Vincent Van Gogh, l’artista inquieto che ha sedotto il Cinema

Loving Arts accoglie l’uscita del film At Eternity’s Gate di Julian Schnabel, premiato a Venezia, con una digressione su alcuni dei lungometraggi dedicati a Vincent Van Gogh.

Rubrica: Loving Arts

A Venezia arriva At Eternity’s Gate di Julian Schnabel (2018), il film, interpretato da Willem Dafoe, che ripercorre gli ultimi anni di vita del celebre pittore olandese Vincent Van Gogh.

Così lo racconta per Ciakclub.it, Marcello Bonini:

Schnabel è un pittore e ha fatto un film su un pittore. Eppure tutto quello che vuole dire cerca di dirlo attraverso le parole, con dialoghi e soliloqui troppo costruiti e stereotipati per essere accettabili. Per il resto, Schnabel riempie il suo film di immagini prive di qualunque inventiva, adagiandosi sui cliché di un cinema fintamente artistico: controluce, sguardi in macchina, montaggio frammentario e così via.

Per di più si intuisce l’intento di raccontare la follia del genio, ma il van Gogh di Schnabel è, a voler essere generosi, giusto un po’ strano, e nemmeno così tanto. Willem Dafoe fa il massimo, ma con un personaggio così banale non può certo reggere il film da solo.

Vincent

Non una grande prova, dunque, questo film di Schnabel, il quale approccia una tematica in cui molti cineasti si sono cimentati: raccontare gli ultimi giorni di follia, del grande pittore post-impressionista.

Van Gogh di Alain Resnais (1948), Lust for Life di Vincente Minnelli (1956), Vincent di Paul Cox(1987), Dreams di Akira Kurosawa (1990), Vincent & Theo di Robert Altman (1990), Van Gogh di Maurice Pialat (1991), Loving Vincent di Dorota Kobiela e Hugh Welchman (2016).

E ancora un fornito catalogo di documentari, diretti discendenti di quel critofilm sperimentale di cui abbiamo parlato qui: come Tra il grano e il cielo di Giovanni Piscaglia (2017) o Van Gogh: Paintings with Words di Andrew Hutton (2010) nel quale si affida alla recitazione di Benedict Cumberbatch la responsabilità di interpretare, l’animo tormentato dell’artista, attraverso le parole vergate dalla sua stessa mano.

L’attore è letteralmente schiacciato tra la preponderanza dell’arte e, l’invadenza di quelle parole concepite per per una lettura intima e privata e a cui è difficile, financo caricaturale, attribuire un’espressività. Cumberbatch è bravo ma chiamato ad una prova quasi insostenibile, e un film che si affida totalmente a parole già scritte, che non si azzarda a proporre una propria visione di Vincent Van Gogh, non ha ragione d’essere.

Vincent

Cinema e televisione hanno tracciato un cliché di Vincent Van Gogh: quello di un uomo dolce e un po’ svanito, rintanato nell’oscurità impenetrabile della mente e, in cerca di una luce naturale tanto vigorosa da poterla infrangere.

“Il sole mi obbliga a dipingere, non posso perdere tempo a parlare con te”.

Un dipintore indaffarato e compulsivo, incalzato da un’inesorabilità impalpabile che lo piega sulla tela, come ne andasse della sua stessa vita. Pronuncia poche parole, profonde ma frettolose: verità che egli ha nutrito al punto da considerarle inoppugnabili.

Quest’uomo sfuggente è il Van Gogh che ha il volto di Martin Scorsese ed un make up molto marcato. Compare in un episodio di Dreams di Akira Kurosawa intitolato Corvi”, ed esso prelude al magnifico lavoro fatto con Loving Vincent di Dorota Kobiela e Hugh Welchman (2016).

In Dreams uno studente insegue Vincent Van Gogh attraverso i suoi dipinti: campi di grano a perdita d’occhio, cieli che si incuneano e luce che si infrange in un tripudio di colori e pennellate voluttuose.

Per gli effetti visivi Kurosawa si è avvalso della collaborazione di George Lucas.

“Io mi nutro di questo scenario naturale. Lo divoro tutto, totalmente. E quando ho finito, il quadro è davanti a me. Completo. Dopo di che ho dentro di me il vuoto assoluto”.

Vincent

Loving Vincent è il primo lungometraggio integralmente dipinto. In esso, la vetusta arte della pittura su fotogramma, viene grandiosamente rievocata dalla realizzazione di vere e proprie tele che, attingono a piene mani dall’universo pittorico di Vincent Van Gogh. Intento del film e, degli artisti che hanno collaborato al progetto, è quello di immergere totalmente lo spettatore nella visione vangoghiana: non soltanto attraverso il racconto di un brandello della sua storia, ma accompagnandoci per mano al centro del suo magmatico e vorticoso, mondo immaginario. Con Loving Vincent abbiamo la possibilità di vivere dentro l’opera dell’artista olandese, di sentire la sua pennellata ruvida e piena sulla nostra stessa pelle; in modo tale da non conquistare soltanto la cognizione dell’esistenza di Vincent Van Gogh, ma acquisire nuovi occhi con cui guardarla.

“Non parlava molto, per lo più se ne stava seduto a guardare, a volte dipingeva. Una volta c’eravamo solo noi due, io pescavo e lui dipingeva. Ecco, non era silenzioso come può sembrare, faceva dei versi mentre dipingeva, sbuffava come un motore a vapore…e poi all’improvviso, il silenzio…sembrava così felice che un corvo si fosse avvicinato anche se si stava mangiando il suo pranzo. Fra di me pensai “quanto deve sentirsi solo…gli basta un semplice corvo per sentirsi felice…”.

Vincent

Vincent Van Gogh cercava la vita nella sua pienezza. Egli pensava che nulla, nella sua capacità immaginativa, potesse mai valere quanto la Natura e, i prodigi che essa sapeva operare. Una visione che, senza ombra di dubbio, trabocca di quella fede in Dio che lo animava e, che costituisce la premessa di Brama di Vivere di Vincente Minnelli (1956).

Il film, in cui godiamo di un magistrale Kirk Douglas, è tratto dal romanzo omonimo di Irving Stone già nominato in merito alla trasposizione cinematografica di Michelangelo: Il tormento e l’estasi.

La narrazione non si riduce agli ultimi anni di vita di Van Gogh e all’esperienza di Arles, la città in cui il pittore si recò in cerca della luminosità abbacinante dei paesaggi del sud: essa traccia una linea del tempo che principia dalla sua esperienza di missionario, tra i minatori, fino al tragico epilogo. Kirk Douglas è bravo a raccontare la parabola che, dal fervore religioso, precipita nei meandri oscuri della pazzia, al punto che, la luce dei campi di grano, non saprà più penetrarvi.

“Credo in Dio. In un Dio buono, che si può adorare e servire in più modi: uno può farlo dal pulpito, un altro con un libro o un quadro”.

Vincent

Sembra complesso comprendere il senso di un titolo simile “Brama di vivere”, a monte di una storia che parla di suicidio. Eppure, è proprio in questa sfumatura che è possibile cogliere la grandezza di un artista che, percepiva la propria umanità, soltanto quando essa era esposta al calore, al vento, alla contemplazione della natura.

Incredibilmente acuta è la lettura di Vincent Van Gogh che proviene non dal cinema, ma dalla televisione.

Nella serie tv BBC Doctor Who, nella quinta stagione, troviamo un episodio di ineguagliabile lirismo, in cui Matt Smith, l’undicesimo Dottore, giunge in Provenzia per risolvere il mistero di una strana creatura aliena dipinta da Vincent Van Gogh.

L’uomo incontrato dal dottore e dalla sua companion è un uomo buono, dotato di straordinaria sensibilità ma, oggetto di scherno, da parte degli abitanti della città. I due, avvalendosi delle possibilità del TARDIS, una nave spaziale capace di viaggiare nel tempo e nello spazio, decidono di portare quell’uomo demoralizzato dall’insuccesso a vedere con i suoi occhi cosa rappresenterà in futuro, per il mondo dell’arte, il nome di Vincent Van Gogh.

La scena si rivela emozionante sin dai primi istanti: incoronando il vivido stupore di Van Gogh con le note di Chances – Athlete. Ma è attraverso le parole del critico d’arte interpellato, che riusciamo a cogliere il significato più profondo di quella Brama di vivere che animava l’infelice artista:

Ha trasformato il dolore della sua vita tormentata in bellezza estatica. Il dolore è facile da rappresentare ma usare la passione e il dolore per rappresentare l’estasi e la gioia e la magnificenza del nostro mondo… nessuno l’aveva mai fatto prima”.

Vincent

La musica è stato l’ultimo tempio in cui Vincent Van Gogh è stato celebrato e chi scrive, porta a termine questo breve excursus con le parole di Roberto Vecchioni nella canzone dal titolo “Vincent”.

Sognerò i tuoi fiori,

narcisi sparpagliati al vento,

il giallo immenso e lo scontento

negli occhi che non ridono,

negli occhi tuoi,

Vincent.

Stasera alle 21 non perdete Loving Vincent su Sky Arte.

 

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