Poche opere del cinema americano del Novecento riescono a sintetizzare il disincanto e la corruzione del potere come Chinatown (1974), diretto da Roman Polański e interpretato da un indimenticabile Jack Nicholson. Il film non è soltanto un noir ambientato negli anni Trenta, ma un’amara allegoria sul fallimento della verità, sul potere che corrompe e sulla fragilità dell’innocenza. Vincitore di un Oscar per la miglior sceneggiatura originale (Robert Towne), Chinatown è considerato oggi una delle pellicole più perfette e spietate mai realizzate a Hollywood.
Una visione ancora più sorprendente se si considera che è l’ultimo film americano di Polański, prima del suo ritorno in Europa: un congedo dalla “terra dei sogni” che suona come una condanna morale e visiva del sistema stesso che lo aveva accolto.
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Di cosa parla Chinatown
Siamo nella Los Angeles del 1937. L’investigatore privato J.J. “Jake” Gittes (Jack Nicholson) viene incaricato da una presunta signora Evelyn Mulwray di indagare sul marito, ingegnere capo del Dipartimento per l’acqua e l’energia. Gittes si ritrova invischiato in un intrigo di potere, speculazioni immobiliari e segreti familiari.
Dietro l’apparente mistero di un omicidio si nasconde una trama più ampia: la “guerra dell’acqua” della California, la trasformazione di Los Angeles da deserto a metropoli, e la corruzione che accompagna ogni passo di quel processo. Ma Polański e Towne vanno oltre il fatto di cronaca: costruiscono una parabola morale in cui il protagonista, con il suo trench e la sua ferita al naso, rappresenta l’ultimo idealista in un mondo in cui la verità non solo è manipolata, ma spesso non serve più a nulla.
In questo scenario entra in scena Evelyn Mulwray (Faye Dunaway), una delle figure femminili più enigmatiche e tragiche del cinema noir. Ambigua, elegante, ferita, nasconde un segreto che va oltre la convenzione del genere: un trauma familiare che rivela la mostruosità del patriarcato e la violenza del potere. Noah Cross, interpretato con glaciale crudeltà da John Huston, non è soltanto il padre di Evelyn, ma anche il simbolo del dominio maschile, economico e politico su una città intera.
Il titolo Chinatown evoca il quartiere dove Gittes aveva lavorato da poliziotto: un luogo metaforico dove “non si può capire cosa accade e conviene non fare nulla”. È l’emblema dell’impotenza morale di fronte al male sistemico — un concetto che attraversa tutto il film fino all’ultima, devastante battuta.
La spiegazione del finale del film
Il finale di Chinatown è una delle conclusioni più sconvolgenti e pessimiste della storia del cinema. Dopo aver scoperto la verità sul legame incestuoso tra Evelyn e suo padre — “è mia sorella e mia figlia!” — Gittes tenta di proteggere Evelyn e la giovane Katherine, figlia (e sorella) della donna, organizzando la loro fuga verso il Messico. Ma il piano fallisce.
A Chinatown, luogo simbolo del caos e dell’impotenza, la polizia interviene, convinta che Evelyn sia l’assassina di Mulwray. Nel tentativo disperato di scappare, la donna viene colpita da un proiettile e muore sul posto. Noah Cross raggiunge l’auto, prende con sé Katherine e si allontana, impunito. Gittes, distrutto e impotente, viene trattenuto dai colleghi mentre il suo assistente pronuncia la celebre frase:
“Forget it, Jake. It’s Chinatown.” — “Lascia perdere, Jake. È Chinatown.”
Questa battuta, divenuta proverbiale, racchiude l’intero senso del film: non tutto può essere compreso, non tutto può essere risolto. È un invito cinico alla rassegnazione, alla presa d’atto che il male strutturale — incarnato da Cross — è troppo radicato per essere sconfitto. Gittes non è un eroe vittorioso, ma un testimone sconfitto. Il sistema che ha cercato di smascherare rimane intatto, e anzi trionfa nella figura del padre che si riappropria del controllo sulla figlia e sulla città.
Polanski, che impose questo finale contro la volontà dello sceneggiatore Towne (il quale desiderava un epilogo più conciliante), ne fa un atto politico e personale. Reduce dal trauma dell’assassinio di Sharon Tate, il regista riversa nel film un sentimento di cupa impotenza: la convinzione che il male non può essere cancellato, ma solo riconosciuto.
La morte di Evelyn non è solo un evento narrativo, ma la fine della speranza di giustizia. Chinatown, come luogo e metafora, rappresenta il punto di non ritorno: la verità non redime, ma distrugge chi osa cercarla.









