“Nel 1993 il governo statunitense emise un mandato di perquisizione per sospetta presenza di mitra per il leader religioso David Koresh. Ciò che seguì fu la peggiore sparatoria in suolo americano dai tempi della guerra civile e un assedio di 51 giorni che tenne col fiato sospeso l’intero pianeta.”. Così inizia la nuova miniserie di Netflix Documentary L’assedio di Waco, che di quei 51 giorni ricostruisce la drammatica vicenda in modo approfondito ed equilibrato.
L’antefatto e l’inizio de L’assedio di Waco
Waco è la cittadina del Texas sul cui territorio sorge il Mount Carmel, dove dagli anni Trenta del Novecento era raccolto un gruppo di davidiani. Secondo quanto ricostruisce il documentario nel corso dei 3 episodi, dopo aver mollato le scuole medie, un certo David Koresh, volendo avvicinarsi alla Bibbia, alla fine degli anni Sessanta si presenta a Mount Carmel come falegname.
Ottenuto il comando della setta, David Koresh rafforza i legami fra tutti gli adepti sulla base di una convinzione: lui è il nuovo Messia, e rappresenta la seconda reincarnazione di Dio sulla Terra. All’interno dell’edificio, però, oltre a studiare la Bibbia, i davidiani si preparavano ad una guerra, che Koresh prediceva come anticipazione della fine del mondo.
È la notizia delle armi, acquistate e poi contraffatte, a destare l’interesse dell’ATF (Bureau of Alcohol, Tobacco and Firearms), una sezione del Governo Federale. Il 28 Febbraio 1993 disposero un assalto, inizialmente pensato con l’effetto sorpresa, per arrestare David e sequestrare le armi illegali. I davidiani opposero resistenza, ed avvenne quella che sarà definita una “situazione quasi di guerra“. 51 giorni di assedio, tentativi di negoziazione, appelli allo Stato da parte di Koresh e l’incendio finale del ranch, il 19 Aprile 1993.
Pensavo avrebbero buttato giù la porta, io avrei fatto un paio di interviste e sarei stato a casa per pranzo
L’assedio di Waco: un docu tridimensionale

Ciò che riesce a fare il documentario, su Netflix dal 22 Marzo e diretto da Tiller Russell, è restituire una visione tridimensionale dell’evento. L’assedio di Waco, infatti, viene ricostruito attraverso le testimonianze di più parti coinvolte in quei 51 giorni senza fiato. Alcuni dei davidiani usciti in tempo o fra i 9 sopravvissuti; gli agenti federali e dell’FBI; gli esponenti della stampa. Il risultato finale è un racconto equilibrato di un capitolo drammatico e tragico della storia americana. Non si sbilancia da una parte piuttosto che da un’altra e si astiene dal giudizio. Pare essere l’unico approccio intelligente davanti a fatti che nessuno avrebbe potuto immaginare né erano mai stati vissuti in precedenza.
Un assalto ai sentimenti
Dal documentario si percepisce il desiderio di voler restituire quasi un rispecchiamento reciproco fra il fuori e il dentro quel casolare di Waco. Come in un flusso parallelo che dal contesto dei davidiani usciva fuori alla polizia, e dai federali rientrava fra gli adepti della setta, l’elemento comune è quello della manipolazione dei sentimenti. È una storia fatta di meccanismi subdoli, che hanno mantenuto per anni in vita la setta, ma che hanno finito anche per contagiare chi stava tentando di scioglierla per sempre.
I negoziatori dopo tanti giorni di assedio, per concludere la vicenda nel modo più pacifico possibile, iniziano a far leva sui sentimenti delle madri che sono all’interno della comunità. Alcuni bambini vengono fatti uscire, e calcando la mano sul senso di colpa delle donne vengono convinte anch’esse a scappare (tra cui una delle intervistate nel documentario). Allo stesso tempo, dentro alla comunità, la fede dei davidiani era alimentata da una fiducia incondizionata e completamente cieca in David. L’esempio più estremo è nelle parole di una delle ex adepte intervistate: “David non fa sesso con le ragazzine di 12 anni per se stesso, ma per avvicinarle al messaggio di Dio“.
Da una parte, come dice uno dei federali, si cercava di “fare in modo che la preoccupazione diventasse responsabilità“, attraverso un grande lavoro di negoziazione che sfruttava la vulnerabilità; dall’altra la cecità del fanatismo arriva a far credere di possedere una verità assoluta e divina che deve essere ascoltata e seguita ad ogni costo.
L’assedio di Waco: una storia di persone…

Piuttosto che fatti, dati, burocrazie, processi e discorsi politici, L’assedio di Waco mette al centro le persone nella loro fragile umanità. Ancora una volta in modo quasi speculare, le testimonianze di alcuni dei protagonisti di questa vicenda permettono allo spettatore di avvicinarsi alla vulnerabilità tanto di chi era dentro il casolare assediato, quanto di chi stava compiendo l’assedio o semplicemente lo osservava dall’esterno.
…legate dal dolore
Tre episodi, da meno di un’ora ognuno, riempiti non di speculazioni sul fanatismo (come potremmo aspettarci) o polemiche antigovernative: ma dal dolore che rende identici assedianti ed assediati, e sfuma il confine delle reciproche colpe. Lo stesso colpo di fucile è raccontato dagli occhi dell’agente che spara, vergognandosi, e dalle orecchie della bambina che da dentro sentiva gli spari. Lo strazio per un nonno che muore dentro la comunità, è lo stesso di quello degli agenti che vedono cadere un giovane che avrebbe compiuto 26 anni l’indomani. Il dolore rimbalza da dentro a fuori, da fuori a dentro, e ci restituisce un grande senso di ingiustizia di fondo. Perché tutto questo?
La colpa del sistema

Alla fine della visione de L’assedio di Waco ci sembra di aver chiuso 1984 di George Orwell per alcuni aspetti, sicuramente per la percezione che abbiamo di un mondo che sembra distopico (come nel romanzo), e che invece è tristemente reale. Sembra una vicenda uscita dalla penna di Orwell perché la ragione dell’esito catastrofico di quei 51 giorni è una soltanto, ed accomuna controllati e controllori: l’abuso di potere.
Da una parte il potere malato, del capo di una setta che si presenta come il nuovo Gesù e semina fra i suoi adepti l’odio per un nemico ancora inesistente, in attesa di un’imminente guerra proprio come in 1984. Dall’altra l’onnipotenza delle forze dell’ordine che, interessate al traguardo finale, hanno fatto finta di non vedere i danni che stavano facendo lungo il percorso.
“Non sarà un assalto”, ma c’era un carro armato
Il senso di colpa dei sopravvissuti
Il documentario è prezioso perché lascia ragionare. Davanti ad un evento mai accaduto prima, di fronte ad una situazione per cui non c’erano manuali da rispettare, esempi da seguire e regole precise cui affidarsi, tutto era nelle mani, anzi nella mente degli uomini coinvolti. Tutto dipende, in situazioni limite come questa, dalla mentalità e dagli ideali dei soggetti che si trovano a prenderne parte. E le testimonianze, le immagini inedite, i racconti di ogni realtà coinvolta nell’assedio di Waco, sono indispensabili e accuratamente realizzate proprio per comprendere questo.
Qual è l’esito? Il solo possibile davanti ad eventi irrazionali, regolati dalla perversione di un sistema e dall’errata gestione del potere da parte di qualcuno (per non dire ancora l’abuso): il senso di colpa. Ammette di aver avuto delle responsabilità il Ministro della Giustizia Janet Reno. Dice che hanno sbagliato i loro calcoli un agente dell’FBI tra gli intervistati. Si dispiace di essere sopravvissuta un’ex davidiana che ai tempi era soltanto una bambina. Una colpa diffusa, indistinta e sfumata, come sempre accade quando la falla è a monte e il malfunzionamento sta nel sistema che ha portato, ormai in modo irrimediabile, agli eventi catastrofici.
L’assedio di Waco si conclude con l’incendio, in diretta televisiva, che porterà alla morte di tutti i davidiani. Si salvano soltanto i 9 sopravvissuti al rogo e alcuni altri che erano usciti nell’arco dei 51 giorni di assedio. Dirà uno dei cecchini, dalla parte degli agenti: “Non so cosa sia l’Inferno, ma forse è così“. E la miniserie di Netflix Documentary riesce a dimostrarcelo, sospendendo il giudizio e portandoci nell’autenticità, a volte spaventosa, degli esseri umani. Recuperala su Netflix, insieme a tutte le altre uscite di Marzo!









