Vittorio Storaro: “Non chiamatemi direttore della fotografia. Vi racconto di Coppola e Woody Allen”

Vittorio Storaro, abituale collaboratore di Bernardo Bertolucci, ha parlato oggi al Bif&st. È stato a lungo autore della fotografia, così preferisce definirsi. Le sue riflessioni si sono soffermate su Apocalypse Now, film che gli valse il primo dei suoi tre Oscar, e le nuove esperienze con Woody Allen. Ha anche raccontato la sua storia:  figlio di un proiezionista della Lux Film – “come in Nuovo Cinema Paradiso, dice lui – comincia a studiare da solo fotografia già a 11 anni, poi frequenta l’istituto Tecnico di Roma “Duca d’Aosta” e, successivamente, il Centro Sperimentale di Cinematografia. Se è riuscito a lavorare con praticamente tutti i più grandi registi – sostiene – è grazie allo studio al continuo tenersi aggiornato.

Vittorio Storaro

Sull’esperienza con Francis Ford Coppola e Marlon Brando, il cineasta ha raccontato diversi aneddoti: “Con Francis ci siamo incontrati in Australia per fare un primo sopralluogo per la giungla, stavamo in un piccolo albergo e ricordo che ci sedemmo per terra, perché lui soffriva di scogliosi, e parlammo del concetto visivo di Apocalypse Now, io parlavo male l’inglese e lui male l’italiano. Ci capivamo perché entrambi parlavamo il linguaggio del cinema, e abbiamo subito discusso di come poter creare una visione simbolica di Kurtz.

Quando Marlon Brando venne nelle Filippine, dove poi girammo, arrivò a due terzi del film e disse a Francis: ‘Io non mi sento di entrare in scena come un personaggio normale, dobbiamo trovare un modo’, e per tre giorni lui e Coppola parlarono di come presentare Kurz. Per sbloccare la situazione, chiamai Martin Sheen e il doppio di Marlon Brando che ci serviva per girare le scene da lontano e pianificai la prima inquadratura di Martin che aveva il controluce. Eravamo in uno spazio buio e pian piano organizzai uno stretto raggio di luce in cui Marlon Brando si poteva mostrare, come in un mosaico, pezzo per pezzo. A Coppola l’idea piacque, e anche a Marlon, che si sedette, guardò la luce e mi disse: ‘C’è solo un problema, quando io mi alzo, non sono certo di arrivare a questo piccolo spiraglio di luce, come faccio?’. E io: ‘Non ti preoccupare, ci sono io con una bandiera nera e quando tu ti alzi oscuro tutto tranne un pezzettino del tuo capo, dopodiché tu puoi provare a vedere con la coda dell’occhio dove è la luce ed entrare e uscire a seconda di quello che vuoi mostrare’. Gli ho dato uno spazio in cui muoversi e lui si è mosso magnificamente”.

Vittorio Storaro

L’ultimo film di Vittorio Storaro è A Rainy Day in New York, di Woody Allen. “Quando Woody mi ha chiamato nel 2015 per Cafè Society abbiamo cominciato questo viaggio nel mondo digitale, mi ha detto cosa molto semplice: ‘Tu cosa ne pensi? Hai sempre fatto film con la pellicola, però indubbiamente l’industria è cambiata ultimamente’. Gli ho risposto: ‘C’è una parola che si chiama progresso che noi possiamo rallentare o accelerare, ma non la possiamo fermare, quindi perché dobbiamo cercare di andare dietro a qualcosa che sta svanendo davanti a noi? Perché non entriamo insieme nel mondo digitale e cerchiamo di capirlo e migliorarlo?’. E lui ha detto: ‘D’accordo’.

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