Philadelphia di J. Demme: la paura dell’uomo, la tolleranza della Legge

Nel 1993 esce Philadelphia, il film di Jonathan Demme che tenterà di sdoganare l’assimilazione tra AIDS e omosessualità, aprendo la strada alla filmografia di genere LGBT.

 

“Mettiamo una bella luce negli angoli bui! Perché questa causa non è solo sull’AIDS. Quindi iniziamo a parlare dei veri problemi di questo processo. L’odio della gente, la nostra ripugnanza, la nostra paura degli omosessuali e di come questo clima di odio e di paura abbia portato all’ingiusto licenziamento di questo omosessuale, il mio cliente Andrew Beckett!”

Attraverso queste parole, l’avvocato Joseph Miller esemplifica non solo le ragioni a monte del processo che Andrew Beckett ha intentato contro la società che lo ha licenziato, ma il significato stesso di questo film, Philadelphia di Jonathan Demme (1993).

Il film trae ispirazione da un fatto realmente accaduto: il licenziamento, nella città di Boston, del talentuoso avvocato di colore, Clarence Cain, malato di AIDS.

Attraverso lo strumento del legal movie, il regista racconta una storia di ordinaria discriminazione in cui la paura del diverso e la paura del contagio si saldano in un unico, spietato, rigetto dell’altro.

Philadelphia

Il regista Jonathan Demme sceglie di ambientare la propria storia a Philadelphia e non a Boston, poiché la grande città della Pennsylvania si offre particolarmente evocativa. Innanzitutto il nome, Philadelphia, che in greco classico richiama ai concetti di amore e fratellanza,  e certamente non è un caso che proprio in questa città dal respiro democratico fu firmata la Dichiarazione d’Indipendenza Americana, la quale, come ricorda lo stesso Avvocato Miller, recita: Tutti gli uomini sono stati creati uguali.

Sin dalla scelta dell’ambientazione, dunque, Demme comunica l’impegno civile sul quale si edifica la complessa struttura narrativa di questo film, che risulta da una commistione di generi: il cinema giudiziario, il documentario, il dramma sentimentale e il melodramma.

Ciononostante, Philadelphia non è una storia d’amore, né ricorre ostinatamente al motivo retorico e patetico della commiserazione; è un film giudiziario, che chiama al banco degli imputati molto più di un’ipotesi di licenziamento motivata dalla discriminazione: chiama in causa il pregiudizio stesso.

“Questa è l’essenza della discriminazione: il formulare opinioni sugli altri, non basate sui loro meriti individuali, quanto alla loro appartenenza ad un gruppo con presunte caratteristiche”.

Alcuni maliziosi, all’uscita del film, sostennero che il regista intendesse riabilitarsi agli occhi di quella comunità gay che lo aveva accusato di associare la perversione all’omosessualità ne Il silenzio degli Innocenti (1991), attribuendole entrambe al personaggio di Hannibal Lecter. Qualunque sia stata la molla, l’intento di Philadelphia sembra essere quello di cogliere l’opinione pubblica in flagranza di reato, empatizzare con i suoi limiti culturali attraverso il personaggio interpretato da Denzel Washington che, nonostante si manifesti come un uomo buono e retto, animato da sani principi e con una fede incorruttibile nella legge e nell’uguaglianza, non nasconde il suo astio nei confronti degli omosessuali:

“Voglio dirti una cosa, Andrew. Quando ti educano come hanno educato me e la maggior parte della gente in questo paese ti assicuro che nessuno ti viene a parlare di omosessualità oppure, come dite voi, stile di vita alternativo. Da bambino ti insegnano che i finocchi sono strani, i finocchi sono buffi, i finocchi si vestono come la madre, che hanno paura di battersi, che sono… sono un pericolo per i bambini, e che vogliono solamente entrarti nei pantaloni. Questo riassume più o meno il pensiero generale, se vuoi proprio sapere la verità”.

Philadelphia

 

Ma Joseph Miller, inizialmente spaventato da Andrew Beckett, convinto che bastasse la prossimità per contrarre lo stesso virus con cui Dio punisce gli omosessuali, gradualmente scoprirà in quell’uomo provato dalla sofferenza la stessa fragilità, la stessa paura, la stessa fede che riconosce in se stesso e ne sarà commosso. L’empatia si tradurrà in un’effettiva vicinanza fisica tra i due e culminerà nella carezza con cui l’avvocato saluterà l’amico moribondo.

Quando l’avvocato Joe Miller decide di accettare il caso, lo fa in seguito ad un moto di pietà. Lo fa, perché crede nella legge:

“Dimenticate quello che avete visto in televisione e al cinema, non ci sarà nessun testimone a sorpresa, nessuno crollerà qui sul banco con una pietosa confessione, vi verrà presentato…un semplice fatto. Andrew Beckett fu licenziato. Il comportamento dei superiori di Andrew Beckett può sembrarvi comprensibile, ma non importa come giudicherete Charles Willer e i suoi soci dal punto di vista etico, morale ed umano, l’unico fatto che conta è che quando licenziarono Andrew Beckett perché aveva l’AIDS…essi infransero la legge.

Philadelphia

Per questo, Miller, sceglie di difendere l’uomo e i suoi diritti ignorando quei comportamenti devianti per cui è già stato punito. La scoperta di Miller sarà infatti l’umanità di Andrew Beckett: fondamentale il momento in cui il film intercetta il melodramma nella scena dell’ascolto dell’Andrea Chenier di Umberto Giordano. Andrew, sulle parole cantate da Maria Callas, manifesterà la sensibilità, la sofferenza, la paura che si annidano nel suo cuore morente, di fronte ad un inebetito Denzel Washington, colto nell’epifania del dolore. Il male di Andrew Beckett non è esclusivamente la ferita che squarcia la sua pelle, non è la morte che incombe, ma è il dolore che semina attorno a sé, nei suoi cari.

“Porto sventura a chi mi vuole bene.”

L’avvocato Joe Miller è un padre di famiglia, è un marito, è eterosessuale, ma, proprio come Andrew Beckett, è un uomo, e questo smarrimento è in grado di comprenderlo. Per la prima volta sente realmente in sé il terrore, l’impotenza di una natura umana fragile soggetta alla tirannia di un destino imperscrutabile, che ci dà tanto da vivere, da amare, da proteggere per poi strapparlo via dalle nostre mani che non sanno come trattenerlo.

L’amore, in un film che non parla d’amore, compare improvvisamente quale trait d’union tra due vite che si dichiarano incomparabili e si rivelano invece, profondamente simili.

“Fu in quel dolore che a me venne l’amore, una voce piena d’armonia dice: vivi ancora, io sono la vita… le lacrime tue io le raccolgo. Sto sul tuo cammino e ti sorreggo. Sorridi e spera: io sono l’amore.”

https://www.youtube.com/watch?v=hhFYShp8Atc

Attraverso questo meccanismo Jonathan Demme attua la persuasione: la legge è il mezzo, l’umanità è il fine.

Philadelphia esce nelle sale cinematografiche nel 1993, in un momento davvero caldo per la piaga dell’AIDS dalla quale sembrava non esserci alcuna via di fuga, mentre oggi non se ne parla più. La medicina si proclama vittoriosa in questa battaglia, contro una malattia infettiva che pur restando ancora grave può essere sconfitta o quantomeno arginata, in Occidente.

La questione malattie sessualmente trasmissibili è in realtà molto ampia e il terreno di scontro è squisitamente ideologico poiché, da una parte della barricata troviamo la rivendicazione di una sessualità libera e consapevole dei rischi, dall’altra la prospettiva univoca della Medicina ufficiale che rifiuta l’ammissibilità del rischio, per quanto consapevole.

Ma non è questa la sede più adatta per discorrerne. Ciò che è invece importante, per chi scrive, è il ruolo che Philadelphia ha avuto nella cinematografia di genere LGBT.

Philadelphia

Focalizziamo il momento storico in cui uscì: l’AIDS era considerata la maniera con cui Dio puniva gli omosessuali. Ciò comportava, necessariamente, una sovrapposizione tra omosessualità e malattia infettiva. Gli omosessuali erano gli untori, i condannati, gli infetti, ma, attraverso il ritratto patetico di Andrew Beckett, dell’amore e del dolore, e di una funzionale, netta contrapposizione tra buoni e cattivi, il pubblico si scopre tendenzialmente schierato con i cattivi e indotto a sbrogliare la matassa in cui malattia e orientamento sessuale si intrecciano.

Questa divaricazione tra orientamento sessuale e punizione, seppure realizzata fornendo un ritratto sin troppo idilliaco, puro e politically correct dell’omosessualità, si è affermata come momento propedeutico per lo sviluppo di un cinema di genere che potesse intraprendere un discorso più profondo sulle tematiche legate al mondo dell’omosessualità.

Perché si abbandoni il filone vittimista e patetico dovremo aspettare almeno un decennio: la poetica della pietà attraverserà interamente gli anni ‘90 e il cinema decreterà la tragica fine di un numero spropositato di omosessuali (e transessuali) prima di contemplare la possibilità che, tutto sommato, se ne potesse anche sopravvivere…

Ma quel terreno lastricato di sangue sarà in parte responsabile dell’evoluzione culturale che ha aperto le porte alla diversità, scavalcando l’auspicio della tolleranza incarnato da Philadelphia nel 1993 e arrivando, oggi, a produrre film di straordinario lirismo come Call me by your name di Luca Guadagnino, il quale, tornando addirittura indietro sino agli anni ‘80, canta di un amore dolce e genuino che si accende con il sole dell’estate e declina a settembre, lasciando agli occhi pieni di luce, i graffi di un cuore un poco incrinato.

Philadelphia

Joe Miller: “Cosa le piace del diritto?”
Andrew Beckett: “Io…Molte cose…Cosa mi piace del diritto?”
Joe Miller: “Sì”
Andrew Beckett: “Il fatto che una volta ogni tanto…non sempre, ma a volte…diventi parte integrante della giustizia applicata alla realtà. E’ un’esperienza davvero eccitante quando questo avviene.

Philadelphia

 

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