“La grande bellezza” non è un bel film, ma un film sulla Bellezza

“Un film insignificante e sopravvalutato”“Un film incomprensibile e senza trama”. “L’immagine dell’Italia che piace agli americani”. “La brutta copia dell’8 e 1/2 di Federico Fellini”. “Una pellicola costruita solo per vincere l’Oscar”. E chi più ne ha, più ne metta… Su La grande bellezza si è scritto davvero di tutto. Il film di Paolo Sorrentino salito alla ribalta internazionale nel 2014, dopo la sua vittoria agli Oscar, ha riportato in auge uno dei più grandi sport popolari del Bel Paese: il commento critico.

La grande bellezza sembra infatti aver scontentato tutti. Ma, d’altro canto, come poteva non farlo?! Non è che un polpettone di 142 minuti filati (172 la versione estesa) con elucubrazioni para-filosofiche e scene dal ritmo tartarughesco che impiega più tempo nelle lente carrellate sulle fontane di Roma, piuttosto che nello spiegare di che cosa stia effettivamente parlando. No?!

la grande bellezza

Il film di Sorrentino è riuscito addirittura ad attuare un’impresa a dir poco storica: mettere d’accordo intellettuali e pubblico generalista. Se dai primi il film è stato definito come “poco impegnato politicamente”, il “pubblico di Canale 5” rappresentato dai secondi (ci riferiamo alla messa in onda in occasione dell’Oscar) l’ha definito inutile e incomprensibile.

Ok… abbiamo un po’ esagerato, perché per fortuna non c’è stata solo denigrazione. Ma La grande bellezza ha davvero rappresentato un caso particolare di esaltazione estrema o di critica estrema. Insomma, se da un lato il film è lodato per la sua estetica così raffinata, dall’altro viene spesso tacciato di essere solo una “sorrentinata” all’ennesima potenza.

Ma oltre alla superficie impeccabile, impossibile da non sottolineare, nel film di Sorrentino c’è davvero molto altro. Lo sapeva bene Bernardo Bertolucci che, staccandosi dal coro, ha usato l’espressione «è un film che ti resta dentro» per definirlo. La grande bellezza, infatti, più che essere un bel film, è un film profondo, un film sul senso della vita. Ed è proprio al significato del “film italiano più bello dello scorso decennio” che vorrei dedicare questo articolo. Sono infatti convinto che, nonostante tutte le lodi al film, si parli sempre poco del suo vero contenuto, la cui importanza supera di gran lunga la semplice bellezza estetica.

 

Non un bel film, ma un film sulla Bellezza

La grande bellezza

Aspettate un attimo. Lungi da me dire che La grande bellezza non sia un bel film. Anzi, La grande bellezza è un film bellissimo, stupendo, esteticamente perfetto, dove ogni forma e ogni colore è in equilibrio sinfonico con tutto il resto. Solo che spesso si dice questo, sostenendo così che non ci sia nulla in più e che tutto sia limitato alla superficie.

E sta qui l’errore. Sorrentino riesce a dare senso e profondità a quella bellezza di cui è intrisa ogni inquadratura. Anzi, il senso sta tutto lì: nel comprendere e nel contemplare quella bellezza che traspare da ogni stanza illuminata a regola d’arte, da ogni carrello per le vie deserte della Capitale. Dire che quella è solo superficie o “gioco estetico” è tagliare fuori una parte del significato profondo di questo film, in cui amore, morte, eternità e sospensione sono i veri cardini di una narrazione altrimenti mancante.

Non ci deve interessare il lavoro di Toni Servillo (ultra-bravissimo attore feticcio del regista), il fatto che i personaggi non siano sviluppati o che ci sia “troppa carne al fuoco”. Ci deve interessare solo quella superficie, quell’estetica, quella Bellezza che è anche filosofia. E che nel film è declinata in più modi.

Lo so, lo so, vi state già annoiando, quindi cercherò di non essere troppo pesante con le mie divagazioni semi-filosofiche.

 

Bellezza come eternità

La grande bellezza

Poteva un film sulla Bellezza e sul Tempo essere ambientato in un’altra città che non fosse Roma? La risposta è ovviamente no. Non è un caso che la Capitale sia conosciuta nel mondo con l’appellativo “città eterna”. I suoi monumenti, le sue vie, la sua grandezza sono testimonianza di una storia stratificata e millenaria che tutto racconta fin dal principio. Ma che, in realtà, cela anche molto di quello che è. Così La grande bellezza diventa un film sospeso.

Il film “senza storia” di Sorrentino è ambientato infatti in una Roma sì contemporanea, ma che è allo stesso tempo “fuori dal tempo”. Gli intellettuali protagonisti del film sembrano vivere una vita priva di qualsiasi connotazione temporale comune. Tutto ciò che essi fanno non ha una direzione propria. Tanto che i festini, i salotti, le passeggiate di Jep Gambardella potrebbero essere scambiati di posto senza aver alcun effetto sulla narrazione. La costante frenesia e motilità di questi momenti, di cui la sequenza iniziale è l’esempio più lampante, sono proprio quello che riempie il tempo del tutto inutilmente.

L’incessante mobilità che tutto confonde, il costante affanno, la ricerca continua sono solo le false superfici che celano un’eternità che rimane presente nelle cose. Rimane in quei ponti sul Tevere che si illuminano all’alba, nell’acqua che scorre inarrestabile dalle fontanelle o nella maestosità del Colosseo che sbuca fra i tetti delle case. Sorrentino lo sa bene e infatti fa sì che ogni inquadratura si prenda il suo tempo per comunicare l’eterno essere delle cose. E dunque la sua eterna Bellezza.

 

Bellezza come divinità

La grande bellezza

Non è un caso che la chiusura de La grande bellezza sia affidata ad una “Santa” (Giusi Merli), così come viene a lungo chiamata nel film. Un personaggio improbabile e ascetico, una suora che ha votato la sua vita alla povertà e agli altri. È questa per Sorrentino la rappresentazione metaforica del divino, l’unica a saper dare le risposte sul senso della vita.

La santa, quasi una bimba che muove i piedi sul trono, assume ancora più importanza se paragonata a chi è incaricato di rappresentare il divino e che invece si riduce ad essere un ulteriore emblema del “chiacchiericcio del potere”. Stiamo ovviamente parlando del personaggio del Cardinale Bellucci (Roberto Herlitzka). Egli è l’uomo della “falsa religione”, più impegnato a dispensare ricette sul coniglio alla ligure che rispondere ai quesiti esistenziali di Jep.

La religione ufficiale non rappresenta dunque il divino. Non perché questo non esista… ma, al contrario, perché questo è difficile da vedere. Il sacro sta un po’ in tutte le cose ed è quello che dà loro senso e potere. Ma Sorrentino non sta mica parlando di un sacro religioso, ma di sacro filosofico, laico, come essenza delle cose. Sono sicuro che per lui il divino stia tanto in quelle bambine che corrono negli orti di clausura appena intravisti, quanto nelle imprese di Maradona che ha (sfacciatamente) ringraziato durante l’accettazione dell’Oscar.

 

Bellezza come profondità

la grande bellezza

Abbiamo già detto come tutto il registro compositivo e narrativo de La grande bellezza sia tutto votato ad una forma estetica. Lo stesso Jep Gambardella è un esteta e per lui il gesto, l’aspetto, la forma sono determinanti. Ma questa forma non è superficie, bensì essenza, cioè effettivamente ciò che sta in profondità.

Ciò che è profondo e nascosto è anche ciò che è vero, e quindi bello. Non a caso è proprio la santa a liquidare la questione in quattro parole: “Le radici sono importanti”. Le stesse radici di cui si nutre fungono qui da metafora della bellezza che si può trovare al di sotto della coltre della superficie. Esse poi fanno riferimento a due concetti nel discorso di Suor Maria: all’essenza delle cose e alla loro origine.

Sarà proprio quest’ultima che porterà Jep sulla retta via nel finale del film, così come era stato per il Romano interpretato da Carlo Verdone. Quel ricordo d’amore adolescenziale ormai sbiadito non a caso si concretizzerà solo dopo le parole della santa. E dal recupero di quell’Io originario, rappresentato dal giovane Jep innamorato sugli scogli, che il racconto (questa volta quello vero) potrà riprendere il suo corso.

 

Bellezza come Verità

La grande bellezza

In fin dei conti quando una cosa si può definire “bella”? Secondo la Treccani il Bello è ciò “che desta nell’animo, per lo più attraverso i sensi della vista o dell’udito, un’impressione esteticamente gradevole”.  Ed è proprio su quel “che desta nell’animo” che sta la riflessione de La grande bellezza.

La Bellezza è tutto ciò che destabilizza, che si rivela in tutta la sua essenza e potenza ai sensi. La sola cosa che si eleva al di sopra del vuoto e dell’assenza di significato. Come una sorta di Verità divina, eterna e incarnata nelle cose, la Bellezza si può, però, solo sentire. E quando la si sente, la si può dunque vivere, apprezzare e difendere. Esattamente come la santa afferma che “la povertà non si può raccontare, ma solo vivere”, allo stesso modo a poco valgono le parole, le critiche e la retorica.

Probabilmente, per lo stesso discorso, vale poco anche questo mio articolo. Dunque mi taccio – che già mi sembro Osho – e vi lascio con il monologo che chiude il film, che sa dire tutto in modo così cristallino. E ricordatevi che anche l’Arte è esattamente come la Bellezza: essa esiste nel mondo, è tutta una questione di saperla sentire!

“Finisce sempre così. Con la morte. Prima, però, c’è stata la vita, nascosta sotto il bla bla bla bla bla. È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore. Il silenzio e il sentimento. L’emozione e la paura. Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile. Tutto sepolto dalla coperta dell’imbarazzo dello stare al mondo. Bla bla bla bla. Altrove, c’è l’altrove. Io non mi occupo dell’altrove. Dunque, che questo romanzo abbia inizio. In fondo, è solo un trucco. Sì, è solo un trucco.”

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