed entusiasmanti, lui porta comunque in scena quello che da qualche tempo a questa parte è il suo personaggio più riuscito, ovvero un eroe maledetto che pare mutuato dalla letteratura di Hemingway (impensabile non cogliere i chiari riferimenti al racconto Il vecchio e il mare), che si trova ad affrontare una vita colma di dolore.
Ben diverso il discorso per Anne Hathaway la quale, divenuta bionda per l’occasione, non riesce a vestire i panni della dark lady senza risultare talvolta grottesca o caricaturale. Di Femme Fatale ha solo l’aspetto e l’innegabile carisma, che comunque ne esce indebolito da una prova perlopiù piatta.
Piatto è l’aggettivo giusto per descrivere anche buona parte del resto degli attori, con la scusa dell’ambientazione multimediale i personaggi non hanno scavo emotivo.
L’uomo e il mare

Serenity – L’isola dell’inganno, a nostro modo di vedere, va suddiviso in due momenti: prima e dopo il colpo di scena, ovvero la rivelazione della realtà multimediale che governava l’isola.
Prima di quel preciso momento il film, perdonando alcune falle, risulta scorrevole, per certi tratti anche molto gradevole.
Inquadrature spesso suggestive, una coppia (McConaughey-Hounsou) che in alcune scene funziona anche abbastanza bene e soprattutto un’alchimia, quella dell’uomo con il mare, che viene mostrata nelle sue sfaccettature più intime. L’acqua è elemento di simbiosi per il protagonista. Un famoso detto spagnolo recita: ‘para todo mal el mar, para todo bien tambien’ e lo spirito della pellicola pare orientato in quella direzione.
Storicamente il rapporto uomo-mare ha sempre prodotto sentimenti forti e, nel caso specifico di Serenity – L’isola dell’inganno, Baker lo utilizza per affogare i sensi di colpa generati da un doloroso divorzio che lo ha allontanato dal figlio.
Ci sono persino dei riferimenti culturali esotici interessanti: non passa inosservata la noce di cocco che Baker rompe sulla statua della dea Khali prima di ogni battuta di pesca.
La bidimensionalizzazione del protagonista
Insomma Baker Dill è un uomo vero e proprio, con le sue paure, le sue fissazioni e le sue sofferenze.
Come può essere una specie di Avatar un uomo che vive una vita colma di dolore e di rimpianti, nascondendosi dietro alla malsana ossessione della cattura di un tonno?
È proprio per questo motivo che un plot twist volto a bidimensionalizzarlo in un personaggio poco più che capace di seguire le indicazioni impartitegli da un giocatore risulta svilente e poco credibile.
Conclusione
In poche parole Serenity – L’isola dell’inganno costruisce per un’ora buona delle promesse che però perlopiù disattende e fa dell’elusività e della mistificazione le basi di una storia che, nel momento del plot twist, perde quanto di buono era riuscita a produrre.
In un periodo storico in cui esce un Cine-comic al mese, probabilmente limitarsi ad una trama noir in un’ambientazione esotica avrebbe garantito un prodotto senza troppe pretese ma apprezzabile. La volontà di strafare però ha prevalso e Serenity ha deragliato nel finale.
Non sempre ciò che è più complesso vince, spesso ciò che ci fa amare una pellicola è la semplicità delle emozioni che trasmette.
Forse a Serenity sarebbe bastato dare un po’ più di spazio al mare, come diceva quel famoso detto spagnolo..
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