Cinema e Psiche: cinque titoli per scoprire la mente

Che cos’è il Cinema? Domanda complessa, che richiederebbe una risposta piuttosto articolata. Diciamo però che di base è una narrazione. Un’opera d’arte costituita da immagini, suoni, dialoghi che si susseguono e formano una storia. Noi che assistiamo, non ci limitiamo a essere impeccabili guardoni devoti al voyeurismo, ma empatizziamo con i personaggi, ci creiamo aspettative, soffriamo e gioiamo con loro. In sostanza, è come se (molto alla lontana) li analizzassimo. Questo perché li conosciamo fin dalla loro prima presentazione, li seguiamo provando sentimenti ed emozioni. Appare evidente quindi come Cinema e Psicologia vadano sempre di pari passo. Interessi comuni che iniziano più o meno nello stesso periodo storico e finiscono con l’utilizzo della visione di film come momento di incontro, di analisi, di riflessione. Il Cinema anche per immedesimarsi in nuove storie, viaggiare con la mente; il Cinema utilizzato come strumento per discutere; il Cinema per scoprire, conoscere e imparare. In definitiva, in parte quella stessa narrazione che si ritrova in un’analisi Psicologica.

Mania, ossessioni, deliri, frammentazione. Da sempre, la Settima Arte si occupa di descrivere e talvolta indagare tutto questo, creando anche personaggi che sono rimasti nel nostro immaginario collettivo ed esaminando luoghi della mente sconosciuti.

Alla luce di quanto, arriviamo a presentarvi cinque titoli che vi faranno conoscere e scoprire angoli remoti dell’individuo.

Spider

ralph fiennes in spider mentre ricorda il suo passatoIniziamo quest’analisi partendo da Spider, un film uscito al cinema nel 2002 di David Cronenberg, in cui emerge a tutto tondo il suo forte interesse per la materia. La storia è quella di Dennis “Spider” Cleg, interpretato magistralmente da Ralph Fiennes, il quale si ritrova in una struttura riabilitativa gestita dalla Signora Wilkinson (Lynn Redgrave). I luoghi in cui è inserito il protagonista sono desolati, chiaro simbolo di quella solitudine e ritiro della mente del personaggio. Lo scopo di Dennis è quello di ricostruire i frammenti della sua esistenza, rimettere insieme i pezzi di un puzzle complesso, di trovare quella fondamentale narrazione. Così ripercorriamo la sua esistenza attraverso flashback, in cui appare chiaro fin da principio un Complesso di Edipo freudiano, con l’innamoramento e l’idealizzazione predominante della madre, buona, dolce, amorevole. Così diversa da quelle donne del bar, pronte a mostrarsi anche davanti a un bambino. Ma l’idillio si infrange ben presto, quando Dennis assiste ad atteggiamenti vagamente sessuali fra i genitori. Qui, la mente del protagonista uccide metaforicamente la madre buona, facendo spazio alla madre cattiva proiettata sulla figura della prostituta (se qualcuno avesse voglia di approfondire, ricordatevi Melanie Klein). Nel racconto di Spider, la verità inaccettabile si mescola alla finzione, fino al ritrovamento della verità. Un film macchinoso e impossibile da ridurre a un “semplice” Complesso di Edipo non risolto, come spesso viene scritto, che ci conduce dunque nella desolazione della schizofrenia.

Dans ma peau

immagine del film dans ma peau mentre la protagonista si ferisceCambiamo registro e passiamo al cinema di Marina de Van, regista e interprete, con Dans ma peau (titolo italiano, Nella mia pelle), film francese del 2002.

La storia è quella di Esther, una donna che conduce una vita ordinaria e apparentemente soddisfacente, che porta avanti progetti sia sul fronte lavorativo che relazionale, con Vincent (Laurent Lucas). La svolta nell’esistenza della giovane si verifica una sera, quando, invitata a una festa a casa di amici, si fa del male accidentalmente a una gamba in modo piuttosto importante. Nonostante la ferita sia profonda e perda molto sangue, inizialmente Esther non si accorge di niente. Da questo momento comincia la sua scoperta dell’autolesionismo e un profondo e sofferente viaggio nel mondo del taglio.

Il tema centrale viene annunciato da Marina de Van a partire dai titoli di testa, presentati attraverso lo split screen che mostra due parti divise, come un lembo di pelle scisso. Esther è spinta da una voglia irrefrenabile, costante e continua di tagliarsi, instaurando a tutti gli effetti una sorta di dipendenza con la lesione, non riuscendo neanche a giustificare il suo agito. Entra in un vortice che la risucchia, dove l’azione le dona piacere e in cui le risulta impossibile controllare l’impulso e pertanto anche il suo corpo.

Dans ma peau ci offre una panoramica piuttosto esaustiva circa i fatti, senza accennare alla parte più intima e profonda della donna. Noi, in qualità di spettatori, possiamo però provare le medesime sensazioni della ragazza, coinvolgendo tutti i sensi. Attraverso i lunghi silenzi, l’uso sapiente della musica, i piccoli rumori di sottofondo in unione con le immagini forti, il film trascina totalmente il (suo) nostro corpo. Il sangue, intriso di una valenza significativa, diventa la maschera di Esther, il suo modo per concretizzare e portare fuori un dolore lancinante, che inizialmente appare inspiegabile e di cui prendiamo definitivamente coscienza con lo sgorgare delle lacrime finali, rendendo tutto più chiaro.

The Aviator

leonardo dicaprio nel film the aviator mentre impazzisceUno dei migliori film di Martin Scorsese, datato 2004 con protagonista Leonardo DiCaprio. Il cineasta ci presenta la vita di Howard Hughes, l’imprenditore miliardario, perfezionista e ambizioso. La pellicola si apre con una scena emblematica, che, stando a quanto narrato nel film, porterà alla psicopatologia di Hughes. A 9 anni, in epoca di colera, mentre la madre lo lava, questa gli ricorda che nella vita non sarà mai al sicuro, avvertendolo dunque di prestare sempre attenzione. Da qui inizia probabilmente il suo incontro con la patologia: una paura disfunzionale di essere contaminato, dello sporco (ossessione), che lo mette in condizioni di doversi lavare costantemente, di non toccare le posate altrui, di bere latte solo da bottiglie di vetro ben sigillate (compulsioni). Scorsese vanta il merito di portarci attraverso il cinema dentro la malattia seguendo un climax, un crescere continuo con prime avvisaglie e che si concluderanno con una manifestazione presumibilmente più sul versante psicotico, con la sua chiusura nel cinema. Ossessioni, compulsioni, narcisismo, psicosi, mentalizzazione. La complessità del personaggio di Hughes viene in parte fuori, facendoci osservare l’evoluzione della patologia mentale e soprattutto della sofferenza che questa si porta dietro.

Primo amore

locandina cinema di primo amore di matteo garrone su anoressiaCi spostiamo in Italia con un film di Matteo Garrone del 2004 che prende spunto da una storia vera accaduta precedentemente e raccontata nel 1997 in “Il cacciatore di anoressiche” di Marco Mariolini. Primo amore porta al cinema i fatti di Vittorio (Vitaliano Trevisan) e Sonia (Michela Lescon), personaggi soli che si incontrano ad un appuntamento al buio e iniziano così una relazione. Vittorio, che di mestiere è un orafo, non riesce a concepire mente e corpo come unico elemento ed è convinto che il fisico debba essere ridotto ad uno stato di purificazione attraverso la regressione al corpo bambino. Detta in soldoni, ordina alla sua donna, Sonia, di non mangiare, di non nutrirsi, costringendola quindi a perdere peso fino a diventare anoressica. Così abbiamo una prima fase di luna di miele, in cui la donna si mostra compiacente e asseconda il suo uomo da cui dipende affettivamente e che mantiene vigile il controllo su di lei. Ma successivamente inizia a cambiare idea e ribellarsi al regime alimentare.

Da una parte assistiamo quindi al tema di voler plasmare, modellare, cambiare l’altro con cui abbiamo una relazione, senza accettarlo nella sua interezza, conducendo Sonia ad uno stato di annichilimento. Vediamo dunque l’annullamento definitivo della persona, che mano mano regredisce nella sua forma, trasformandosi in un corpo primordiale. Dall’altra, i temi dell’anoressia indotta in questo caso dal compagno, della parafilia e della dipendenza affettiva. Personaggi tipici del cinema garroniano, soli, con le loro ossessioni, con evidenti problemi con la società e a inserirsi nel contesto, anch’esso estremamente deprivato come la sua protagonista.

American Psycho

christian bale in american psycho sta per uccidere jared leto Ventuno anni fa usciva al cinema American Psycho, pellicola di Mary Harron con Christian Bale, il quale interpreta Patrick Bateman, un giovane uomo con una vita di successo. Patrick è di bell’aspetto, elegante, ricco, potente e con un posto di rilievo in una società finanziaria. Ma mentre di giorno è l’uomo più affascinante sulla terra, di notte emerge tutta la sua irrefrenabile voglia di sangue. Il suo profilo, sulla carta, è quello tipico di uno psicopatico, che studia le sue vittime e desidera colpire. Metodico, amante del bello, ossessionato dall’ordine e dalla cura per il corpo, cinico e insensibile ricercatore di vittime per appagare il suo istinto omicida. Il nucleo principale di American Psycho è senza dubbio la freddezza emotiva e totale mancanza di empatia. L’appartamento dove vive è la rappresentazione ideale della sua affettività e della sua mente: ordinato, pulito, ma decisamente sterile. I fatti narrati si svolgono con estrema linearità, rendendoci partecipi di ogni sua “opera”, di ogni suo scempio ben studiato e voluto. Ma al termine del corso, si apre anche la discussione finale. Tutto ciò a cui abbiamo assistito è reale o una fantasia delirante dietro cui si nasconde il protagonista per alimentare la sua autostima e stare bene?

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