Matteo Garrone e il suo cinema dei contrasti

Matteo Garrone è uno dei cineasti più importanti del cinema italiano. Una delle chiavi di lettura del suo lavoro è proprio la contraddizione tra gli estremi.

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Il filosofo greco Eraclito scriveva: “Ciò che è opposto si concilia, dalle cose in contrasto nasce l’armonia più bella, e tutto si genera per via di contesa.” Se c’è un cineasta che ha saputo fare del contrasto un punto di forza del suo cinema, questo è sicuramente Matteo Garrone.

E non fosse anche per il suo segno zodiacale (Bilancia), egli utilizza gli opposti per dare vita ad opere profonde, potenti e che sanno mettere in discussione lo spettatore. È quella sensazione di spaesamento che capita molto spesso di fronte ai suoi film. Un alternarsi continuo di empatia e repulsione di ciò che viene raccontato. Il suo cinema, allo stesso tempo crudo e immaginato, cinico e speranzoso, possiede infatti una forza e una coesione davvero rilevanti. Cosa che gli ha permesso di diventare uno dei migliori rappresentanti del cinema italiano contemporaneo nel mondo.

Classe 1968, nato a Roma, Matteo Garrone ha mostrato fin da subito le tensioni che caratterizzeranno il suo cinema più maturo e che definiranno il suo successo. I suoi primi lavori da regista si collocano infatti in un territorio tra il documentario puro e la fiction realista: Terra di mezzo (1996), Ospiti (1998) ed Estate romana (2000). Un carattere questo che verrà preso e consolidato, con una ricerca formale più attenta, nel suo primo vero successo di critica: L’imbalsamatore (2002). Sarà poi il successo internazionale di Gomorra (2008) a permettergli di definire la sua poetica attraverso uno stile sempre più ricercato, che non manca però di mostrare i suoi punti fermi. Ricordiamo dunque: Reality (2012), Il racconto dei racconti (2015), Dogman (2018 – recensione) e Pinocchio (2009 – recensione).

 

Tra Eros e Thanatos

Primo amore

A prima vista le storie di Matteo Garrone sembrano quanto di più crudo, oscuro e tragico ci possa essere nell’animo umano. Basta prendere una qualsiasi pellicola per accorgersi che non c’è un epilogo che si possa definire davvero un “happy end”. Tutto sembra costantemente volgere al peggio, come pervaso da un alone mortifero insanabile. Eppure se c’è un carattere che va riconosciuto a Garrone è quello di saper bilanciare questa sensazione con momenti di sincero impulso vitale.

Questa tensione vita/morte, passione/stasi, ad esempio, è il tema centrale dei primi due film di successo del regista. L’imbalsamatore contiene fin dal titolo infatti questa volontà di bloccare e cristallizzare l’animalità umana, molto presente negli incontri tra i tre protagonisti principali. Stessa contraddizione è presente in Primo amore, dove la relazione e il contatto avviene tramite il controllo e l’abuso sia fisico che alimentare.

Lo scontro tra pulsione di vita e pulsione di morte è anche quello al centro di opere più recenti come Il racconto dei racconti e Dogman. Il primo è un vero e proprio compendio di esempi di amori estremizzati, ossessivi ed esagerati che facilmente sfociano nell’ossessione (e molto spesso nella morte). Il secondo assimila, nella figura di Marcello, allo stesso tempo, uno sguardo curioso e ingenuo nei confronti della vita ad uno imprevedibilmente più tetro.

 

Tra favola e realtà

Pinocchio

A ben vedere, in particolare l’ultimo decennio della produzione di Matteo Garrone è caratterizzata da richiami al mondo favolistico italiano. Se esplicitamente possiamo far riferimento a Lo cunto de li cunti di Basile e al Pinocchio di Collodi, in realtà il fiabesco è un elemento rintracciabile in molti altri film del cineasta romano.

Infatti, quasi tutte le opere presentano questa sospensione spazio-temporale tipica della favola. Così Dogman, ma pure Gomorra, sono vere e proprie favole cupe del nuovo millennio; situate in non-luoghi, popolate da personaggi-funzione di cui spesso non si ricorda nemmeno il nome. E che dire poi di Reality e della favola televisiva impossibile rappresentata dal Luciano concorrente del Grande Fratello.

Ma lungi dall’essere una favola completamente immaginata ed eterea, ecco che Garrone ci tiene ad aggiungere un fortissimo livello di realtà. Il racconto garroniano è quanto di più concreto possa esistere. La maschera/carattere sociale/personaggio, nonostante la sua esagerazione, si fa letteralmente carne ed ossa.

Nei lavori di Matteo Garrone si intravede una costante ossessione per il corpo (umano o animale che sia), emblema della concretizzazione. Lo sguardo della cinepresa indugia sui difetti fisici, sulle protesi indossate dagli attori, sulle brutture di un’umanità che spesso è rinnegata. Così la favola si trasforma, si realizza, diventando forse addirittura più efficace della realtà stessa.

 

Tra cinismo e morale

Dogman

Se abbiamo detto che i film di Matteo Garrone sono delle favole cupe contemporanee, non ci si può esimere dal fatto che le storie presentate non siano quindi anche dei racconti morali. Non stiamo però parlando di morale perché “vuole insegnare qualcosa”, ma perché “mostra la realtà fino al suo estremo”. È proprio qui che la moralità si fonde con il crudo cinismo che contraddistingue le opere di Garrone.

Questa tensione è alla base di quella sensazione di distacco che lo spettatore spesso percepisce di fronte ai film del regista. È un distacco del tutto critico quello che si prova guardando il cinema di Garrone, dato che difficilmente si riesce ad empatizzare fino in fondo con storie e personaggi. L’umanità che popola i suoi film è sempre vista da uno sguardo esterno che è allo stesso tempo giudicante (morale) e astratto (cinico).

È difficile condannare con fermezza l’ingenuo e sottomesso Marcello di Dogman per l’omicidio da lui goffamente compiuto. Così com’è difficile giudicare l’inettitudine di Valerio de L’imbalsamatore, sempre in bilico fra la volontà di riscatto esistenziale e l’incapacità di attuarla fino in fondo. E come loro, moltissimi altri personaggi dei film di Matteo Garrone sono intrappolati in una realtà da cui non riescono, o meglio non sanno emanciparsi.

 

Insomma, la realtà è complessa, intricata e contraddittoria. Garrone sembra averlo capito bene e per questo realizza un cinema fatto di estremi e di contrasti. Contrasti che ci invita ad abbracciare e assimilare con cautela, bilanciandoli, esattamente come fa il funambolo nella bellissima inquadratura di chiusura de Il racconto dei racconti.

Il racconto dei racconti

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