Chi non ha mai visto Mulholland Drive? Quel film strano in cui succedono cose. “E’ di David Lynch. Dopo che lo hai visto devi andarti a cercare le spiegazioni su internet, perchè sennò non lo si può capire”.
Quante volte è capitato di leggere affermazioni simili? Mulholland Drive di David Lynch si è guadagnato, fin dalla sua uscita nel 2001, lo status di cult, di film che tutti dovrebbero vedere e apprezzare almeno una volta nella vita.
“David Lynch è David Lynch.” Questa affermazione, che sfata l’importante dubbio se David Lynch sia effettivamente se stesso o un altro uomo, viene spesso utilizzata per spiegare i film del regista statunitense. Ciò che però è sempre difficile spiegare è cosa piaccia effettivamente del film di David Lynch. Come ha fatto un film così oscuro come Mulholland Drive a riscuotere così tanto successo in una così ampia fascia di pubblico e far parlare ancora di sè a distanza di 20 anni dalla sua uscita?
Mulholland Drive monopolizza le prime posizioni delle classifiche dei migliori film del XXI secolo di molti giornali, riviste ed emittenti televisive. Da molti considerata come l’opera magna di David Lynch Mulholland Drive è uno dei pochissimi casi in cui un film contorto, onirico, stratificato narrativamente e simbolicamente, è riuscito a godere di enorme successo anche all’esterno di una fascia ristretta di pubblico. Prima di Lynch era riuscito in un’impresa simile forse solo Federico Fellini. Il fatto che i due registi siano nati lo stesso giorno non può essere una coincidenza.
Ma perchè tutti amano Mulholland Drive? Cerchiamo di scoprirlo.
Il genere
Spiegare il successo di Mulholland Drive non può prescindere dall’identificare il genere a cui appartiene. Il film di David Lynch si configura infatti come un thriller psicologico a tinte noir.
Forte del proprio genere di riferimento il film procede quindi con un accumulo costante di tensione. Sin dalla prima scena di Mulholland Drive lo spettatore entra nel regno del dubbio. Non sa cosa è successo. Non sa cosa sta per succedere. Tutto ciò che accade in Mulholland Drive potrebbe non essere accaduto, i colpi di scena sembrano susseguirsi l’uno dopo l’altro favoriti da una frammentazione narrativa (ricordiamo che David Lynch aveva pensato in origine il film come una serie tv) che riesce a disperdere e a consolidare nello stesso tempo la tensione alternando qua e là momenti di vero e proprio terrore a scene grottesche.
Mulholland Drive è a tutti gli effetti un thriller della psiche, dell’inconscio. Lo spettatore entra nell’anima e nella mente della protagonista e si trova spaesato. Questo spaesamento e questo disorientamento vengono via via indirizzati verso determinati elementi e determinate situazioni in una canalizzazione che contribuisce a creare una tensione che deflagra lentamente scena dopo scena fino all’esplosione finale.
I thriller psicologici sono i generi di film più apprezzati dal grande pubblico e lo scheletro di Mulholland Drive è proprio quello di un perfetto thriller psicologico che non annoia e non abbassa il tiro neanche per una scena. Superato questo primo ostacolo David Lynch, come forse non è riuscito a fare appieno in precedenti suoi film come Velluto Blu, Cuore selvaggio e Strade Perdute, riesce a ipnotizzare il proprio pubblico, a catturarlo e a condurlo come uno psicagogo dove vuole lui in un percorso costrituito di colpi di scena e plot twist che, nella loro costante imprevidibiltà, tengono lo spettatore sulle spine del dubbio per tutto il film.
Il sogno
Tutti amano i sogni. Tutti amano interpretare i sogni. Quando un amico o un parente ci racconta un sogno siamo sempre pronti a vestire i panni di Freud per cercare di dare un’interpretazione del sogno.
Mulholland Drive è un sogno. Un sogno che non si esaurisce nel tempo della notte e che rimane ben impresso nella memoria.
Ogni elemento del sogno diventa oggetto di analisi, ogni elemento di Mulholland Drive è oggetto di analisi. La chiave, la lampada rossa, il cowboy, il barbone, il “silencio”.
Nel “giallo” del film di David Lynch il detective è lo spettatore. Nel sogno di David Lynch lo spettatore è chiamato a essere lo psicologo. La libertà responsabilizza il pubblico che si sente chiamato in causa e che diventa parte attiva del film.
A differenza di altri film che sfruttano la frammentazione strutturale e narrativa per veicolare messaggi precisi o per rappresentare allegorie prive di una moltiplicità di chiavi di lettura Mulholland Drive è un libro aperto e fa della propria struttura indefinita un elemento di forza. Ognuno può vederci ciò che vuole. Ognuno può andare a leggere su internet o sui social le varie interpretazioni del film e condividerle, pur essendo, magari, radicalmente diverse fra di loro.
Con gli amici con cui si è visto il film si può avere un vero e proprio dibattito. Un dibattito impreziosito dal fatto che nessuno può avere in mano con certezza la chiave che apre la serratura per decifrare il film. Non bastano gli indizi di Lynch. Letture, sovraletture, sottoletture in Mulholland Drive convivono in un film che non reclude lo spettatore all’esterno a osservare la finzione, ma che coinvolge lo spettatore all’interno di essa, rendendolo protagonista.
Se un film crea discussione non per ciò che mostra ma per come mostra, ha le porte del successo, critico e “popolare”, aperte.
Il cinema che parla di cinema
Quando un film parla di cinema piace a tutti. Piace alla critica, piace al pubblico. Piace alla critica perchè si sente “toccata” nel cuore del proprio mestiere, piace al pubblico perchè sente che i segreti e i turbamenti di questo affascinante mondo possono essere rivelati e raccontati.
Alternando la realtà e la finzione su molteplici livelli David Lynch parla di Hollywood. Della Los Angeles di Viale del tramonto di Billy Wilder, della Los Angeles de I protagonisti di Robert Altman, della Los Angeles fabbrica dei sogni e delle angosce.
In Mulholland Drive Lynch cita, rielabora, ridimensiona l’intero patrimonio del cinema non solo statunitense in un percorso che parte dai già citati Altman e Wilder fino ad arrivare a toccare John Cassavetes, Federico Fellini, Fritz Lang.
Ed ecco che nel sogno della protagonista entra anche il sogno delle luci di Hollywood. Il sogno di un successo che diventa ossessione e si tramuta rapidamente in un incubo.
Nel gioco metacinematografico di David Lynch si annida però una tesi fondante: il cinema è prima di tutto un’esperienza visiva ed emotiva. Il cinema proietta in un’altra dimensione e in Mulholland Drive lo spettatore assapora la “dimensione altra” che non è solo la finzione cinematografica, ma è anche Hollywood. Hollywood è la fabbrica della illusione che arriva a dominare non solo il cinema, ma anche chi è coinvolto in esso.
C’è però il risveglio dal torpore della finzione. Il riconoscere essa come tale. Come spesso capita si riesce a uscire dai sogni prima che essi diventino incubi riconoscendone il loro status.
Ed ecco il prefinale del film, quel club Silencio in cui l’illusione viene svelata e l’incubo viene interrotto. E’ solo un film, è tutto finto, dice David Lynch allo spettatore destato improvvisamente dal sonno dell’immedesimazione.
E’ solo un sogno. E’ solo il cinema.
Per altri approfondimenti continuate a seguirci su CiakClub.it









