I Migliori Film del Decennio: Top 10 Film Italiani 2010-2019

Tra momenti floridi e di crisi, il cinema italiano negli ultimi dieci anni si è riconfermato come eccellenza. Ecco la top 10 film italiani dal 2010 al 2019.

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migliori film del decennio

Quando si sente parlare del cinema italiano, spesso, troppo spesso, le parole maggiormente proferite sono un ammasso di luoghi comuni che spaziano dal “no, ma tanto gli altri sono più bravi a fare film ” al “ma facciamo solo cinepanettoni”. Ecco, è quando viene pronunciata una di queste frasi, che l’ira funesta del pelide Achille che risiede in me viene fuori. Ma procediamo con ordine e vediamo i perché.

Breve carrellata dei periodi di merda: il cinema italiano è sempre stato un alternarsi di momenti floridi a momenti di crisi. Mettiamo da parte gli anni successivi alla Prima Guerra Mondiale, in cui la produzione di film italiani fu piuttosto carente e gli anni ‘30, in cui il regime fascista monopolizzò la settima arte utilizzandolo come strumento di propaganda e di informazione (anni in cui tuttavia vennero alla luce la Mostra del Cinema di Venezia, il Centro Sperimentale di Cinematografia e Cinecittà). La vera crisi del cinema nostrano si ebbe intorno alla fine degli anni ‘70, esplodendo poi nella decade successiva e portando con sé qualche rimasuglio fino ai giorni d’oggi. Complici una serie di fattori, ad essere colpito fu soprattutto quello di genere. Il cinema cambiò in tutte le sue forme e le sue sfaccettature. Ma questa ormai è storia.

Oggi, come patrimonio indiscusso di poesia: come disse tempo fa Bellocchio, ora esiste il “nuovo cinema italiano”, un’arte diversificata che rispecchia i problemi sociali del momento, dal precariato all’immigrazione. Questo tipo di rappresentazione si fa avanti sia con quello d’autore, sia con uno spiccato ritorno al cinema di genere. Abbiamo assistito all’affermazione di grandi nomi in tutto il globo ed una ricomparsa preponderante di generi come il gangster movie (Suburra, La paranza dei bambini, L’immortale), thrilller (La ragazza nella nebbia e L’uomo nel labirinto), ma anche horror, noir, sportivi, musicale, supereroi, fantastico e fantasy e persino peplum.

Insomma, in definitiva, questi ultimi dieci anni sono stati carichi di prodotti ben riusciti, in cui la nostra capacità di fare cinema è finalmente tornata alla ribalta. La settima arte è una dote che ci appartiene a pieno titolo ed un dono che cineasti come Virzì, Sorrentino, Bellocchio, Martone, Avati, Moretti, Tornatore e molti altri ci regalano. Forse dovremmo prenderci più cura di tutta questa poesia e portarle il giusto rispetto che merita, poiché come disse Gianni Canova qualche anno fa, il cinema italiano a livello artistico, progettuale e creativo è il migliore al mondo.

I migliori film italiani 2010-2019.

Buona lettura.

10. Cesare deve morire, di Vittorio e Paolo Taviani

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“Da quando ho conosciuto l’arte questa cella è diventata una prigione”. Potrebbe essere sufficiente questa frase per racchiudere la bellezza di questo film. Girato nel carcere tra le mura del carcere di Rebibbia, Cesare deve morire è la messa in atto di Giulio Cesare di Shakespeare da parte dei detenuti stessi. Non ci sono giudizi, nonostante l’interfaccia e lo scambio fra verità e finzione. È il cinema del reale, con una fotografia folgorante, una tragicità resa dal bianco e nero, che scompare poi con lo spettacolo vero e proprio. L’eleganza dei fratelli Taviani spicca, come la naturalezza e la bravura degli attori.

9. Il Capitale umano, di Paolo Virzì

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Prendendo spunto dall’omonimo romanzo di Stephen Amindon, Il capitale umano è un film diviso in capitoli che inizia a sviscerarsi a partire da un incidente stradale nel periodo natalizio, in cui un ciclista rimane investito da un Suv. Da questo momento in poi, l’intera esistenza della famiglia di Giovanni Bernaschi (Fabrizio Gifuni) e Dino Ossola (Fabrizio Bentivoglio) subiranno una svolta definitiva.

Un’opera che si distacca per certi versi dalle altre pellicole di Virzì (qui vi spiegavamo il perché) e che si inoltra nel buio della società e dell’essere umano, cercando un equilibrio fra dramma e commedia, con tratti noir.

8. Loro, di Paolo Sorrentino

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Ultima fatica cinematografica di Paolo Sorrentino (a breve lo ritroveremo con la sua serie The new Pope). Diviso sapientemente in due tomi, Loro tratta la storia delle storie: quella di Silvio Berlusconi. Il regista aveva già fatto un tentativo vagamente simile, riuscito egregiamente, con le vicende di Andreotti, ne Il Divo. Si trattava comunque di un’operazione molto differente rispetto a quella di Loro, che si prefiggeva lo scopo di essere di base un film biografico. Nonostante lo sforzo di Sorrentino, quando uscì il lungometraggio, lo stesso Andreotti disse al regista di aver azzeccato tutto sulla sua vita privata, nonostante la sua narrazione inerente quella parte partisse da un bizzaro ed unico elemento: il ricordo del politico della cifra di una bolletta di tempo addietro. Tuttavia rimarcò come il regista premio Oscar non ci avesse preso per niente su quella pubblica/politica. Tornando a Loro, il film fa un salto ulteriore rispetto a Il Divo: le vicende berlusconiane, che hanno occupato grande spazio sulle nostre televisioni, sono solo uno sfondo sfumato. La storia, come in tutte le opere del regista, è quella di un’esistenza che va a rotoli, di ambizioni di un uomo circondato da soggetti che lo conoscono a malapena, presentata in maniera commovente, ma spietata. Toni Servillo si conferma per la sua straordinaria capacità.

Qui la nostra recensione.

7. La terra dell’abbastanza, di Fabio e Damiano D’Innocenzo

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La periferia di Roma raccontata da Fabio e Damiano D’Innocenzo è nefasta, utero madre di esistenze destinate ad essere sconfitte. Mirko (Matteo Olivetti) e Manolo (Andrea Carpenzano) sono amici da una vita. Sono semplici, desiderano finire la scuola il prima possibile, si sbrodolano mangiando kebab e guidano a tarda notte inconsapevoli del loro destino. Scorrono le immagini, ci addentriamo nelle loro ingenue vite. Stop. L’inizio della fine quando investono un uomo e la malavita li ingloba. Una piccola perla del cinema italiano che racconta due vite che come gomitoli si srotolano senza trovare fine. Quella che sembra essere la loro alba, in realtà è solo l’incipit dei mali. I fratelli D’Innocenzo si muovono in una Roma coatta e rendono completo il tutto con dettagli preziosi. Una meraviglia.

6. Lo chiamavano Jeeg Robot, di Gabriele Mainetti

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Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria) è un criminalotto con un passione piuttosto spiccata per il porno e lo yogurt, il quale, scappando dai poliziotti, si getta nel Tevere ed entra in contatto con del liquame radioattivo. Da questo momento acquisirà una serie di poteri. Al contempo, Alessia (Ilenia Pastorelli), una ragazza squinternata che vive nel suo stesso palazzo, subisce violenze ed è convinta di vivere nel manga Jeeg Robot d’Acciaio.

Opera prima di Gabriele Mainetti, il quale si era già cimentato in cortometraggi ispirati al favoloso mondo dei manga e che per questa pellicola si porta a casa tanti meriti, due su tutti. In primis, il regista recupera il cinema di genere, quello dei supereroi, medesimo merito di Sollima con Suburra e di Caligari con Non essere cattivo, ovviamente per altri settori. In secondo luogo, in circa 118 minuti unisce manga giapponesi, malavita, supereroi e camorra. Entra, dunque, a pieno titolo in questa classifica.

5. Reality, di Matteo Garrone

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Reality, settima fatica di Matteo Garrone, si apre con un’area fiabesca, catapultando il pubblico in una Napoli pomposa, eccentrica, abbondante. All’interno di questo scenario dal risvolto buio, si colloca Luciano (Aniello Arena), un pescivendolo che per il suo carisma, al limite fra il pacchiano ed il grottesco, intrattiene amici e parenti. Luciano osserva ammaliato il concorrente del Grande Fratello, accolto ad un matrimonio come la più grande star. Da quel momento avrà un unico obiettivo, che diverrà piano piano la sua ossessione: entrare nella casa più spiata del momento. Non si tratta di un film sulla televisione o più nello specifico su quel determinato show. Con dei toni di sottofondo, ma non troppo offuscati, di denuncia sociale, Garrone utilizza la storia di Luciano per scavare nei meandri della disfatta dell’uomo mediocre che inizia a non riconoscere più la realtà dall’illusione. Come riesce a farlo? Musiche fiabesche, personaggi caricaturali, bizzarri e goliardici, colori forti a mo’ di cartone animato, fino poi arrivare ad un’attenuazione del tutto, e rendere i protagonisti naturalistici. Un Paese che invece di andare avanti, si muove a ritroso fino alla deriva.

4. Lazzaro Felice, di Alice Rohwarcher

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Una famiglia di contadini schiava della marchesa Alfonsina De Luna (Nicoletta Braschi), trattata come in anni ormai lontani. In un contesto di inganno e di povertà di intelletto, Lazzaro (Adriano Tardiolo) si distingue dalla massa per il suo fare, sempre disponibile e mai impertinente. Dall’altra parte Tancredi (Luca Chikovani), viziato, profondamente annoiato, figlio della marchesa, il quale organizzerà un finto rapimento.

Un film carico di metafore e di simbolismi, su un’umanità che non esiste contrapposta ad una ideale, un bene arcaico ed un male pungente. Miglior sceneggiatura al Festival di Cannes del 2018, Lazzaro felice è il terzo film di Alice Rohwarcher.

3. Non essere cattivo, di Claudio Caligari

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Terzo film di Claudio Caligari che arriva dopo Amore tossico, dedicato alla dipendenza da droghe negli anni ‘80, e L’odore della notte, stupefacente pellicola noir e diversi documentari. Siamo ad Ostia, metà anni ‘90. All’interno di uno spaccato privo di speranza, si colloca la storia di Cesare (Luca Marinelli) e Vittorio (Alessandro Borghi), due ragazzi amici per la pelle da sempre che conducono la loro esistenza fra qualche momento di sballo e qualche azione illecita. Sono vite spezzate fin da principio, cariche di drammi familiari, che si uniscono ad altre esistenze senza meta definita. Tutti relegati ai bordi della società. Anime imbruttite da un passato ed un presente sfilacciato, un senso di inutilità che si taglia con il coltello ogni volta che la macchina da presa di Caligari inquadra il lungomare, i bar e la realtà di quella periferia. Un realismo pungente che penetra dentro lo spettatore.

2. Dogman, di Matteo Garrone

cinema

Rappresentante agli Oscar 2019 per la categoria miglior film in lingua straniera, Dogman ha vinto la bellezza di nove David di Donatello, più un cospicuo numero di altri premi. Una pellicola di Matteo Garrone, il quale ne ha fatta di strada dalla sua Terra di mezzo del 1996. Ispirato al delitto del Canaro degli anni ‘80, Dogman è la storia di Marcello (uno spettacolare Marcello Fonte) che nella periferia di Roma, possiede un negozio di toelettatura per cani. Per arrivare a fine mese, Marcello arrotonda con lo spaccio di cocaina ed intrattiene rapporti con Simone (Edoardo Pesce), un delinquente della zona che per i suoi scatti di ira terrorizza tutto il quartiere. Dogman, mantenendo sullo sfondo le vicissitudini di Pietro De Negri, racconta in realtà la storia di Marcello; una storia al confine fra l’umanità e la ferocia. Una tenerezza e compassione che lascia spazio alla vendetta e conseguente desolazione, nonostante Marcello, il più minuto, il più dimesso, riesca a porre in atto il piano che tutti desideravano compiere. Fra i colori grigi di una città cupa, la terra arida, le inquadrature lunghe, Garrone spacca lo schermo con una storia di desolazione ed emarginazione.

Qui la nostra recensione.

1. La Grande Bellezza, di Paolo Sorrentino

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L’opera d’arte (perché non è un mero film) che nel 2014 fece alzare in piedi il Dolby Theatre di Los Angeles, regalando la statuetta d’oro a Paolo Sorrentino, accompagnato da Toni Servillo, attore feticcio del regista (qui vi parlavamo del loro rapporto cinematografico).

È la storia di uno scrittore di nome Jep Gambardella, o meglio di tutti noi, che dopo aver scritto il suo primo ed unico romanzo, “L’apparato umano”, ricerca in Roma la grande bellezza. Ma Jep si ritrova sopraffatto da una Capitale sull’onda del consumismo, di pseudo intellettuali che non hanno niente da dire, da artisti che non sanno neanche quello di cui parlano, da un’umanità alle prese con festini e balli nelle migliori terrazze di Roma e trenini che sono belli perché non portano da nessuna parte. È una Roma senza eguali in termini di bellezza, ma distrutta da una società che non ha più niente a cui aggrapparsi, se non a vacuità e nullità. Sorrentino fa un ritratto romantico e tagliente, critico ed ironico, ad una realtà rarefatta, in cui l’apparenza e la ridondanza sono al primo posto. La fotografia di Luca Bigazzi che irrompe sullo schermo e Toni Servillo, perfetto alter ego di Sorrentino, che non perdendo mai il sorriso cerca uno spiraglio di luce in questa melma sotterrante. Un capolavoro d’altri tempi. I nostri più sentiti ringraziamenti a Paolo Sorrentino.

 

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