Into the Wild, McCandless poteva salvarsi? La risposta degli scienziati

La storia di Christopher McCandless è narrata prima nel suo diario, poi nel libro di Krakauer e infine nel film di Sean Penn. È proprio Into the Wild che ha reso caro al pubblico il nomade morto in Alaska. Fra gli appassionati anche numerosi studiosi, che hanno analizzato il caso dal punto di vista scientifico. Poteva salvarsi? Ora la risposta.
Emile Hirsch in una scena del film Into the Wild

Sean Penn nel 2007 realizza l’arcinoto film Into the Wild, la cui vicenda drammatica è così dirompente da colpire profondamente lo spettatore con un impatto profondamente incisivo. L’interpretazione di Emile Hirsch è rimasta alla storia. Ma la vera vicenda di Christopher McCandless è ancora più incredibile di quanto riusciamo ad immaginare dal film. Intro the Wild va in onda su Rai Movie in seconda serata oggi, 17 gennaio 2024, e noi ci siamo fatti una importantissima domanda.

Christopher McCandless, di cui qui ripercorriamo la vicenda reale, poteva salvarsi? La scienza ha provato a rispondere.

“McCandless è stato sfortunato a livello di tempistica“: partiamo dalla fine, ovvero un’affermazione dell’ideologo David Hill. Il diario dell’autore, poi il libro che ne ha tratto Jon Krakauer e solo infine il film di Sean Penn, raccontano che Christopher dopo 113 giorni nel bus in Alaska avesse deciso di tornare indietro e riassimilarsi alla civiltà. Dove si trova il Magic Bus ve l’abbiamo rivelato qui, ma era davvero inevitabile che Christopher tornasse lì a morire?

Il sentiero che lo avrebbe riportato alla civiltà era bloccato dal fiume Teklanika, troppo gonfio dal deflusso del ghiacciaio Cantwell. Era molto più alto e veloce di quanto lo fosse in aprile. Allora McCandless lo aveva attraversato all’inverso, per lasciare la civiltà e vivere da nomade in Alaska, e ci era riuscito. Ora oltre all’impedimento naturale, Christopher non aveva neanche né una carta topografica né una conoscenza del luogo che gli permettesse di sapere da quale parte potersi dirigere. Per questo tornerà indietro, si riaccampa sull’autobus e lancia un SOS rimasto inascoltato prima di morire – pare il 18 agosto.

Gli studiosi affermano che se Christopher, anziché gettare la spugna, avesse riprovato ad attraversare il fiume di Teklanika qualche giorno prima o qualche giorno dopo la sua traversata sarebbe stata totalmente accessibile ed agevole. Il 5 luglio, infatti, il rapido aumento della portata d’acqua a causa delle piogge non era assolutamente il momento per guadare il fiume. “Se avesse tentato un po’ più tardi nella medesima giornata, le condizioni avrebbero potuto rivelarsi più favorevoli e forse il finale sarebbe stato differente.”

La quantità di acqua nel fiume Teklanika in quel particolare momento dipende da una numerosa varietà di fattori. Le piogge, le nevi, i ghiacciai ma anche l’evaporazione e le infiltrazioni. Lo studio degli idrologi si sono, per questo, concentrati sul comportamento del Teklanika per stabilire le variazioni della sua portata.

Se ad aprile il Teklanika era a regime medio-basso, la fusione delle nevi tardiva e velocizzata ad inizio estate ha fatto sì che il 5 luglio fosse completamente impossibile attraversarlo. A questo, le piogge hanno causato un andamento altalenante del deflusso. Sfortunatamente, il 5 luglio è stata proprio una giornata di quelle in cui si è verificato un rapido incremento. Infatti, se la portata media del fiume nel 1992 era di 16 metri cubi al secondo, il 5 luglio si registrano 110 metri cubi al secondo.

Tornandoci il giorno dopo, o decidendosi appena un giorno prima, probabilmente Christopher McCandless sarebbe sopravvissuto. O almeno avrebbe attraversato il Teklanika arrivando un po’ più vicino alla civiltà. Ora che sapete quanto contano la sorte e il caso anche in Into the Wild non vi resta che guardarlo stasera in tv!

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