Michelangelo, Il Tormento e l’Estasi (1965): il romanzo che celebra l’arte

Con “Michelangelo, il Tormento e l’Estasi” di Carol Reed parliamo del film biografico in cui la vita dell’artista è romanzata, al punto, di farne teatro perfetto per la sfolgorante esibizione dell’arte.

Loving Arts.

Un ampio salto a ritroso ci porta ad analizzare il film di Carol Reed, Michelangelo: il Tormento e l’Estasi, qui considerato come prototipo di quel genere cinematografico che si propone di raccontare l’arte, attraverso la vita di coloro che ne sono artefici.

Il film di Carol Reed è tratto dall’omonimo best seller di Irving Stone, il quale indugia sui natali della Cappella Sistina e sul rapporto conflittuale che legava l’inquieto Michelangelo Buonarroti al suo mecenate, Papa Giulio II Della Rovere.

Michelangelo: il Tormento e l’Estasi vede la luce nel 1965 ed è magistralmente interpretato da Charlton Heston nel ruolo del grande artista e Rex Harrison in quelli del Pontefice.

Michelangelo

La pellicola principia con lo spettacolo di una Roma trionfante, che celebra le prodezze sul campo di battaglia del proprio pontefice. Il volto autentico della capitale del 1500 è ricostruito attraverso alcuni pannelli scenografici, che si sovrappongono alle architetture sussistenti, in diverse città italiane. L’artista fiorentino, noto per il suo ego smisurato e il suo carattere difficile, è impegnato nella realizzazione delle 40 sculture destinate alla tomba del Papa.

Le prime inquadrature lo ritraggono intento a portare alla luce le forme che, per espressa poetica, sono prigioniere del marmo e altro non attendono che la mano dell’artista, atta a liberarle. Destinatario di questo suo manifesto artistico è il leggendario rivale, l’architetto incaricato di Papa Giulio II, il Bramante, posto a disquisire con il celebre artista, sul grandioso progetto di San Pietro.

Michelangelo

Le luci dei riflettori mettono in risalto le dinamiche conflittuali che governano le interazioni tra Michelangelo e il suo committente: l’artista, sfrontato e irriverente, sembra incapace di soggiacere a qualunque convenzione autoritaria, che non sia quella del Padre Eterno. Giulio II assume un ruolo paterno nei confronti delle intemperanze dell’artista, alle quali reagisce con severità e comprensione, come se, unico tra tutti, covasse la speranza e la fede che, un destino più alto, attendesse il suo figliolo disobbediente.

L’incarico di dipingere la Cappella Sistina viene percepita dall’artista come una punizione che il Santo Padre gli infligge a causa di un sonetto irriverente.

12 Apostoli nei peducci ed un programma geometrico sulla volta cui si allude come di “opportuni ornamenti”. Il Pontefice aveva le idee ben chiare, ma per Michelangelo, fiero delle sue doti di scultore e del tutto dedito al progetto delle 40 sculture per la tomba, questa commissione arrivò come un’aperta sfida, un subdolo espediente per consegnare ai posteri il suo fallimento.

La tentazione di fuggire in Turchia e abbandonare il progetto è il pretesto per introdurre un altro personaggio che risulterà essere stato fondamentale nell’educazione sentimentale dell’artista, nonché nella maturazione di una michelangiolesca visione dell’amore, di cui il film di Carol Reed rappresenta la celebrazione. Si tratta della Contessina De Medici (Diane Cilento) che qualche recensione identifica con la Marchesa di Pescara, Vittoria Colonna, che però l’artista conobbe solo nel 1537, mentre la contessina, figlia di Lorenzo De Medici e moglie di Piero Ridolfi, sembra sia stata per lui amica d’infanzia.

Con riluttanza, Michelangelo, accetta di affrescare la Cappella Sistina attenendosi al programma pittorico di Giulio II, ma frustrato dal lavoro svolto, in un impeto di insoddisfazione cancellerà le poche figure dipinte e fuggirà per qualche tempo, nascondendosi dai messi del Papa che lo cercheranno ovunque. In questa fase, l’ossatura cristiana del lungometraggio comincia a farsi largo.

Tornerà al suo lavoro, infatti, quando in piedi sulla vetta di un monte a Carrara, dal cielo riceverà la visione del suo ambizioso programma pittorico. La mano dell’artista è dunque ispirata da Dio stesso alla celebrazione della sua gloria. Non a caso Giulio II si spingerà a definire “un miracolo” il ciclo di affreschi descrittogli da Michelangelo.

Michelangelo

Molteplici i richiami alla profonda religiosità dell’artista che giustificano la sua vocazione pittorica, l’ossessione e la malattia che rievocano quel furore poetico di divina discendenza, a cui gli antichi attribuivano i prodigi della creazione. E l’arte degli antichi riecheggia nella nudità e nei corpi vigorosi delle sue figure, ma non nelle parole di Charlton Heston che tradisce la leggendaria devozione di Michelangelo agli antichi, dichiarandosi superiore ad essi, poiché nato alla luce della rivelazione cristiana e del sacrificio di Cristo sulla croce.

L’arte di Michelangelo, in ossequio alla fenomenologia dell’immaginario di Sartre, assume una propria indipendenza narrativa. Perfettamente integrata nella diegesi, perno intorno a cui questa si sviluppa, essa assume una propria autonomia, fungendo da spiraglio attraverso cui è possibile indagare la cocente spiritualità dell’artista. L’arte è il mezzo con il quale Michelangelo si mette in comunicazione con Dio ed è, ancora, il mezzo tramite il quale il regista ci mette in comunicazione con l’artista burbero e orgoglioso.

La Cappella Sistina non è altro che la concretizzazione pittorica di una visione mistica, un tributo all’Altissimo che emula il sacrificio fisico e mentale che caratterizza l’ascetismo. La mano di Adamo non è altro che la mano di Michelangelo che, supino, sulla sommità di un ponteggio, si sporge a sfiorare Dio.

“Il linguaggio del sangue non è mai indifferente: è tormento, ed estasi”

Michelangelo

La parabola amorosa è in fine resa manifesta dalle parole della contessina De Medici, fremente d’amore per l’orgoglioso artista che, fiero, consegna al mondo il suo tributo d’amore e fede:

“Adesso capisco: c’è più amore lassù di quanto possa essercene tra due esseri umani”.

Per quanto magistrale sia stata l’interpretazione di Heston, il suo Michelangelo è un personaggio dotato di lievi intemperanza, ben distante dall’immagine che dell’artista è giunta fino a noi: quella di un uomo irascibile, caratterizzato da profonde e violente passioni. L’artista, dipinto da Carol Reed ha l’inquietudine ma non ha il sangue, ha una fede indefettibile, ma manca di quelle contraddizioni che hanno costruito la leggenda di un uomo tormentato e di un poeta dalle impareggiabile sensibilità e vigore spirituale.

Michelangelo

Il Vaticano vietò che un luogo di culto venisse profanato adibendolo a set cinematografico, perciò la Cappella Sistina che vediamo nel film, non è altro che una copia realizzata a Cinecittà servendosi di pannelli fotografici e pitture ad hoc. Il restauro del capolavoro di Michelangelo non sarebbe comunque avvenuto prima degli anni ’80.

 

 

 

Facebook
Twitter